Le Dipendenze Patologiche

022334442-86f49ec8-b83f-47a2-985a-284c7a005227Epitetto scriveva che nessun individuo può considerarsi libero se non è padrone di se stesso.

In un certo qual senso, la libertà si svela dunque come una dimensione esistenziale contrapposta alla dipendenza.

Nel linguaggio psicologico, con il termine dipendenza si è soliti intendere una condizione patologica tale per cui la persona perde ogni possibilità di controllo su un’abitudine apparentemente innocua o normalmente routinaria.

L’individuo dipendente, pertanto, non è solo vittima della propria mancanza di volontà, ma soffre di una vera e propria malattia cronica, caratterizzata dalla perdita di controllo sull’uso delle sostanze, su determinate espressioni o agiti comportamentali.

La dipendenza diventa patologica quando è caratterizzata da due elementi fondamentali: la dominanza e la compulsività. La dominanza, nei pensieri, dell’oggetto della dipendenza è prioritaria rispetto alla compulsività del comportamento, mentre ciò che differenzia la semplice compulsività dalla dipendenza è la gratificazione che si accompagna all’azione dell’individuo dipendente.

Dal punto di vista degli effetti è possibile suddividere la dipendenza in: dipendenza fisica, che altera lo stato biologico, e dipendenza psichica, che altera lo stato psichico e comportamentale.

Tradizionalmente il concetto di dipendenza (addiction) è stato limitato all’alcool e alle droghe; negli ultimi decenni, invece, si è sostanzialmente allargato fino a comprendere tutti quei comportamenti di dipendenza che si traducono in azioni rituali di natura compulsiva/ossessiva.

Tra le nuove patologie della nostra epoca sono presenti livelli di dipendenza che oscillano da atteggiamenti routinari sino a quadri clinici severi che possono essere equivalenti, per grado di problematicità, a quelli delle dipendenze da sostanze tossiche già da tempo riconosciuti.

Nell’ultimo decennio si sono prese in considerazione forme di dipendenza comportamentali in cui non è implicato l’intervento di alcuna sostanza chimica.

Queste sono considerate nei termini di Nuove Dipendenze o New Addictions.

Con la parola “addiction” s’intende definire una condizione generale in cui la dipendenza psicologica spinge alla ricerca compulsiva di un oggetto, o di un comportamento, senza il quale l’esistenza dell’individuo diventa priva di significato e tale, da questi, viene percepita.

L’oggetto della dipendenza è in questo caso un comportamento o un’attività generalmente lecita e, quasi sempre, socialmente accettata.

Tra le New Addictions si annoverano la dipendenza dal Gioco d’azzardo, da Internet, dallo Shopping, dal Lavoro, dal Sesso, dal Cibo e dalle Relazioni Affettive.

Per la maggior parte delle persone queste attività rappresentano parte integrante del normale svolgimento della vita quotidiana, ma per alcuni individui possono assumere caratteristiche patologiche, fino a provocare gravissime conseguenze sul piano individuale e sociale.

“Ogni dipendenza è una tossicodipendenza a livello chimico per il nostro corpo e a livello psichico per il nostro spirito. Ma la dipendenza negativa, definita dalla scienza ‘addiction’, non deriva solo da sostanze stupefacenti ma anche da quelle buone come il cibo, l’attività fisica, il gioco, lo shopping compulsivo. La cosa più crudele è l’illusione della libertà” (Pulvirenti, L. Parsi, M.R., Il cervello dipendente. Un’intervista di Maria Rita Parsi, I garanti, 2007).

Negli ultimi anni si è assistito a un’enorme diffusione di queste forme di dipendenze comportamentali, tanto che la letteratura scientifica non ha potuto fare a meno di rivolgervi un attento e specifico interesse.

Dipendenza patologica e contesto sociale

 La dipendenza patologica e il dilagare delle new addictions sono fenomeni psicologici che dimostrano un’importante correlazione con l’evoluzione sociologico-culturale.

L’innovazione tecnologica e la nuova idea di civiltà, da un lato, hanno agevolato lo sviluppo di questo tipo di dipendenze, generando stress, vuoto e noia, dall’altro hanno stimolano la tendenza all’immediata gratificazione, fornendo idealmente gli strumenti appropriati per raggiungerla, sulla base di un principio, un’idea o un modello, spesso falsi, o idealizzati sino all’estremo.

Il dilagare degli aspetti peggiori del sistema capitalistico ha segnato l’inizio di un’epoca in cui l’uomo sembra avere valore non tanto per ciò che è ma per ciò che possiede.

Erich Fromm (1976), in tal senso, insisteva sul fatto che la società occidentale contemporanea sia tragicamente fondata sull’ “avere” e non sull’ “essere”.

La mentalità sociale e gli ideali culturali hanno subito una rapida e profonda trasformazione, così come i gruppi di individui che da queste due forme di pensiero attingono le proprie condivise ragioni esistenziali.

Soprattutto le nuove generazioni sono sempre più attratte dai meccanismi di una società dei consumi che lancia messaggi martellanti, in cui, come sosteneva Marshall McLuhan (1967), il medium diventa più potente del messaggio, sino a sostituirlo.

L’individuo contemporaneo è quindi indotto alla ricerca di una felicità basata sul possesso di tutto ciò che è piacevole e desiderabile, in modo immediato e senza crearsi troppi problemi, seguendo e subendo modelli spesso imposti dalla cultura dominante.

E’ dunque in questo contesto che si inserisce la problematica psicologica delle “dipendenze”, tema “universale”, che tocca tutti in prima persona perché legato alla ricerca dell’optimum esistenziale.

Illudere che la felicità si possa raggiungere attraverso il possesso ed il consumo è uno degli obiettivi delle società in cui emerge una falsariga sproporzionata di “consumismo”.

Inoltre, si pensa che il dipendere da qualcosa tenga distanti dall’idea della morte o della sofferenza, che, così “esorcizzate”, appaiono lontane, estranee e sfumate.

Essere patologicamente dipendenti da qualcosa, da una sostanza o da un’attività, porta sempre in seno una limitazione della propria autonomia e delle capacità di scelta.

Riacquistare indipendenza e libertà di pensiero è frutto di un processo che necessita invece di un percorso interno spesso faticoso, volto all’acquisizione di consapevolezza, volontà e autostima.

E’ lecito pensare che l’avanzare del progresso tecnologico abbia modificato non solo le abitudini delle persone ma anche il loro modo di esprimersi in situazioni patologiche.

Si pensi per esempio alla poliedricità di Internet: esso non è solamente un utile strumento di comunicazione ma, al contrario, può essere considerato in un’infinità di modi in base al particolare significato che riveste per ciascun individuo o gruppo sociale.

Può semplicemente essere uno strumento di lavoro, di svago, di socializzazione, ma può anche assumere il valore di un mondo parallelo, caleidoscopico e distante da una più sana “tridimensionalità”, virtuale o alternativo a quello reale, nel quale il soggetto può sperimentare nuove forme di comunicazione o relazione che spesso amplificano disagi personali.

E’ facile comprendere come una realtà così complessa possa diventare l’oggetto di una dipendenza, attraverso la quale celare problematiche più profonde e silenziose.

Forme di dipendenza

 L’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) descrive il concetto di dipendenza patologica o di sindrome della dipendenza come “quella condizione psichica e talvolta anche fisica derivante dall’interazione tra un organismo vivente e una sostanza tossica, e caratterizzata da risposte comportamentali e da altre reazioni, che comprendono sempre un bisogno compulsivo di assumere la sostanza in modo continuativo o periodico, allo scopo di provare i suoi effetti psichici e talvolta di evitare il malessere della sua privazione” (Pigatto, 2003).

Attenendosi all’ambito della valutazione psichiatrica, il DSM IV° (quarta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) descrive e sistematizza la dipendenza da sostanze come: “una modalità patologica d’uso della sostanza che conduce a menomazione o a disagio clinicamente significativi”.

Il disturbo viene manifestato da tre (o più) delle seguenti condizioni, che ricorrono in un qualunque momento dello stesso periodo di 12 mesi:

  • “tolleranza”, ossia bisogno di dosi notevolmente più elevate della sostanza per raggiungere l’intossicazione e un effetto notevolmente diminuito con l’uso continuativo della stessa; 2) “astinenza”; 3) la sostanza è spesso assunta in quantità maggiori o per periodi più prolungati rispetto a quanto previsto dal soggetto; 4) desiderio persistente e tentativi infruttuosi di ridurre o controllare l’uso della sostanza; 5) una grande quantità di tempo viene spesa in attività necessarie a procurarsi la sostanza o a riprendersi dai suoi effetti; 6) interruzione o riduzione di importanti attività sociali, lavorative o ricreative a causa dell’uso della sostanza; 7) uso continuativo della sostanza nonostante la consapevolezza di avere un problema persistente o ricorrente, di natura fisica o psicologica, verosimilmente causato o esacerbato dalla sostanza.

La quinta versione del DSM, pubblicata di recente, prevede in materia di dipendenza un’interessante rivoluzione: vengono eliminate le diagnosi di abuso da sostanze e dipendenza a favore della nuova categoria “dipendenze e disturbi correlati”. Questi includono i disturbi da abuso di sostanza, dove ogni tipo di sostanza viene definita con la propria specifica categoria diagnostica. Tale cambiamento interpretativo è giustificato per una migliore differenziazione tra la ricerca compulsiva di sostanze, nell’ambito della dipendenza (“craving”), e la normale riposta di aumento della tolleranza nei casi di pazienti che usano farmaci che alterano il sistema nervoso centrale.

Inoltre, sempre rispetto alle dipendenze, è stata inserita una nuova categoria diagnostica, quella delle “dipendenze comportamentali” in cui è contemplato il “gambling”, ossia la dipendenza da gioco d’azzardo. Alcuni specialisti hanno altresì richiesto l’inclusione, all’interno di questa categoria, anche della dipendenza da internet, ma ancora non esistono dati sufficienti per rendere ufficiale tale inserimento. Al contrario, però, questa diagnosi è inserita in appendice, con lo scopo di promuovere studi sull’argomento.

In generale, la nozione di dipendenza, negli ultimi anni, viene utilizzata per sintomatologie derivate dalla ripetizione di attività per lo più socialmente accettate, che escludono un qualsiasi utilizzo di sostanze. Queste dipendenze sono definite “comportamentali” e si possono quindi classificare come “dipendenze senza droga”.

Sono molte, infatti, le analogie fra le tossicodipendenze (assunzioni di sostanze) e questa nuova forma di assuefazione:

– impossibilità di resistere all’impulso (compulsività);

– sensazione di crescente tensione prima di effettuare il comportamento;

– sollievo mentre si attua il proprio scopo;

– percezione di perdita di controllo;

– persistenza del comportamento nonostante la sua associazione con conseguenze negative.

È possibile, in sintesi e nello specifico, descrivere alcune forme particolari di dipendenza tra le più diffuse nella società contemporanea.

Dipendenza affettiva

Quando un rapporto affettivo si trasforma in una dolorosa ossessione, in cui cioè si altera il giusto equilibrio tra il “dare” e il “ricevere” nella relazione, l’amore può trasformarsi in una sorta di pericolosa abitudine a soffrire. Le relazioni possono scivolare in una vera e propria “dipendenza affettiva”, base di un disagio psicologico che è in grado di permanere anche per l’intera vita di una persona, spesso inconsciamente, alimentando altre gravi problematiche psicologiche, fisiche e relazionali.

Dipendenza dal sesso

L’era moderna è caratterizzata dal fatto che la sessualità ha assunto nella vita sociale un ruolo più dominante ed esplicito. Il sesso viene utilizzato a fini economici, per trainare industria, commercio, comunicazione, arte e politica. La sua presenza è incalzante, attraverso un martellamento massmediatico e pubblicitario continuo che ha trasformato rapidamente costumi, usanze, tradizioni, e, soprattutto, valori di riferimento. L’espressione della sessualità ha così perso la sua naturale caratteristica istintuale, per trasformarsi in esigenza sociale, in modo di comportamento, in norma, in stile di vita. Si è in questo modo sovrapposta allo stimolo biologico una pressione sociale che è andata rinforzando l’esigenza dell’agire sessualmente anche senza una forma equilibrata di affetto e pensiero sottostanti.

Dipendenza dal gruppo

Sono numerosi i casi in cui un individuo può diventare “dipendente dal gruppo” o da una setta, perdendo la sua autonomia e la sua capacità di discernimento critico. Tale fenomeno si pone come esito di un processo patologico caratterizzato da una graduale e ingannevole “ingestione” di un singolo all’interno di un “molteplice” che finisce per sfruttarlo per i propri fini. Correlata a questo tipo di dipendenza c’è poi quella di tipo religioso. Molte persone sono dipendenti dalla religione o hanno sofferto costrizioni religiose da parte di familiari o conoscenti. Tale forma di legame patologico può svilupparsi in qualsiasi comunità religiosa, ma in maniera più marcata in quelle che promuovono credi fondamentalisti.

Dipendenza dal lavoro

Nel mondo occidentale contemporaneo l’idea e il concetto di lavoro hanno subito una profonda trasformazione. Il lavoro è concepito come l’unico strumento essenziale sia per integrarsi ed essere apprezzati a livello sociale sia per raggiungere l’indipendenza o uno status personale soddisfacente. Recentemente, ciò ha portato a considerare sempre più spesso una forma di “job addiction” per cui la persona vive solo in funzione della sua attività professionale, tralasciando qualsiasi altra forma di legame affettivo e di piacere esistenziale ad esso correlato.

Dipendenza dal gioco d’azzardo

Il gioco d’azzardo patologico è una delle prime forme di “dipendenza senza droga” studiate che ha ben presto attratto l’interesse della psicologia e della psichiatria, ma anche dei mezzi di comunicazione di massa. Nella ludodipendenza il vero senso del gioco viene completamente ribaltato nel trasformare la cosiddetta “oasi della gioia” in una “gabbia del Sé”, fatta di schiavitù, ossessione, ripetitività.

Net addiction

L’Internet Addiction Disorder è una tendenza compulsiva all’impiego della rete informatica e del mondo virtuale che ne caratterizza molti spazi di utilizzo come modalità d’espressione esistenziale. Ha come caratteristiche prevalenti: la diffusione e il consumo di materiale pornografico, il sesso virtuale, l’aggancio per relazioni sessuali, le scommesse, i giochi d’azzardo, il gioco in borsa, le aste e lo shopping on-line. Vi è poi la tendenza a costruire relazioni amorose ed amicali nei numerosissimi social network, nelle chat e nei newsgroup, dimensioni in cui emerge la difficoltà di comunicazione delle società contemporanee, dove l’incontro è vissuto con sempre maggior difficoltà e dove il fantasma della solitudine coincide con l’angoscia di abbandono. D’altronde, nell’uso compulsivo di Internet confluiscono e trovano opportunità di espressione gran parte dei disturbi psico-esistenziali.

Dipendenza da cellulare

Come la televisione e il computer, anche il telefono cellulare e, soprattutto, gli smartphones rappresentano uno strumento tecnologico di crescente utilizzo che, come dimostrano recenti e numerosi studi, sono anche un oggetto verso il quale si può sviluppare una vera e propria forma di dipendenza. Con la crescita del numero e dei modelli di telefoni cellulare, nonché dei servizi offerti attraverso questi, si assiste all’incremento di casi di quella che, in alcuni paesi, è già diventata una malattia sociale e che è stata definita telefonino-dipendenza, cellularomania o smartphone-addiction.

La dipendenza da gioco d’azzardo

Più in generale, il gioco d’azzardo (gambling) concerne tutto ciò che riguarda spendere (investimento) per cercare tramite un mezzo (il gioco) di vincere e accumulare più danaro.

L’idea del giocatore d’azzardo è quindi quella di “guadagno”.

Questo è ciò che un giocatore, nei casi patologici, crede all’inizio della sua attività, senza avere la minima percezione che sta entrando in un universo falso e per lui dannoso (oltre che spesso, più o meno direttamente, anche per gli altri che compongono il suo nucleo familiare di appartenenza).

Studi sul passato e sulla nascita del gioco d’azzardo hanno evidenziato come l’uomo abbia una propensione verso questo tipo di attività, alimentata da una forma di pensiero magico-onnipotente, basato solo ed esclusivamente sul caso, che spesso spinge ad associare al gioco il rischio dei propri beni e del denaro.

Dell’attitudine arcaica all’ “azzardo” vi sono tracce sia archeologiche che scritte di prime forme di gioco, come i dadi (la parola “az-zahr” in arabo vuol dire dadi).

Con l’evolversi dell’umanità si sono anche evolute le tipologie di gioco, perlopiù legalizzate, che offrono una vasta gamma di scelta e che soddisfano ormai qualsiasi potenziale “giocatore”.

E’ necessario tuttavia operare concettualmente una differenziazione all’interno della categoria dei giocatori d’azzardo. I confini tra le diverse tipologie di giocatore sono spesso labili, tuttavia, è possibile distinguere all’interno di una più generale categoria chi utilizza il gioco come piacevole passatempo, ovvero i giocatori d’azzardo occasionali, da coloro i quali invece hanno un atteggiamento compulsivo verso il gioco, i giocatori patologici.

I giocatori “patologici” si incamminano in una sorta di “percorso”.

La maggior parte di essi inizia a “passare il tempo” con il gioco, per poi avere una graduale perdita della capacità di autolimitare il loro comportamento, innescando problematiche che coinvolgono diverse aree della loro vita.

In tal senso possono essere indicati 9 criteri (la presenza di almeno 4 di essi è sintomo di patologia):

  1. Coinvolgimento sempre crescente nel gioco d’azzardo (ad esempio, il soggetto è continuamente intento a rivivere esperienze trascorse di gioco, a valutare o pianificare la prossima impresa di gioco, a escogitare modi per procurarsi il denaro con cui giocare).
  2. Bisogno di giocare somme di denaro sempre maggiori per raggiungere lo stato di eccitazione desiderato.
  3. Irrequietezza e irritabilità quando si tenta di giocare meno o di smettere.
  4. Il soggetto ricorre al gioco come fuga da problemi o come conforto all’umore disforico (ad esempio, senso di disperazione, di colpa, ansia, depressione).
  5. Quando perde il soggetto ritorna spesso a giocare per rifarsi (“inseguimento” delle perdite)
    Il soggetto mente in famiglia e con gli altri per nascondere il grado di coinvolgimento nel gioco.
  6. Il soggetto compie azioni illegali (ad esempio, reati di falso, truffa, furto, appropriazione indebita) per finanziare il gioco.
  7. Il soggetto mette a rischio o perde una relazione importante, un lavoro, un’opportunità di formazione o di carriera a causa del gioco.
  8. Confida negli altri affinché gli forniscano il denaro necessario per far fronte a una situazione economica disperata, causata dal gioco (una “operazione di salvataggio”).
  9. Reiterati e inutili sforzi di tenere sotto controllo l’attività di gioco, di ridurla o di smettere di giocare.

Il giocatore compulsivo, inquadrato lungo un continuum che va da giocatore occasionale, abituale, a rischio, compulsivo, mostra l’eccessiva difficoltà nel porsi dei limiti al coinvolgimento con il gioco e nel controllare le somme di denaro da investire.

Molti studi hanno messo in luce come nel giocatore patologico vi sia un bisogno di assuefazione, soddisfatto solo con scommettere cifre sempre più alte, e come l’astinenza porti a stati fisici di stress, sintomatologicamente riscontrabili in tachicardia, tremore e sudorazione.

Ciò che probabilmente rende una persona compulsiva verso il gioco è la perdita, la sconfitta non accettata. Infatti, il continuo investimento di denaro è dovuto al fatto che il giocatore insegue sempre un desiderio di rivincita contro una perdita avvenuta, con la certezza che il caso gli sarà prima o poi favorevole. Ciò comporta fenomeni come la richiesta di prestiti ad usurai, scarso interesse nel lavoro e nella famiglia, accompagnati sempre da menzogne; più gravi sono gli eventi di crisi di personalità, seguiti da suicidi o tentativi di suicidio.

Nel migliore dei casi, c’è una presa di coscienza tale per cui si verifica una richiesta d’aiuto (familiare, psicologo, amico etc…) che porta ad un trattamento di rieducazione e disintossicazione dal gioco.

Robert Custer, uno dei pionieri nello studio del gioco d’azzardo, è noto per aver creato nel 1971 la prima unità di trattamento per giocatori presso il Veteran Administration Hospital di Becksville in Ohio (USA), mutuando metodi per il trattamento degli alcolisti.

Ha ipotizzato nel 1984 varie tipologie di giocatori:

  • Giocatori professionisti: si mantengono con il gioco d’azzardo che per loro è una professione. Non sono dipendenti dal gioco, per questo riescono a controllare l’ammontare di denaro scommesso e il tempo speso a giocare.
  • Giocatori antisociali: attraverso il gioco d’azzardo ottengono denaro in maniera illegale; giocano con carte segnate o sono coinvolti in corse truccate.
  • Giocatori sociali occasionali: giocano per divertirsi e per socializzare ed il gioco non interferisce con la loro vita. Vengono anche definiti Giocatori Sociali Adeguati.
  • Giocatori sociali “seri” o costanti: investono tempo nel gioco che per loro rappresenta la principale forma di relax e di divertimento; sono in grado di mantenere il controllo sulla loro attività di gioco e non trascurano lavoro e/o famiglia.
  • Giocatori per “fuga” e per “alleviamento” senza sindrome da dipendenza: riescono tramite il gioco ad alleviare sensazioni di ansia, depressione, solitudine e noia; più che una risposta euforica il gioco è per loro un potente analgesico che aiuta a non pensare alle difficoltà. Pur non essendo giocatori compulsivi, vengono anche definiti Giocatori Inadeguati senza Sindrome da Dipendenza.
  • Giocatori Compulsivi con Sindrome da Dipendenza: non hanno più il controllo del gioco, che è diventato per loro la cosa più importante; non possono più smettere di giocare indipendentemente dalla loro volontà e dal loro impegno. Famiglia, amici e lavoro sono negativamente influenzati dall’attività di gioco.

Custer ipotizzò l’iter che un giocatore compulsivo avrebbe compiuto nel corso della sua patologia fino alla guarigione da essa:

FASE VINCENTE: caratterizzata dal gioco occasionale e da vincite iniziali che motivano a giocare in modo crescente, spesso grazie alla capacità del gioco di produrre un piacere e di alleviare tensioni e stati emotivi negativi.

FASE PERDENTE: connotata dal gioco solitario, dall’aumento del denaro investito nel gioco, dalla nascita di debiti, dalla crescita del pensiero relativo al gioco e del tempo speso a giocare.

FASE DI DISPERAZIONE: in cui cresce ancora il tempo dedicato al gioco e l’isolamento sociale conseguente, con il degenerare dei problemi lavorativi/scolastici e familiari (divorzi, separazioni) che talvolta ha generato anche gesti disperati di tentativi di suicidio.

FASE CRITICA: in cui nasce il desiderio di aiuto, la speranza di uscire dal problema e il tentativo realistico di risolverlo attraverso il ritorno al lavoro, nonché i tentativi di ricucire debiti e problemi socio-familiari.

FASE DI RICOSTRUZIONE: in cui cominciano a vedersi i miglioramenti nella vita familiare, nella capacità di pianificare nuovi obiettivi e nell’autostima.

FASE DI CRESCITA: in cui si sviluppa maggiore introspezione e un nuovo stile di vita lontano dal gioco.

Le cause che portano ad un atteggiamento compulsivo verso il gioco d’azzardo, oltre al fattore “magico/delirante” che innesca il pensiero di “riuscire a rifarsi dalla perdita”, sono concentrate sul versante psicoanalitico e concernono il continuo bisogno del giocatore patologico di sfidare e riuscire a soggiogare il “caso” avendo la certezza di essere a favore di una “fortuna” che porta solo positività.

Ciò spiega il fatto di come le perdite di denaro investite per il gioco passino in secondo piano, poiché l’unica preoccupazione del giocatore compulsivo è quella che l’azzardo pagherà e tutto tornerà come era prima.

L’elemento della “fiducia” nel “caso” ha un ruolo quasi difensivo, che distoglie dal dubbio e dalla reale condizione di subordinazione al gioco e alle perdite.

Per il recupero della persona, la rieducazione e il reintegro nella società vi sono, come per i dipendenti da droghe o alcool, gruppi di auto-aiuto, nei quali le persone affette da ludopatia s’incontrano settimanalmente per riconoscere i loro problemi, le loro difficoltà e per condividere sensazioni, emozioni, delusioni che il gioco ha portato nelle loro vite e sta ancora portando.

Un altro tipo di presa in carico del problema riguarda l’attività di gruppi terapeutici che, a differenza dei gruppi “auto-aiuto”, prevedono la presenza di psicoterapeuti che seguono lo sviluppo della patologia e che si relazionano non solo con la persona interessata, ma con tutta la famiglia e se necessario con tutte le persone che partecipano alla sua vita sociale.

Questi interventi devono mirare non solo alla rimozione del sintomo, ma anche alla comprensione del conflitto ad esso sottostante all’interno di una visione bio-psico-sociale della persona.

La semplice rimozione potrebbe causare una ripercussione tale per cui il paziente tende a spostare inconsciamente il suo stress verso altre dipendenza, come alcool, droghe o tabacco.

Il Pensiero: teoria e clinica

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“L’uomo è visibilmente fatto per pensare; è tutta la sua dignità e tutto il suo mestiere” (Blaise Pascal, I Pensieri).

Il pensiero rappresenta l’espressione più significativa della natura umana e la caratteristica più importante della sua specificità.

Storicamente, lo studio dei processi di pensiero è stato dominio della tradizione speculativa e scientifica che, a partire dalle digressioni filosofiche di Aristotele, ha focalizzato l’attenzione sullo studio della logica e, quindi, delle regole alle quali il pensiero, per risultare realistico ed adattativo, deve conformarsi sulla base dei concetti e dei giudizi.

In via differenziale rispetto ai principi della logica e alla sua interpretazione marcatamente contenutistica, le teorie psicologiche applicate allo studio del pensiero muovono dal presupposto secondo cui, nelle sue molteplici forme ed espressioni, l’attività psichica ha sempre una valenza bio/psico/sociale che ne definisce struttura e funzioni.

In base a questa impostazione, con il termine “pensiero” si indica una organizzazione psichica altamente complessa, organizzata secondo il principio di realtà ma non limitata ai soli processi razionali ed intellettivi. Pertanto, il paradigma psicologico non circoscrive il suo interesse alle facoltà intellettive e di problem solving che caratterizzano l’intelletto umano, ma allarga l’analisi sperimentale e teorica alle componenti profonde, arazionali ed emotive che definiscono tutte le diverse forme del “pensare”. [1]

Le leggi dell’associazionismo e la formazione dei concetti

Quotidianamente la psiche umana è esposta a un numero eccezionale di stimoli.

La realtà ambientale è caratterizzata da una quantità estremamente ricca e mutevole di oggetti ed eventi percettivi (Canestrari, 1984).

Per rispondere alla complessità fenomenica senza soccombere all’enorme mole di input sensoriali, l’attività psichica è in primo luogo organizzata attraverso processi di pensiero volti alla “categorizzazione” degli eventi percepibili.

Il pensiero umano funziona attraverso procedimenti percettivi e cognitivi di tipo “economico”, finalizzati cioè a principi elaborativi che devono essere al tempo stesso il più possibile efficaci (dove lo scopo è raggiungere il risultato) ed efficienti (dove lo scopo è raggiungere il risultato in tempi brevi). La “categorizzazione” consente di semplificare l’esperienza e sintetizzare le molteplici varianti ambientali, considerandole non “uniche” ma appartenenti a categorie o classi: “questa riduzione del molteplice all’unità, attraverso l’assimilazione delle varianti fenomeniche ad una stessa categoria, o schema empirico, è essenziale ai fini dell’addestramento all’ambiente, in quanto realizza una economia nell’attività mentale secondo i principi del minimo sforzo.

L’assimilazione allo schema o categoria può avere a volte un carattere di spontaneità e di immediatezza, cioè imporsi come un dato percettivo; altre volte può essere il frutto di una attività di ricerca perseguita consapevolmente; di un atto originale di invenzione (Canestrari, 1984).”

Per struttura e funzione, i processi di pensiero e gli schemi empirici sono organizzati in modo tale che da un primo livello di categorizzazione (percettivo/associazionistico) si possa passare, per gradi, ad un livello più complesso di categorizzazione concettuale (astrattivo/rappresentazionale).

I processi di categorizzazione si basano in primo luogo sul principio dell’associazione di idee che, a sua volta, può essere riferito alla proprietà che hanno i fenomeni psichici di attirarsi gli uni con gli altri nel campo della coscienza senza l’intervento della volontà e malgrado la sua resistenza.

Le tre leggi dell’associazionismo risalgono al pensiero di Aristotele:

  • La legge di contiguità: il pensiero di un oggetto evoca spontaneamente il pensiero di altri oggetti che gli sono abitualmente vicini;
  • La legge di contrasto: un’idea può evocare spontaneamente un’altra idea in contrasto con la prima;
  • La legge della somiglianza: il pensiero di un oggetto evoca facilmente il pensiero di oggetti simili.

Pur rispettando la logica aristotelica, la qualità complessa dei processi di pensiero fa’ si che i meccanismi di codificazione e decodificazione degli input ambientali non siano limitati alla registrazione percettiva garantita dai principi dell’associazionismo, ma tendano al graduale passaggio da una forma di categorizzazione percettiva a quella più evoluta di categorizzazione concettuale.

I concetti sono il risultato dei processi di categorizzazione e possono essere definiti come una classe di oggetti o eventi aventi qualità comuni e distintive.

Alla formazione dei concetti concorrono due tipi di processi cognitivi: l’astrazione e la generalizzazione.

L’astrazione consente di veicolare la situazione di problem solving attraverso un comportamento adattativo che non è determinato dal complesso degli input presenti nel campo percettivo, bensì da un particolare input con l’esclusione degli altri.

La generalizzazione si presenta come un’attività psichica attraverso cui il comportamento risulta costante in relazione ad un elemento del campo percettivo che può comparire in situazione diverse e che, pertanto, è già conosciuto a livello percettivo o mnestico.

Oltre a questi princìpi, la categorizzazione consente una definizione concettuale degli oggetti e degli eventi attraverso:

  • la connotazione: riconoscimento concettuale che comprende la classe completa a cui appartiene l’oggetto senza alcun riferimento ad un esemplare specifico dello stesso;
  • la denotazione: riconoscimento concettuale dell’oggetto attraverso le sue caratteristiche peculiari.

Grazie agli studi di Heidbreder (1947) è stato possibile indagare il rapporto tra i diversi aspetti percettivi degli oggetti e la qualità basica dei meccanismi di categorizzazione.[2]

Con riferimento alle risultanze sperimentali fu possibile ipotizzare che i processi di categorizzazione consentono di distinguere in via preferenziale tre gruppi di concetti: 1) oggetti concreti (alla base della reazione cognitiva); 2) forme spaziali; 3) numeri astratti.

Da queste premesse si evince che l’attività del pensiero opera sulla base di ipotesi percettive e cognitive, verificate ed eventualmente confermate attraverso specifiche strategie di elaborazione delle informazioni.

La percezione e la codifica dei dati di realtà sembra dunque essere caratterizzata da una sorta di ordinamento gerarchico e strategico che veicola una successione organizzata di risposte, guidate da ipotesi di partenza, nel tentativo di arrivare alla soluzione del problema ambientale.

A partire dall’opera di Heidbreder, Bruner (1956) ebbe il merito di avviare una serie di ricerche volte nello specifico allo studio psicologico delle strategie cognitive che concorrono all’organizzazione del pensiero.

Dai risultati ottenuti fu possibile distinguere due principali approcci strategici:

  • “messa a fuoco”: è una strategia organizzata sulla base di un meccanismo di raccolta di informazioni “per selezione”, caratterizzata da un processo di eliminazione degli input non rilevanti ai fini cognitivi basato sul confronto di ciascun esemplare del campo percettivo considerato come singolo punto di interesse;
  • “scanning”: è un processo di esplorazione simultanea o successiva, cognitivamente guidato da un’ipotesi specifica circa la soluzione del compito percettivo.

Le diverse forme di pensiero

Da un punto di vista marcatamente psicologico, è possibile avviare uno studio approfondito sulla natura e sulla qualità del pensiero umano distinguendo le diverse forme attraverso cui questo si presenta.

Il pensiero produttivo

Nella sua qualità “produttiva”, il pensiero è l’attività psichica utilizzata prevalentemente nelle situazioni di problem solving, quando cioè il compito cognitivo non risulta essere risolvibile attraverso gli schemi di comportamento già acquisiti o conosciuti in precedenza.

A partire da queste considerazioni, il problema cognitivo, quindi, non definisce sempre una situazione in tutto e per tutto sconosciuta, quanto, piuttosto, un campo di stimoli che devono essere ri-elaborati attraverso un processo di ristrutturazione funzionale di tutti gli elementi a disposizione.

Il pensiero produttivo coincide con le attività intellettive e di ragionamento che consentono nuove forme di adattamento ai problemi posti dagli stimoli ambientali e, pertanto, produce nuova conoscenza (Dunker, 1969).

Al fine di consentire la soluzione dei problemi cognitivi, gli atti produttivi del pensiero si basano su due tipologie di processi elaborativi potenzialmente complementari:

  • processo di induzione: prevede una analisi di tipo down-up (dal basso all’alto) del campo problematico e consente la soluzione del compito a partire dai dati a disposizione considerati come punti di partenza dell’attività intellettiva;
  • processo di deduzione: consente una analisi più approfondita della situazione problematica e prevede un atto di intelligenza di tipo up-down (dall’alto al basso), caratterizzato cioè dalla raccolta e dall’uso dei dati sulla base di una ipotesi di partenza e dello scopo da raggiungere.

I dati della specifica situazione ambientale caratterizzano la struttura problematica che richiede “soluzione” o “adattamento”, e acquisiscono significati e proprietà funzionali sulla base dell’obiettivo prefissato; attraverso la sua dimensione produttiva, il pensiero garantisce la capacità di ristrutturare il campo problematico e, quindi, di elaborare e comprendere il significato funzionale dei dati e del complesso della situazione ambientale.

La psicologia della Gestalt, grazie agli studi di Kohler (1925) e Wertheimer (1945), ha messo in evidenza la necessità di distinguere il pensiero riproduttivo, caratterizzato dall’applicazione quasi automatica e passiva di schemi di riferimento pre-esistenti, dal pensiero produttivo propriamente detto, caratterizzato invece da una serie di atti di intelligenza in cui la soluzione non viene “appresa” ma “compresa”.

La comprensione cognitiva si verifica nel momento dell’insight, quando cioè si giunge ad una nuova forma di consapevolezza circa la relazione funzionale che intercorre tra gli elementi percepibili del campo.

Per queste caratteristiche, l’insight garantisce una qualità “scientifica” al pensiero produttivo e si presenta come risultato delle tensioni del campo creato dal bisogno e dall’obiettivo da raggiungere, con l’intervento di dati percettivi attuali o delle tracce mestiche (Canestrari, 1984).

Il pensiero quotidiano

Seguendo Bartlett (1958) è possibile definire il pensiero quotidiano come quel tipo di pensiero che entra in azione nelle varie situazioni problematiche della vita di ogni giorno, in cui gli individui, senza compiere un particolare “sforzo” logico o “scientifico”, trascurando le lacune delle informazioni a loro disposizione, intendono ugualmente prendere posizione ed arrivare alla soluzione del problema cognitivo.

Per queste caratteristiche, quindi, il pensiero quotidiano si presenta come una forma di pensiero ad immediato utilizzo e comunicazione, in cui gli eventuali deficit conoscitivi vengono colmati in modo prettamente descrittivo.

Sebbene il pensiero quotidiano garantisca sempre la possibilità di adattarsi alle situazioni ambientali più semplici e comuni, nelle circostanze in cui è richiesto un giudizio o una previsione ipotetica sulla risoluzione del problema cognitivo, la ristrutturazione del campo degli stimoli risulta tendenzialmente trascurata e le eventuali lacune conoscitive sono colmate sulla sola base dei concetti e dell’esperienza già acquisiti.

In sintesi, il pensiero quotidiano:

  • su un piano verbale si distingue per la perentorietà delle affermazioni che lo contraddistinguono a dispetto delle motivazioni oggettive;
  • è fortemente orientato verso prese di posizioni decise, spesso rigide e ben definite;
  • esclude la possibilità di verificare ulteriori dati oggettivi a conferma delle ipotesi;
  • tende alla generalizzazione ed alla convenzione sociale attraverso il principio dell’omogeneità massimale (Musatti, 1931);
  • esclude la possibilità di valutare ulteriormente le conclusioni che vengono ritenute aprioristicamente corrette;
  • nelle situazioni di problem solving limita la possibilità di ristrutturare il campo cognitivo.

Il pensiero prevenuto

Da un punto di vista psicologico, il pensiero prevenuto si presenta come estremizzazione del pensiero quotidiano, nella forma in cui, rispetto a quest’ultimo, tende a radicalizzare in modo stereotipato ipotesi, affermazioni e atteggiamenti sulla base di una componente affettiva ed arazionale che ne condiziona pervasivamente la modalità di espressione.

Su un piano descrittivo, il pensiero prevenuto è caratterizzato da una particolare credenza, intesa come durevole organizzazione di percezioni e giudizi intorno ad un particolare aspetto del mondo conoscibile (Krech e Crutchfield, 1948), e dall’oggetto alla quale essa si applica.

Questa forma di pensiero è altresì definita dalla tendenza a esprimersi attraverso due specifiche organizzazioni concettuali (Canestrari, 1984):

  • gli stereotipi, ossia credenze ultrasemplificate ed astratte, largamente diffuse tra i membri di un gruppo sociale o etnico, applicate nei confronti di un altro gruppo sociale o etnico che diventa oggetto della credenza stessa;
  • i pregiudizi, ovvero generalizzazioni concettuali sempre confermate a mezzo di una falsa operazione deduttiva.

Sulla base di processi categoriali estremamente rigidi, il pensiero prevenuto esprime quindi in forma distorsiva i princìpi di induzione e deduzione che qualificano la produttività dell’atto intellettivo; pertanto, da una simile distorsione cognitiva emergono:

  • un’errata operazione induttiva: risultato della generalizzazione condotta non rispettando le regole della conoscenza induttiva (che presuppone la necessità di raccogliere tutti i dati presenti nel campo della realtà oggettiva);
  • una falsa operazione deduttiva: affermazione aprioristica che non tiene conto dei dati di realtà che non confermerebbero la ipotesi di partenza.

Su un livello psico-sociale, per natura, definizione e funzionalità, il pensiero prevenuto può essere pertanto considerato come una matrice di complessi ideo-affettivi (Asch, 1958) a carattere difensivo, utilizzata per la proiezione o lo spostamento di sentimenti o pulsioni aggressive veicolate contro persone o gruppi, allo scopo di esaurire la tensione interna provocata da elementi psichici non cognitivi.

Il pensiero nevrotico

Il pensiero nevrotico si presenta con caratteristiche e deficit prevalentemente psicodinamici ed è utilizzato con modalità e scopi difensivi nelle situazioni avvertite come potenzialmente minacciose per l’integrità dell’Io.

I meccanismi di difesa hanno una valenza prettamente inconscia e tendono ad operare su quattro livelli specifici:

  • negano l’evidenza percettiva;
  • negano la relazione della percezione minacciosa con l’Io;
  • esprimono con modalità proiettive i sentimenti minacciosi, indirizzandoli su altri oggetti o divergendoli sul piano temporale e spaziale.
  • tendono alla negazione ed alla intellettualizzazione delle emozioni.

Inoltre, come si evince dalla letteratura freudiana, le difese dell’Io sono teoreticamente concettualizzate attraverso un’analisi delle loro proprietà fondamentali (De Blasi, 2009):

  • sono lo strumento principale con cui il soggetto gestisce gli istinti e gli affetti;
  • sono inconsce;
  • sono discrete l’una rispetto all’altra;
  • tendono ad essere reversibili;
  • possono essere sia adattive che patologiche.

Rispetto alla dimensione percettiva e cognitiva, i meccanismi di difesa, se usati in modo ripetitivo e rigido, mantengono la forma ma non la sostanza del ragionamento critico, perché portano alla distorsione o al restringimento del campo di realtà sulla base di una serie di principi logici ed intellettuali applicati in modo parziale e spesso fondati su premesse errate.

Per queste caratteristiche, il pensiero neurotico si esprime con modalità estremamente ambigue e problematiche, spesso attraverso una concezione dicotomica della vita, in cui l’equilibrio psichico (sia esso emotivo o cognitivo) è sempre sospeso nel conflitto (in questo caso difficilmente risolvibile) tra coppie di opposti: Io/non-Io, oggettivo/soggettivo, fantasia/realtà.

Il pensiero psicotico

Il pensiero psicotico rappresenta un’evidente deviazione dal modello e dalle funzioni del pensiero logico e produttivo, in una forma tale da delimitarne lo studio all’ambito della patologia psichiatrica e dei disturbi di personalità.

In linea con la descrizione suggerita da Arieti (1963), il pensiero psicotico si definisce attraverso meccanismi di funzionamento totalmente inconsci e automatici, rudimentali ed arcaici, che, su un piano manifesto, si presentano con caratteristiche fenomenologiche incomprensibili, assurde ed incoerenti.

Per la sua qualità patologica, il pensiero psicotico tende a distorcere tutti i processi intellettuali impiegati cognitivamente per comprendere le situazioni relazionali e le cause che le determinano, e si basa su azioni mentali in cui le emozioni, l’ansia o l’angoscia portano ad una evidente distorsione dell’esame di realtà.

Sulla base di queste caratteristiche, quello psicotico è un pensiero di tipo paleologico che, soprattutto in situazioni di “emergenza sociale” e di problem solving, scivola attraverso un meccanismo di regressione teleologica verso livelli meno progrediti di integrazione psichica, allo scopo di determinare il diniego dell’incidenza emozionale implicita in ogni comportamento produttivo (Arieti, 1963).

Adottando il principio di Von Domaros (1925), è possibile comprendere le deformazioni e le condensazioni che caratterizzano il pensiero psicotico a partire dal fatto che: “mentre l’individuo normale accetta l’identità soltanto sulla base di soggetti identici, l’individuo che adotta una logica arcaica e psicotica accetta l’identità sulla base di identici predicati.”

Su un piano prettamente logico, l’imprevedibilità e la bizzarria delle forme psicotiche di pensiero sovvertono i principi del sillogismo, sovradeterminando in modo automatico la scelta dei “predicati” e non degli elementi oggettivi/soggettivi del campo situazionale, per definire cognitivamente il legame identificatorio tra due differenti preposizioni.

Da queste premesse, se 1) la connotazione porta a definire l’oggetto comprendendo la classe completa a cui questo appartiene senza alcun riferimento ad un esemplare concreto dello stesso e 2) la denotazione consente di indicare l’oggetto effettivo come entità fisica particolare, di conseguenza, i princìpi cognitivi di funzionamento psicotico tendono a basarsi su ragionamenti volti esclusivamente a “denotare” gli eventi piuttosto che a considerare in modo integrato la complessità della fenomenologia che qualifica il problema psicologico.

Inoltre, come ben rappresentato nell’episodio de I Simpson sopra citato, deformando i principi cognitivi di ragionamento logico, la mentalità primitiva e psicotica sembra rispondere alla “legge della partecipazione” formulata da Lèvy-Brühl (1948), secondo cui: “per la mentalità primitiva gli oggetti, gli esseri ed i fenomeni possono, in un modo a noi incomprensibile, essere nello stesso tempo se stessi e qualcosa di altro.”

In sintesi, quindi, il pensiero psicotico si definisce attraverso alcune caratteristiche, fondamentalmente differenti da quelle che contraddistinguono tutte le altre forme di pensiero (Canestrari, 1984):

  • utilizzo della metafora per necessità e non per motivi estetici;
  • prevalenza del pensiero “paleologico” e concreto;
  • confusione tra mondo fisico e mondo psicologico;
  • la causalità mediante deduzione logica è sostituibile dalla causalità mediante spiegazione psicologica;
  • tendenza ad interpretare i fenomeni sulla base delle percezioni e non dei concetti;
  • le idee si ricollegano a casi specifici e non riguardano classi, gruppi o categorie concettuali, distorcendo i principi della logica associazionistica e del sillogismo;
  • il principio cognitivo di astrazione è prevalentemente sostituito con quello di identificazione (per cui l’associazione per somiglianza è sostituita dall’identificazione per somiglianza).

[1] V. De Blasi, “Il pensiero” in De Blasi, Manca (a cura di) (2010), Introduzione alla psicologia, Alpes, Roma.

[2] La situazione sperimentale prevedeva che i soggetti del campione fossero esposti a 16 serie di disegni, in cui ogni serie comprendeva 9 elementi indicati con sillabe convenzionali; inoltre, i 9 elementi di ogni serie presentavano una relazione associazionistica tra di loro.

Meccanismi di difesa: teoria e clinica

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L’Io si avvale di diversi procedimenti per essere all’altezza del proprio compito, per evitare pericoli, angoscia, dispiacere […] Noi chiamiamo questi procedimenti “meccanismi di difesa” (Freud, S., Analisi terminabile e interminabile, 1937).

Nel 1894 Sigmund Freud descrisse per la prima volta l’esistenza di meccanismi inconsci che in quel momento indicò con il termine generico di “rimozione”. La sua ipotesi muoveva dal principio che tali meccanismi erano volti a proteggere l’individuo da conflitti, idee ed emozioni spiacevoli (De Blasi, 2009).

Nella letteratura freudiana le difese dell’Io sono teoreticamente concettualizzate attraverso una analisi delle loro proprietà fondamentali. Da ciò si evince che:

1) sono lo strumento principale con cui il soggetto gestisce gli istinti e gli affetti;

2) sono inconsce;

3) sono discrete l’una rispetto all’altra;

4) tendono a essere reversibili;

5) possono essere sia adattive che patologiche.

Il termine “resistenza”, che Freud nel 1899 definì come “qualsiasi cosa disturbi l’andamento del lavoro analitico”, descrive il “muoversi” della difesa all’interno della relazione terapeutica.

Resistenza e difesa sono concetti spesso usati indifferentemente per indicare uno stesso processo; in realtà, mentre i primi sono osservabili, i secondi non possono essere esperiti in modo immediato, ma solo dedotti dalla resistenza stessa, della quale costituiscono il processo basico di funzionamento psichico. Dopo il saggio sulla relazione tra il motto di spirito e l’inconscio (1905), il termine “difesa” (Abwehr) non ha più occupato una posizione privilegiata nella teoresi freudiana ed è stato sostituito con il termine generico di “rimozione” (Verdrangung). É in Inibizione, Sintomo e Angoscia (1925) che Freud torna a considerare i diversi meccanismi di difesa come modalità differenziate di gestione degli affetti.

Tuttavia, sette anni dopo, nelle lezioni introduttive alla psicoanalisi (1932), saranno citate solamente quattro difese: rimozione, sublimazione, spostamento e formazione reattiva.

In seguito, nelle lezioni del 1936, Freud parlerà di una “straordinaria abbondanza” di meccanismi difensivi al servizio dell’Io, rimandandone però un’analisi più approfondita e dettagliata al lavoro della figlia Anna. Fu proprio Anna Freud, in collaborazione con James Strachey (1936), a fornire una prima scrupolosa analisi della varietà e della forza dei meccanismi di difesa. Dopo quasi trent’anni di lavoro, i risultati delle ricerche vennero sistematizzati nell’Indice Hampstead, che si definiva come un primo tentativo di standardizzare materiale clinico relativo ai processi difensivi. Nell’Indice Hampstead le difese sono considerate come meccanismi e funzioni finalizzate a tenere lontana la coscienza da sentimenti, idee, pulsioni e sentimenti egodistonici. Una distinzione importante veniva posta tra meccanismo di difesa, che indica uno specifico meccanismo operativo, e misura difensiva, che descrive una manifestazione a carattere difensivo nell’ambito della quale non è possibile individuare uno specifico meccanismo di difesa. Sebbene soggetto a numerose critiche, l’Indice Hampstead resta storicamente un passo fondamentale per l’integrazione tra teoria, clinica e ricerca nella definizione dei meccanismi di difesa e della loro correlazione con l’assetto gerarchico, la maturità e la salute dell’Io. Dal lavoro di Anna Freud, il dibattito teorico sull’origine ed il significato di un sistema psichico difensivo è andato incontro a nuovi sviluppi, organizzandosi inevitabilmente secondo le diverse scuole di pensiero (De Blasi, 2009).

Le difese potevano così essere studiate a partire dal modello funzionale/intrapsichico (Brenner), dalla psicologia dell’Io (Hartmann), dalla teoria delle relazioni oggettuali ripresa da Kernberg, dall’ipotesi bipersonale (Modell e Baranger), dalla psicologia del Sé (Kohut).

Con la consapevolezza della necessità di passare da ipotesi teoriche multiformi al riconoscimento di un terreno clinico comune (quel common ground indicato da Wallerstein nel 1992), negli ultimi decenni i meccanismi difensivi sono stati studiati dal punto di vista dei loro contenuti e della possibilità clinica di riconoscerli, classificarli, valutarli.

Questo “terreno comune”, che in parte trova la sua giustificazione nella prassi clinica, porta oggi a definire i meccanismi di difesa come processi inconsci inferiti che mediano tra impulsi, desideri e affetti da un lato e proibizioni internalizzate o la realtà esterna dall’altro.

Da una tale definizione si evince che:

  1. a) le difese sono una risposta automatica individuale a situazioni di stress interne o esterne;
  2. b) le difese sono generalmente automatiche e funzionano senza sforzo conscio e spesso senza la consapevolezza del soggetto;
  3. c) gli individui tendono a “specializzarsi” utilizzando in modo caratteristico le stesse difese nelle stesse situazioni;
  4. d) le difese tendono a svilupparsi lungo un continuum di adattamento/disadattamento.

Fatta questa premessa, è tuttavia importante sviluppare una riflessione metapsicologica e teorico/clinica volta ad approfondire se la concettualizzazione e la classificazione dei meccanismi di difesa debba seguire un criterio “orizzontale”, secondo l’impostazione data nel 1936 da Anna Freud (un criterio legato alla comparsa dei meccanismi di difesa attraverso un ordine cronologico e quindi “evolutivo”), o un criterio “verticale”, così come proposto dalla sistematizzazione di Gedo e Goldberg del 1973, (cioè legato ad una loro organizzazione gerarchica basata su caratteristiche intrinseche quali, ad esempio, il grado di complessità o il livello di distorsione della realtà).

I due criteri così descritti, tuttavia, non si delineano necessariamente come impostazioni pensabili in “compartimenti stagni”; in tal senso, risultano apprezzabili i tentativi di coniugare il livello temporale e quello gerarchico della concettualizzazione delle difese come si evince dal lavoro di Vaillant (1971-1977) o dall’impostazione teorica di Lichtenberg (1971-1972).

Vaillant si serve esplicitamente della dimensione temporale per costruire una gerarchia di difese basata sul livello di maturità, collocando i singoli processi difensivi lungo un continnum che esprime due dimensioni diverse ma intimamente correlate: 1) maturità/immaturità e 2) salute mentale/psicopatologia. Nel modello proposto, le difese di livello più basso sono definite “narcisistiche” (in riferimento alla linea di sviluppo) e anche “psicotiche” (in riferimento al grado severo di patologia). Le difese che appartengono al livello successivo vengono definite “immature” (livello di sviluppo), ma quelle che appartengono ad un livello successivo sono chiamate “nevrotiche” (livello di patologia).

Infine, con il livello più alto delle difese “mature”, si torna ad una dimensione legata allo sviluppo (vedi tabella 1). Attraverso l’osservazione dello “stile di vita” del soggetto, Vaillant, inoltre, propone di studiare i meccanismi difensivi come “processi” funzionali e quindi non tanto e non solo nella loro qualità strutturale di fenomeni intrapsichici.

Il compito dei meccanismi difensivi è dunque quello di intervenire per “contenere” la sofferenza psichica entro limiti tollerabili nel caso di repentini mutamenti dell’equilibrio emotivo (ad esempio perdite oggettuali imprevedibili), di ristabilire l’omeostasi psichica attraverso il differimento nel tempo o la riduzione dell’improvvisa crescita delle pulsioni istintuali, oppure di tollerare l’ansia sviluppata nella relazione oggettuale.

Una tale impostazione può essere quindi sintetizzata attraverso lo schema che segue:

Livello I

Difese narcisistiche:

proiezione delirante, diniego psicotico, distorsione della realtà esterna.

 

Comune in individui sani prima dei 5 anni, nei sogni e nelle fantasie degli adulti; presente nei disturbi dell’area psicotica.

Livello II

Difese immature:

proiezione, fantasia schizoide, ipocondriasi, acting-out, dissociazione.

 

 

Comune in individui sani tra i 3 e i 15 anni; presente nei disturbi del carattere e in adulti in psicoterapia.

Livello III

Difese nevrotiche:

formazione reattiva, spostamento, intellettualizzazione, rimozione.

 

Comune in individui sani dai 3 ai 90 anni; presente nei disturbi nevrotici e negli adulti sotto stress.

Livello IV

Difese mature:

altruismo, umorismo, anticipazione, sublimazione, repressione.

 

Comune in individui sani dai 12 ai 90 anni.

         Tabella 1

Sul rapporto gerarchia/sviluppo, alcuni elementi interessanti provengono dal lavoro proposto da Lichtenberg, il quale mette in rilievo come l’Io adotti espedienti cognitivo/percettivi a scopo sia adattativo sia difensivo e come, se usati ripetutamente, tali espedienti si strutturino in “meccanismi di difesa” propriamente detti.

Nell’accezione teorica di Lichtenberg, quindi, i meccanismi di difesa possono “psicodinamicamente” svilupparsi solo quando i mezzi cognitivo/percettivi necessari per il loro funzionamento sono disponibili.

Il prospetto metapsicologico che ne consegue considera di leggere il carattere patologico di una difesa in base alla relativa inadeguatezza rispetto alla fase di sviluppo in cui si trova il soggetto.

Sui binari di questo prospetto teorico, l’attenzione verso l’incidenza dello sviluppo e degli aspetti cognitivo/percettivi nella strutturazione dei meccanismi difensivi portò White (1974) e Holland (1990) a intendere il rapporto difesa/adattamento secondo tre dimensioni:

1) Defence: utilizzare risposte riflesse associate a situazioni di pericolo/salvezza;

2) Mastery: effettuare prestazioni di successo nel rispondere alle esigenze sollevate da determinati compiti;

3) Coping: affrontare situazioni difficili e/o insolite che richiedono lo sviluppo di nuove manovre strategiche e di comportamenti efficaci.

Cramer (1991) sintetizzò che la relazione tra meccanismi di difesa, coping ed adattamento può essere studiata alla luce di tre ipotesi fondamentali:

1) l’Io è provvisto di meccanismi di base disponibili per risolvere i grandi problemi della vita e tali meccani-smi possono essere utilizzati sia a scopo adattativo che a scopo difensivo;

2) le difese patologiche sono meccanismi adattativi “andati a male” in seguito a specifiche distorsioni;

3) le difese sono sempre presenti e non sempre necessariamente patologiche, anche se, dal momento in cui alterano l’esame di realtà ed indeboliscono l’Io, tendono a favorire l’espressione dei quadri psicopatologici.

Da queste premesse, è possibile quindi specificare le caratteristiche di funzionamento dei meccanismi di difesa che maggiormente si pongono all’attenzione dell’interesse psicologico clinico.

Seguendo l’impostazione proposta da Gabbard (1992), per semplicità espositiva, i meccanismi di difesa sono presentati sulla base di due categorie: quelli più maturi, di tipo nevrotico, e quelli più primitivi, di tipo psicotico (Lingiardi, Madeddu, 1984).

Tra le difese nevrotiche si possono considerare:

Rimozione: storicamente è il primo meccanismo difensivo individuato da S.Freud; è caratterizzato da un processo operativo inconscio che elimina dalla consapevolezza desideri, fantasie, pensieri, esperienze o sentimenti inaccettabili perché fonti di conflitto e di stress.

Proiezione: i conflitti e le fonti di stress interno o esterno vengono affrontati attribuendo erroneamente ad un altro oggetto, generalmente minaccioso o affine, sentimenti, pensieri o impulsi non riconosciuti come propri.

Spostamento: i sentimenti rivolti nei confronti di un oggetto specifico vengono reindirizzati inconsciamente su un altro oggetto, di solito vissuto come meno minaccioso.

Formazione reattiva: un desiderio o un impulso inaccettabile viene gestito adottando un tratto di carattere, un comportamento, pensieri e sentimenti di tipo diametralmente opposto.

Isolamento affettivo: evita l’affetto separandolo dall’ideazione ad esso correlato; il processo di funzionamento psichico tende quindi ad operare una separazione “cognizione/emozione”.

Annullamento retroattivo: implica una forma di pensiero magico in cui un’azione simbolica viene agita per capovolgere l’effetto percepito di un’azione o di un pensiero precedentemente portati a termine.

Somatizzazione: i sentimenti dolorosi vengono trasferiti su parti del corpo.

Razionalizzazione: i conflitti emotivi e le fonti di stress interno o esterno vengono affrontati attraverso una forma di pensiero volta a costruire spiegazioni rassicuranti o utili, ma inesatte, per giustificare il comportamento proprio o altrui.

Intellettualizzazione: i conflitti emotivi e le fonti di stress interno o esterno vengono affrontati attraverso l’uso eccessivo di pensiero astratto, al fine di evitare sentimenti disturbanti.

Sempre in questa sintetica classificazione, a partire dall’accezione teorica proposta da Vaillant (1977), è possibile considerare come meccanismi di difesa tipicamente nevrotici:

Conversione: modalità simbolica di esprimere un conflitto psichico in termini fisici.

Repressione: eliminazione conscia dalla propria mente pensieri o sentimenti inaccettabili.

Altruismo: subordinazione dei propri bisogni ed interessi a quelli altrui.

Sublimazione: pensieri o sentimenti potenzialmente conflittuali vengono incanalati in alternative socialmente accettabili o condivisibili con gli altri.

Umorismo: la tensione correlata ai conflitti e alle fonti di stress interne o esterne viene alleviata attraverso l’ enfatizzandone degli aspetti divertenti o ironici dell’esperienza vissuta.

Nell’ambito dei meccanismi di difesa primitivi, che generalmente caratterizzano i disturbi di personalità e le psicosi, è invece possibile individuare:

Scissione: “processo inconscio che separa attivamente gli uni dagli altri i sentimenti contraddittori, le rappresentazioni di Sé e le rappresentazioni dell’oggetto” (Gabbard, 1992).

Identificazione proiettiva: processo difensivo inconscio attraverso cui un affetto o un impulso inaccettabile viene disconosciuto e proiettato su un altro oggetto che viene vissuto come il reale promotore di quell’affetto o di quell’impulso. A differenza della proiezione semplice, ciò che viene proiettato non è totalmente disconosciuto ma erroneamente interpretato come reazione giustificabile nei confronti dell’oggetto (Lingiardi, Madeddu, 1994).

Introiezione: un oggetto esterno viene simbolicamente assunto o assimilato come parti di se stessi.

Diniego: disconoscimento diretto e massiccio di dati sensoriali esperiti in modo altamente traumatico.

In seno alla ricerca empirica sui meccanismi di difesa, inoltre, sono molti i lavori che hanno in comune il tentativo di fornire dati ed indicazioni ottenuti mediante metodologie il più possibile standardizzate.

Tra questi è utile ricordare:

La scala R-S di Byrne, dove la polarità R che indica i “repressore” (soggetti con un’alta soglia di percezione) e la polarità S che indica i “sensitizers” (soggetti con una bassa soglia di percezione), vengono confrontate con i comportamenti difensivi.

La scala di Norma Hann, dove vengono valutate le difese strutturate (spostamento, proiezione, razionalizzazione, isolamento e formazione reattiva) e le difese primitive-anticognitive (repressione, diniego e dubbio).

Il DMI (Defense Mechanism Inventory), in cui sono valutati i meccanismi di difesa coinvolti, il modo di affrontare il conflitto e l’espressione di tale modalità.

La EGO profile scale, proposta da Semrad, Grinspoon e coll., in cui il concetto di difesa viene compreso ed inserito all’interno delle relazioni con oggetti significativi.

Il DSQ (Defense Style Questionnaire), in cui la difesa è letta come “processo” di adattamento in funzione di conflitti interni e/o esterni.

Il DMRS (Defense Mechanism Rating Scale) di Perry, in cui attraverso un’intervista strutturata si raccolgono indicazioni per una valutazione qualitativa e quantitativa dei meccanismi di difesa utilizzati dal soggetto.

 

 

 

 

 

 

Alcune note sul processo di mentalizzazione in psicologia clinica

 

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Crisi dell’ortodossia psicoanalitica e nascita del concetto

Le revisioni critiche al modello freudiano coincidono storicamente con la nascita di nuove teorie psicodinamiche.

In tal senso, lo studio dei processi di mentalizzazione sembra rispondere alla necessità di far fronte al progressivo declino della ortodossia psicoanalitica, attraverso una teoria ed una prassi psicodinamica in cui proprio la mentalizzazione viene assunta a principio sistemico e clinico. L’impostazione teorica avanzata da Fonagy ed Allen (2006)[1] nasce dall’esigenza di rivisitare gli assunti dell’unità dottrinale della psicoanalisi e propone un lavoro di riformulazione pensato al fine di sviluppare un modello teorico e tecnico in linea con le reali domande di intervento psicoterapeutico ed adeguato rispetto al trattamento dei disturbi borderline di personalità. Nel sottolineare il rischio di una imminente “morte della psicoanalisi”, il modello psicodinamico che fa riferimento alla mentalizzazione non si limita quindi a stimolare una nuova prospettiva metapsicologica, mirata ad evolvere il comune background storico e terminologico di chiara matrice psicoanalitica, ma tenta di individuare le cause della crisi storica e attuale della teoria freudiana, con lo scopo di proporre una possibile risoluzione interpretativa al conflitto dialettico tra dimensione intrapsichica e dimensione interpersonale.

La premessa epistemologica sollevata da Fonagy e Allen stimola l’esigenza di superare il rischio della rigidità dottrinale del modello psicoanalitico e, soprattutto in merito alle frequenti discrepanze tra teoria e pratica in psicoanalisi, mette in rilievo come la continua nascita di nuove teorie psicodinamiche sia in aperto contrasto con il sostanziale immobilismo delle metodologie cliniche che, al contrario, si mantengono troppo aderenti e stabili rispetto alla cornice tradizionale. In linea con questa ipotesi interpretativa, la carenza “pratica”, additata dagli oppositori della psicoanalisi come ragione stessa del declino del modello pulsionale, troverebbe le sue cause principali in una chiara ragione “storica”, sancita dall’inte-resse predominante di Freud per gli aspetti teorici e metapsicologici della teoria rispetto a quelli clinici, spesso determinati da un implicito procedimento “per prove ed errori”. Se è possibile ipotizzare che nel sistema freudiano fosse presente una dicotomia metodologica tra teoria e pratica clinica, sul piano pratico della psicologia clinica, dove Freud si trovava a diretto contatto con l’esperienza psichica, l’attenzione psicoanalitica tende a sovradeterminare le tematiche dell’interiorità umana attraverso un metodo terapeutico autenticamente “dialogico”, fondato sulla più incondizionata autonomia della personalità umana[2].

Sulla falsariga di questa “tradizione”, ogni psicoanalista cercherebbe nella sua esperienza clinica una conferma a volte forzata dei presupposti teorici di base, dando vita ad una cultura dell’interpretazione che, negando il principio scientifico di falsificabilità, rischia di trascurare, più o meno consapevolmente, ogni verifica negativa[3].

Per queste ragioni, il limite della psicoanalisi si identificherebbe nel predominante “induttivismo enumerativo” riferibile alla pura raccolta di situazioni aprioristicamente coerenti con una premessa che, a differenza delle altre discipline scientifiche, rinuncia ad un rigoroso e continuo confronto tra teoria e tecnica.

In altri termini, nell’ipotesi sostenuta da Fonagy e Allen, la stasi dell’evoluzione metodologico-clinica in psicoanalisi avrebbe innescato un pericoloso circuito di autoreferenzialità teorico-tecnica. Questo aspetto comporterebbe l’“empirizzazione” di ogni assunto psicologico, decadendo spesso in un immediato quanto riduzionistico pragmatismo.

Nell’accezione di Fonagy (2001), inoltre, la mancanza di connessione tra teoria e tecnica sarebbe la causa dell’attuale “eclettismo metodologico” e dell’evidente paradosso per cui i modelli psicologico/clinici tendono a focalizzare l’attenzione su aspetti particolari e circostanziali delle problematiche del paziente, finendo per cercarvi conferma sulla base delle posizioni teoriche di partenza anziché nell’ambito di un più complesso ed organico sistema teorico-tecnico[4].

Nel 2003, a riprova della scarsa scientificità attribuibile alla pratica clinica in psicoanalisi[5], Fonagy osservava come la ricostruzione della storia dei vissuti del paziente possa apparire dubbia dal punto di vista della veridicità oggettiva perché gli stessi resoconti clinici sembrano assumere la forma di una “realtà narrativa” non del tutto “vera”, costruita cioè su una sorta di sottile collusione tra analista e paziente, non del tutto fedele alla “realtà dei fatti” [6].

Rispetto ai modelli teorici che divergono dall’ortodossia psicoanalitica, 1) le correnti fenomenologiche si oppongono alla pretesa di ridurre il problema della personalità al puro livello psicobiologico, rivendicandone l’assoluta originalità come Erlebnis, cioè un vissuto mai riducibile al puro biologismo[7]; 2) i modellli socio-culturali ed interpersonali (Horney, Sullivan, Fromm) sottolineano l’esigenza di superare i limiti della teoria pulsionale di chiara matrice psicoanalitica considerata inidonea a cogliere in modo esaustivo la complessità della vita psichica e l’importanza del contesto sociale.

In questo senso, l’approccio di Sullivan, rivisitato ed attualizzato da Fonagy e Allen, sottolinea come la motivazione fondamentale di ogni comportamento umano sia rappresentata dall’intenzione “sociale” di stabilire una relazione con l’alterità, il cui fondamento è sempre da ricercare sul piano intersoggettivo e non, quindi, su un piano pulsionale.

Sulla base di queste premesse, l’impronta teorica di Fonagy e Allen (2006) si sviluppa nell’intento di superare il problema del rapporto tra psicologia e scienza, attraverso una metodologia volta ad “attualizzare” le tematiche che caratterizzano la teoresi psicodinamica rispetto alla sistematicità di una psicologica concretamente “scientifica”.

Nell’ipotesi formulata dagli Autori si renderebbe necessaria l’assunzione di una formula logica e interpretativa che pone al centro dell’interesse teorico e clinico la contraddizione dialettica che caratterizza la vita psichica, specchio di una costante problematizzazione del rapporto tra Io e mondo esterno, Se ed Altro, mondo interno e mondo esterno, e frutto del più complesso conflitto dinamico definito dalla costante oscillazione esperienziale tra intrapsichico ed interpersonale.

Aspetti specifici del concetto di mentalizzazione

La teoria psicodinamica che fa riferimento al concetto di mentalizzazione si caratterizza per un significativo eclettismo terminologico.

In primo luogo, il termine mentalizzazione evidenzia le influenze delle teorie cognitiviste che cercano di individuare un processo di funzionamento mentale compatibile con le recenti scoperte neuroscientifiche, nel tentativo, in ultima analisi, di spiegare l’attività psichica e le sue rappresentazioni in funzione della neurofisiologia.

Da tali premesse, il concetto di regolazione affettiva che fa da sfondo a quello di mentalizzazione si può ricollegare, invece, alle teorie psicoanalitiche in cui si usa il termine affetto, e non sentimento, per riferirsi ad un derivato di pulsioni istintuali[8].

La mentalizzazione, inoltre, è complementare alla “comprensione esperienziale dei sentimenti”, che richiama una dimensione più marcatamente fenomenologica: nel corso dell’età evolutiva, la crescita del soggetto non sarebbe proporzionale alle sue semplici acquisizioni intellettuali, ma rivestirebbe un ruolo fondamentale in un processo attivo di “esperienza dei sentimenti”.

Su un piano terminologico, se Holmes declama apertamente quelle che possono essere definite come le origini concettuali del mentalizzare (psicologia cognitiva, Bion e le relazioni oggettuali, psicoanalisi francofona e la psicopatologia evolutiva di Winnicott), nell’accezione teorica di Fonagy e Allen la mentalizzazione fa da eco a quelli che vengono indicati come i principali cugini concettuali (Allen, Fonagy, 2006, La mentalizzazione. Psicopatologia e trattamento, trad. it. Il Mulino, Bologna, 2008, pp.43-52):

  1. l’Empatia (implicita e cognitiva), che in base alle recenti scoperte sui neuroni a specchio è confermata come capacità evolutiva di sintonizzarsi con gli stati affettivi dell’altro (Rogers, 1951, 1952; Gallese, 2001; Preston, Waal, 2002);
  2. l’Intelligenza Emotiva, che consente di percepire, esprimere, assimilare, capire, analizzare e regolare l’emozione (Mayer, Salovey, 1997; Mayer, Salovey, Caruso, 2000);
  3. la Capacità mentale psicologica e l’Intuizione, come abilità di identificare le componenti dinamiche ed intrapsichiche (McCallum, Piper, 1996) ed individuare le relazioni nell’insieme dei pensieri, dei sentimenti e delle azioni, con il fine di apprendere i significati e le cause delle esperienze e dei comportamenti (Appelbaum, 1973);
  4. la Pienezza della consapevolezza mentale, in qualità di attenzione aperta e ricettiva nei riguardi dell’esperienza corrente del qui ed ora (Brown, Ryan, 2003);
  5. la Razionalità e la Capacità di agire intenzionalmente, attraverso un Sé agente e differenziato (Allen, 2006);
  6. l’Immaginazione, nell’accezione più specifica di spazio transizionale come area potenziale di sviluppo che definisce una dimensione di sintesi creativa tra soggettivo ed oggettivo (Winnicott, 1971).

Il modello psicodinamico della mentalizzazione

La mentalizzazione si riferisce ad un costrutto teorico altamente complesso, elaborato a partire da una sintesi creativa tra le diverse matrici scientifiche che caratterizzano molti degli attuali modelli psicodinamici della mente.

Nell’intento di Fonagy e Allen (2006), il modello psicodinamico che si riferisce alla mentalizzazione è in grado di rispondere alla necessità di sintonizzare la teoria e la prassi psicoterapeutica rispetto alle attuali richieste di cura, in particolar modo rispetto alle organizzazioni borderline di personalità e ai disturbi narcisistici. Da tali premesse, inoltre, le potenzialità esplicative che definiscono la mentalizzazione consentirebbero di superare l’empasse che caratterizza il conflitto tra la dimensione intrapsichica e la dimensione sociale dell’esperienza umana.

La vasta rassegna delle teorie psicodinamiche dimostra il costante evolversi di un sapere scientifico che, a partire dal modello pulsionale di Freud, ha progressivamente spostato l’attenzione sulle funzioni dell’Io, per arrivare alla teoria delle relazioni oggettuali, secondo cui lo sviluppo del bambino è imprescindibile dalla relazione diadica con la madre e dalle rappresentazioni interne del campo interpersonale.

A tale proposito, i concetti kleiniani e post-kleiniani hanno fornito efficaci correlazioni tra il rapporto madre-bambino e quello tra analista-paziente ed hanno sottolineato l’importanza dell’impatto emotivo sullo sviluppo delle capacità cognitive.

In parallelo a tali teorie si è sviluppata la Psicologia del Sè di Kohut che sottodetermina l’interesse per la teoria pulsionale rispetto all’istanza del raggiungimento di un Sé coeso e integrato (attraverso la funzione di rispecchiamento, ovvero di “oggetto-Sé”, da parte del caregiver), il cui deficit, in termini di narcisismo patologico, porterebbe allo slatentizzarsi di aggressività e all’isolamento delle pulsioni sessuali.

Avallando una sintesi integrativa tra i principali nuclei esplicativi che hanno caratterizzato le diverse sfumature della teoria delle relazioni oggettuali, il modello a cui fa riferimento la mentalizzazione è quindi sviluppato sulla base dele osservazioni empiriche che caratterizzano l’Infant Research e l’approccio neuroscientifico e focalizza l’interesse clinico sulla capacità di comprendere il comportamento interpersonale in termini di stati mentali.

In qualità di funzione riflessiva, acquisita nell’ambito delle prime relazioni di attaccamento, la mentalizzazione risulta fondamentale ai fini della organizzazione del Sé e della regolazione affettiva che contraddistingue la complessità dei rapporti interpersonali di socializzazione.

Da queste premesse, la mentalizzazione è definita come processo per mezzo del quale la comprensione del Sé, in qualità di “agente mentale”, si sviluppa dall’esperienza interpersonale e, in particolar modo, dalle prime relazioni oggettuali.

Nell’accezione teorica di Fonagy e Allen (2006), l’esperienza infantile di “avere” una mente o un Sé psicologico distinto dall’alterità non sarebbe dipendente da fattori genetici ma risulterebbe dall’interazione, nel corso dell’età evolutiva, con menti più mature, riflessive, “sufficientemente buone” e sintoniche.

La mentalizzazione sarebbe quindi un processo integrativo tra i fattori autoriflessivi e le dinamiche interpersonali che, in mutua combinazione consentirebbero al bambino di distinguere la realtà esterna da quella interna e, in particolare, le emozioni interiori dagli eventi interpersonali.

Per queste ragioni, la mentalizzazione non è solo un meccanismo cognitivo o puramente “sociale”, ma è strettamente connessa al concetto dinamico di regolazione affettiva che implica la capacità di modulare i propri stati emotivi all’interno di un processo di maturazione fondamentale per l’acquisizione di un autentico e coerente senso di Sé.

L’obiettivo del trattamento psicoterapeutico sarebbe pertanto quello di raggiungere una sufficiente “affettività mentalizzata”, che definisce una capacità matura di regolazione affettiva e che, nell’ipotesi formulata da Fonagy e Allen, rappresenta la comprensione esperienziale dei sentimenti in un modo che và ben oltre la comprensione intellettuale.

I concetti di regolazione affettiva e mentalizzazione presentano significativi punti in comune con le precedenti teorie evolutive: in particolar modo, analogamente alla teoria dell’attaccamento di Bowlby, è riconosciuto il ruolo centrale di un ambiente che permetta la comprensione, da parte del bambino, degli stati mentali degli altri e del Sé.

Sono inoltre evidenti le influenze del modello bioniano, sopratutto nell’accezione in cui il bambino cercherebbe nel genitore una rappresentazione interna del proprio stato mentale per raggiungere un’adeguata regolazione affettiva sulla base di un gioco incrociato di identificazioni e controidentificazioni proiettive (con lo scopo di “pensare i propri pensieri” utilizzando la capacità della madre di “contenere” e “modulare” mentalmente stati affettivi riconosciuti come intollerabili). Di conseguenza, solo un’armonica sintonizzazione affettiva permetterebbe quella “continuità ad esistere” (Winnicott, 1965, 1971) fondamentale per una modalità di attaccamento maturo e necessaria allo sviluppo del pensiero simbolico-rappresentazionale.

La teoria evolutiva che fa da sfondo al concetto di mentalizzazione presuppone che, in un processo di sviluppo sufficientemente adattativi, il bambino (sin dalla nascita) possa sintonizzare il suo mondo interno con una realtà esterna caratterizzata da un contesto relazionale sicuro ed accogliente, in cui poter sperimentare se stesso come entità psichica diversa ed autonoma ma complementare rispetto agli oggetti del campo sociale.

Per fronteggiare il conflitto esperienziale provocato dalla proiezione delle proprie fantasie all’esterno (posizione schizoparanoide), il bambino dovrebbe acquisire un modello interno della mente che funzioni attraverso una capacità rappresentazionale del “come se”, tale per cui sia possibile pensare che lo stato interno possa essere differenzialmente “giocato” nel complesso degli eventi sociali e sufficientemente condiviso nelle relazioni con le principali figure di accudimento.

In tal senso, all’interno di un contesto relazionale sintonico, anche gli affetti legati all’aggressività possono essere vissuti attraverso rappresentazioni interne non catastrofiche.

Sul piano delle rappresentazioni oggettuali, solo quando le due modalità (interno ed esterno) risultano integrate (normalmente verso i quattro anni di età) si arriverebbe infine alla capacità di mentalizzare che, nell’accezione di modalità riflessiva, diventa la dimensione necessaria per uno sviluppo esente da rischi patologici, in cui gli stati mentali possono essere esperiti come rappresentazioni e modelli interni costanti, caratterizzanti la coerenza e la nuclearità del Sé ma, allo stesso tempo, condivisibili con gli altri.

Psicodinamica e psicopatologia della mentalizzazione: implicazioni teoriche e cliniche

La teoresi psicopatologica che sovradetermina il concetto di mentalizzazione è in stretta relazione con una coerente impostazione evolutiva.

Nel modello presentato da Fonagy e Allen (2006), si sottolinea come una persistente equiparazione confusiva tra mondo esterno e dimensione interna, secondo la modalità della “equivalenza psichica”, sarebbe dominante nel mondo soggettivo di pazienti con gravi disturbi di personalità (ad esempio i pazienti affetti da disturbo borderline di personalità).

L’assunto, condiviso della maggior parte degli psicoanalisti contemporanei, è che il bambino sia dotato fin dalla nascita di una serie di complesse capacità mentali che consentono di regolare in modo attivo la relazione con l’ambiente e, in particolare, con le principali figure di accudimento.

Ciò comporta un evidente grado di responsabilità da parte del caregiver, in quanto, come evidenziato da Bowlby (1969, 1973, 1979, 1988), nella relazione con il bambino esiste sempre una mutualità reciproca dei sistemi di regolazione affettiva che facilitano i processi di interiorizzazione e di sviluppo delle funzioni simboliche.

Da tali premesse, risulta chiaro che la qualità del processo di attaccamento interferisce e determina la capacità di mentalizzare. Un attaccamento sicuro, infatti, consente al bambino di esercitare la più adeguata “attenzione relazionale” nei processi di regolazione affettiva e nello sviluppo delle capacità cognitive e simboliche[9].

Una delle capacità della mente umana è quella di usare la percezione del proprio stato mentale e dello stato mentale dell’altro come base per prevedere il comportamento reciproco.

Il processo dinamico che consente di distinguere le rappresentazioni del Sé e degli altri “diversi dal Sé” si definisce in qualità di “teoria della mente” e come principio organizzatore dell’esperienza soggettiva ed interpersonale (che equivale alla possibilità di comprendere le proprie idee e quelle dell’altro per poi prevederne correttamente le aspettative)[10].

A partire da tali premesse, la possibilità di concepire e mettere in relazione gli stati mentali propri e altrui, consci e inconsci, caratterizza in modo specifico la “capacità di mentalizzare”.

In questo senso, le questioni evolutive sollevate da Fonagy e Allen rimandano esplicitamente alla teoria dell’attaccamento e all’importanza dell’attaccamento “sicuro” quale risultato di un buon contenimento da parte della madre (impegnata in una funzione di holding che permetta al bambino di sviluppare una teoria della mente sufficientemente adattativa).

In sintesi, la funzione riflessiva e la capacità di mentalizzare coincidono con il raggiungimento di una tappa evolutiva che consente al bambino di rispondere non solo al comportamento degli altri, ma anche alla concezione dei reciproci sentimenti, credenze, speranze, aspettative e progetti.

La mentalizzazione garantisce al bambino la maturità necessaria per leggere e comprendere la mente delle persone con cui condividere in modo adattativo il contesto relazionale, sperimentandosi come soggetto attivo.

Durante l’età evolutiva, se si adotta una interpretazione relazionale della mente, lo sviluppo della comprensione degli stati mentali è contenuto nel mondo sociale della famiglia, con la sua rete interattiva di esperienze emotive complesse che vanno a costituire il contesto primario ed il tessuto emozionale in cui prendono forma gli aspetti psicologici e psicopatologici della funzione riflessiva e della mentalizzazione.

In particolare, la relazione con un genitore distanziante o, al contrario, troppo preoccupato ed ansioso, porterebbe in entrambi i casi ad un rispecchiamento affettivo patologico e socialmente disfunzionale per cui, in altri termini, il bambino può sperimentarsi come incapace di creare quella “rappresentazione secondaria” necessaria per stabilire il senso di un confine fra Sé e l’Altro[11].

Altra conseguenza di un inadeguato rispecchiamento genitoriale è lo sviluppo di un Sé “estraneo” che non riesce a rispecchiarsi nella mente della madre (Falso Sè) ed è costretto ad una erronea interiorizzazione dello stato mentale dell’oggetto come parte nucleare di se stesso.

In tal senso, la disorganizzazione del Sé porta ad una frammentazione delle relazioni di attaccamento, creando altresì un bisogno costante di identificazione proiettiva, in una sorta di esternalizzazione del Sé “estraneo” utilizzata con modalità difensive in qualsiasi relazione potenzialmente intima.

Successive esperienze di traumi relazionali potrebbero indurre il bambino a dissociarsi dalla sofferenza, usando il Sé “estraneo” per identificarsi con l’aggressore e percependo se stesso come distruttivo e, in alcuni casi, mostruoso.

La possibilità di sopravvivere ad esperienze traumatiche risulterebbe invece migliore se la mentalizzazione fosse liberamente disponibile e consentisse di interpretare il comportamento dell’aggressore.

A partire da queste considerazioni, Fonagy ed Allen (2006) sostengo che in ambito clinico il compito dello psicoterapeuta risulta simile a quello del genitore, con la duplice funzione di “contenere” le angosce del paziente e di mettere in evidenza il “carattere rappresentazionale” del suo pensiero (come anticipato da Bion attraverso il concetto di Reverie e di sviluppo da trasformazione in K ed evoluzione in O).

Sulla base di tali premesse, il setting analitico dovrebbe focalizzarsi sull’esperienza transferale attuata nel qui ed ora analitico dal paziente, mentre i cosiddetti enactments, ovvero i momenti in cui il paziente è costretto ad esternalizzare le parti estranee del Sé, sarebbero le situazioni ed i “punti d’urgenza” in cui il terapeuta, in linea con una buona alleanza terapeutica, viene a contatto con la vera interiorità del paziente.

Conclusioni

L’apparato concettuale che fa riferimento alla mentalizzazione dimostra l’evidente pregio di armonizzare in un modello coerente i principi basilari della teoria delle relazioni oggettuali, della tecnica psicoterapeutica che privilegia la nozione di campo bi-personale e della ricerca in ambito psicodinamico.

Sul piano della ricerca, la mentalizzazione ha il merito di fondare le sue basi metodologiche sulle moderne indagini neuroscientifiche e sulle più classiche tecniche di osservazione (Infant Research).

Teoricamente, quello proposto da Fonagy e Allen (2006) è un modello volto ad integrare i principali nuclei esplicativi della teoria delle relazioni oggettuali e della teoria dell’attaccamento in un sistema speculativo che, allo stesso tempo, risolve in modo produttivo l’oscillazione dialettica tra intrapsichico ed interpersonale e contiene le potenzialità per comprendere i disagi psichici nei termini di sviluppo e di psicopatologia.

Altresì, nella sua valenza clinica, le linee guida che derivano dal concetto di mentalizzazione consentono di calibrare al meglio l’intervento psicoterapeutico sulla base delle caratteristiche più importanti della dimensione analitica pensata come campo bipersonale.

In tal senso, il lavoro di Fonagy e Allen persegue l’intento di sistematizzare con puntualità una teoria della tecnica specifica, che trova nella dimensione clinica la sua più importante giustificazione a partire dalla necessità di rispondere alle domande di cura da cui principalmente emergono le organizzazioni borderline di personalità e i disturbi narcisistici.

La mentalizzazione sembra dunque rispondere in modo adeguato alla necessità di superare l’ambivalenza legata ai modelli teorico-tecnici “integrati”, proponendo un modello d’intervento valido e coerente al suo interno, al contempo capace di colmare le lacune scientifiche che storicamente hanno caratterizzato la crisi dell’ortodossia psicoanalitica.

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[1] Fonagy, P., Allen, J.C. (2006), La mentalizzazione. Psicopatologia e trattamento, trad. it. Il Mulino, Bologna, 2008.

[2] Nello stesso tempo, però, sul piano teorico, si ritrova in Freud la costante tentazione di interpretare i problemi dell’interiorità psichica e della personalità umana attraverso una visione fondata sui principi del riduzionismo biologico. In “Introduzione al narcisismo” (Freud, 1914, pg.54), con riferimento al futuro della psicologia in relazione alle nuove scoperte biologiche e fisiologiche, si legge infatti che “forse queste risposte saranno tali da far crollare tutto l’artificioso edificio delle nostre ipotesi […] Probabilmente le carenze della nostra esposizione scomparirebbero se fossimo già nella condizione di sostituire i termini psicologici con quelli della fisiologia o della chimica”. In questo passaggio sembra emergere l’assunto di una impostazione organicistica e naturalistica che difficilmente si tradurrà, sul piano pratico, in un trattamento psicologico aderente in modo rigido e scientifico alla teoria di riferimento.

[3] Nella clinica psicoanalitica, in sintonia con quanto sostenuto da Stern (1985), il “paziente clinico”, costruito sulla base di teorie tendenti all’autoreferenzialità, avrebbe preso il posto del “paziente reale”, cioè quello osservabile ed osservato nel qui ed ora dell’esperienza analitica.

[4] Se infatti Green, alludendo alla frammentazione teorica e al proliferare di scuole e “sottoscuole”, parlava di “tanti stati nello Stato”, Fonagy (2001) preferisce usare la suggestiva metafora secondo cui ogni psicoanalista coltiverebbe “il suo orticello sempre più piccolo”.

[5] Discussione Fonagy-Blum sulla mailing-list dell’International Journal of Psychoanalysis (agosto 2003), cit. in The Italian on line psychiatric magazine (www.psychiatryonline.it/ital/fonagy.htm).

[6] Altre correnti teoriche “interne” alla psicoanalisi sembrano rivendicare un principio di maggiore autonomia “soggettiva” attraverso un concetto di Io riflessivo e un’attenzione alle modalità del suo sviluppo relazionale; esse non giungono, tuttavia, ad una vera riformulazione teoretica dei contenuti freudiani, restando a volte su un piano di ambiguità terminologica.

[7] A questo proposito Jaspers affiancò al metodo della “spiegazione” come ricerca dei nessi causali naturalistici, il metodo della “comprensione”, l’unico idoneo a cogliere intuitivamente e analogicamente le manifestazioni della vita psichica ed affettiva.

[8] L’Io sarebbe quindi concepito empiricamente come un contenitore vuoto e gli affetti come accadimenti spiegabili dal punto di vista biologico: in tal senso si potrebbe affermare che, come avviene a livello di qualsiasi altro apparato somatico, anche l’apparato psichico possa essere “affetto” da un processo patologico, che causerebbe un’alterazione della regolazione delle cariche libidiche.

[9] Questa possibilità esperienziale comporta una facilitazione del processo di mentalizzazione che si arricchisce fino all’organizzazione del pensiero verbale.

[10] Nel corso dell’età evolutiva è questa capacità rappresentazionale si sviluppa nel secondo e terzo anno di età e si affina al punto che fra i tre e i quattro anni il bambino è in grado di attribuire un’opinione ad un’altra persona.

[11] Se ciò accade, attraverso l’identificazione proiettiva, un’esperienza interna può diventare improvvisamente ed automaticamente esterna (come lo stile difensivo che caratterizza il paziente con disturbo borderline di personalità).

Le Crisi Psicosociali

 

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Lo psicoanalista americano Erik Erikson (1902-1994) ebbe il merito di elaborare una teoria psicosociale dello sviluppo che integra, in modo armonico, i presupposti del modello freudiano con i principi sociologici che fanno riferimento ai concetti di “mondo esterno” e di “realtà esterna” (De Blasi, 2009).

Parallelamente a questo pregio, la teoria di Erikson sovradetermina l’importanza di un’impostazione evolutiva costruita contemporaneamente sull’analisi del livello “normale” e del livello “patologico” di sviluppo psichico. Il tipo di preadattamento del neonato umano, meglio definito dall’attitudine a superare le crisi psicosociali attraverso diverse fasi epigenetiche, richiede, oltre a un “ambiente fondamentale” (quale può essere la diade madre/bambino nella dimensione del maternage), anche una serie di ambienti “sociali” più o meno “prevedibili” (famiglia allargata, gruppo dei pari, amici ecc.)

L’ambiente deve permettere e salvaguardare:

“[…] una serie di sviluppi più o meno discontinui, eppure culturalmente e psicologicamente coerenti, ognuno dei quali si estenda lungo tutto il raggio dei compiti vitali in espansione” (E.Erikson cit.in R.Friedman, 1999).

Questo processo fa dell’adattamento umano una questione di cicli vitali, che si sviluppano all’interno della mutevole storia della comunità in cui il soggetto è inserito.

Di conseguenza:

“[…] una sociologia psicoanalitica deve affrontare il compito di concettualizzare l’ambiente umano come tentativo persistente delle generazioni di collaborare allo sforzo destinato a fornire una serie integrata di ambienti mediamente prevedibili” (ibidem).

Le origini della teoria: il principio epigenetico e il concetto di Crisi 

Il progetto del ciclo della vita vide la luce alla metà degli anni Quaranta dello scorso secolo.

Con la puntuale collaborazione della consorte Joan, Erikson concentrò i suoi sforzi nell’obiettivo di superare lo schema di sviluppo psicosessuale di Freud senza tuttavia scadere nel criticismo esasperato al modello psicoanalitico ortodosso come invece, parallelamente, stava accadendo nella comunità scientifica statunitense.

Nel tardo 1930, Erikson aveva abbozzato quattro stadi di sviluppo: Infanzia, Latenza, Pubertà, e Adattamento adulto eterosessuale. Il suo pensiero era molto vicino alla teoria dello sviluppo sessuale infantile di Freud, anche se mosso dall’intento di tracciare una carta evolutiva che si estendesse attraverso tutto l’arco della vita. Nello stesso periodo, formulò un diagramma dello sviluppo pregenitale che raffigurava otto quadrati lungo la diagonale di una tabella, dall’angolo in basso a sinistra fino a quello in alto a destra.

Ciascun quadrato rappresentava l’intersezione di un asse verticale contenente una lista delle zone erogene del corpo (orale, anale, fallica, genitale, così come postulato da Freud) e un asse orizzontale relativo agli impulsi che attivano queste stesse zone. Ampliando la sua visione, Erikson pensò di poter utilizzare questo diagramma per schematizzare il corso della vita umana, per cui ogni quadrato della diagonale diventò, nel progetto teorico seguente, uno stadio della vita. Sempre in questi anni, Erikson ipotizzò che lo studio dei cambiamenti socio/culturali avrebbe potuto arricchire le sue nuove formulazioni teoriche; questa intuizione fu sistematizzata nel 1940 quando, dopo aver approfondito il materiale clinico raccolto nei numerosi anni di attività psicoterapeutica, arrivò a capire come e quanto la comunità sociale all’interno della quale un bambino cresce sia importante per tutto lo sviluppo psicologico (De Blasi, 2009).

Gli studi antropologici compiuti tra le tribù dei Sioux e degli Yurok rinforzarono in seguito tale idea.

Per poter organizzare in un corpus teorico coerente i risultati delle sue ricerche, Erikson adattò dall’embriologia il concetto di sviluppo epigenetico applicato alla maturazione del feto ed alla sua evoluzione. Focalizzando l’attenzione sull’ambiente esterno, notò inoltre che ci sono due aspetti importanti all’interno della vita familiare in cui è inserito il bambino: 1) le qualità “sociali” dei genitori nella relazione col bambino e 2) le relazioni di socializzazione con i fratelli e le sorelle:

“Il risultato del normale sviluppo è una appropriata relazione di taglie e funzioni tra gli organi del corpo. Se la “giusta percentuale” e la “sequenza normale” sono disturbate, il risultato potrà essere un monstrum in excessu o un monstrum in defectu” (E.Erikson cit. in R.Friedman, 1999).

Nell’impostazione teorica di Erikson, lo sviluppo della personalità umana segue evolutivamente il Principio Epigenetico che deriva dalla crescita degli organismi nell’utero.

Questo principio si applica allo sviluppo fetale, dove ogni parte dell’organismo ha un suo particolare tempo di crescita con i relativi pericoli d’imperfezione.

Ciò significa che:

“[…] qualsiasi cosa cresca ha un piano di base, e che da questo piano di base provengono le parti: ogni parte ha il suo periodo particolare di evoluzione, fino a quando tutte le parti non siano venute a formare un insieme funzionante” (ibidem).

A partire da tali presupposti, la crescita umana avviene per stadi successivi che rappresentano lo sviluppo secondo uno schema delle varie parti di un’intera personalità psicosociale.

Tutti gli stadi nella teoria epigenetica di Erikson sono presenti fin dalla nascita e si evolvono in base ad un piano innato, con ogni stadio che si sviluppa su quello precedente e fa da fondamenta a quello successivo.

Egualmente importante fu la sistematizzazione del concetto di Crisi psicosociale, per cui: “una identità completa è solo una crisi vinta” (Erikson, 1968).

La definizione di Crisi ha una valenza strettamente evolutiva e suggerisce non tanto l’idea del pericolo di una catastrofe, quanto (similmente a quanto accadeva nel linguaggio medico dell’epoca) un’esperienza di cambiamento, di un periodo cruciale di accresciuta vulnerabilità e, al contempo, di rafforzata potenzialità.

Da questi presupposti, qualsiasi crisi può essere evolutivamente “normale” e non patologica.

É possibile quindi collegare il concetto di crisi al significato letterale del termine.

Il termine greco dal quale deriva (krinein) significa, infatti, “decidere”, “giudicare” e, in senso più allargato, “possibilità di scelta”.

Pertanto, la “crisi” può essere intesa come un’occasione per “scegliere”, una potenziale opportunità di cambiamento.

Crisi normative e crisi di identità

In psicoanalisi le fasi critiche della vita sono state descritte in termini di pulsioni e difese:

“[…] la psicoanalisi si è occupata dell’influenza di crisi psicosessuali sulle funzioni psicosociali (ed altre) più che della crisi specifica provocata dalla maturazione di ogni funzione” (Erikson, 1968).

Nella teoria di Erikson, ciascun passaggio evolutivo è caratterizzato da una “crisi psicosociale” che è basata sullo sviluppo fisiologico e sulle “domande relazionali” poste all’individuo dal gruppo primario di riferimento (genitori) e dagli altri gruppi sociali.

Idealmente, le crisi dovrebbero essere risolte all’interno di ciascuno stadio in cui si manifestano, affinché lo sviluppo proceda “correttamente” e in modo sufficientemente “adattativo” (anche se i risultati di ciascuno stadio non sono permanenti, ma possono essere modificati da esperienze future).

L’individuo, quindi, si caratterizza per un insieme di tratti “personali”, derivati dalle esperienze compiute, per cui lo sviluppo, nel complesso, è considerato in modo positivo se nel soggetto si ha una predominanza dei tratti “buoni” (adattativi) rispetto a quelli “cattivi” (disadattativi).

Ogni nuova abilità è collegata agli altri fattori dell’identità in via di sviluppo: in questa prospettiva, l’Io ha la funzione di integrare gli aspetti psicosociali e psicosessuali a un dato livello di sviluppo e, al tempo stesso, di “sintonizzare” i nuovi elementi dell’identità con quelli già esistenti (al fine di superare le discontinuità tra i diversi livelli di sviluppo).

Nel definire i principi del processo evolutivo di integrazione della personalità, le “cristallizzazioni di identità” (quelle che nella teoresi freudiana facevano riferimento alle “fissazioni” libidiche) possono essere soggette ad eventi conflittuali quando i cambiamenti fisici, l’allargamento degli orizzonti mentali e le nuove esigenze sociali svelano l’inefficienza degli adattamenti precedenti:

“[…] eppure queste crisi normative di sviluppo differiscono da crisi imposte, traumatiche e nevrotiche in quanto lo stesso processo di crescenza fornisce nuove energie, mentre la società offre nuove e specifiche occasioni, a seconda della concezione dominante delle fasi vitali” (ibidem).

In quest’ottica, anche l’adolescenza viene ad essere una “crisi normativa”, cioè una fase normale di conflitto intensificato e caratterizzato da un’apparente fluttuazione della forza dell’Ego, oltre che da un forte potenziale di crescita:

“Le crisi normative sono crisi reversibili, sono caratterizzate da un’abbondanza d’energia disponibile, che risveglia ansie sopite e suscita nuovi conflitti, ma incoraggia anche nuove e più estese funzioni dell’ego nella ricerca e nella spensierata accettazione di nuovi impegni e nuove associazioni. Quello che ad un semplice esame può sembrare una nevrosi, spesso è solo una crisi aggravata, che potrebbe finire da sola o contribuire al processo di formazione dell’identità” (Erikson, 1968).

La “crisi” rappresenta un “momento” o un “evento” che può avere diversi esiti e la sua valenza (come evento positivo o negativo) dipende da un complesso campo esperienziale in cui si articolano: 1) l’evento caratterizzante, 2) le risorse di cui dispone il soggetto e 3) il sostegno offerto dall’ambiente.

Gli stadi e le crisi hanno un significato sociale e dipendono dalla qualità delle dinamiche relazionali allargate a tutto il campo sociale.

Erikson mette in primo piano la concezione secondo cui il conflitto s’instaurerebbe tra l’abitudine dell’adattamento a un ordine sociale superato e la necessità di adattarsi ad una nuova forma di ordine sociale. Per queste ragioni, le crisi psicosociali sono delle funzioni di crescita e non nascondono a priori alcun rischio: in altri termini, quelle evolutive non sono delle crisi nel senso negativo del termine, a meno che non intervengano dei conflitti storici ad aggravarle o non siano presenti dei disturbi organici o ereditari.

Nell’evoluzione fisica e psichica, l’essere umano acquisisce le capacità per poter far fronte ai compiti esistenziali, cioè ad un insieme di scelte e di prove che sono dettate dal contesto socio/culturale. Per queste ragioni: 1) ogni nuovo compito esistenziale comporta una crisi il cui esito può corrispondere ad un progresso o ad un fattore di aggravamento nelle crisi future; 2) ogni crisi prepara la successiva e 3) ogni crisi concorre alla costruzione della personalità adulta.

In particolar modo, Erikson focalizzò l’attenzione sul concetto di “crisi d’identità”:

“Ho chiamato la crisi più importante dell’adolescenza crisi d’identità. Essa si presenta in quel periodo del ciclo della vita, nel quale ogni giovane deve forgiarsi una prospettiva, un orientamento centrale, un’unità funzionante da ciò che rimane della sua infanzia e delle speranze della sua prefigurata maturità; nel quale insomma egli deve scoprire una qualche analogia significativa tra ciò che ha visto in se stesso e ciò che ritiene gli altri si attendano da lui” (Erikson,1968).

Il dilemma di identità implica un crollo della capacità di concentrazione ed è accompagnato da un ritiro della competitività. Nell’accezione dell’Autore, la crisi di identità non è uguale per tutti gli individui: in alcuni è minima, in altri assume l’aspetto di un periodo critico, di una specie di “seconda nascita” che può essere aggravata da una nevrosi o da un’insicurezza ideologica. Alcuni individui in età adolescenziale possono soccombere a questa crisi assumendo comportamenti nevrotici, psicotici o delinquenziali; altri, invece, trovano risoluzione grazie a movimenti religiosi, politici o artistici; altri ancora, sebbene sofferenti e smarriti, la supereranno vivendo quella che Erikson chiama “adolescenza prolungata”.

In Autobiografia in parallelo (1976) Erikson intese sottolineare che la crisi d’identità è sia psichica che sociale, perché definita in un senso soggettivo e in una qualità oggettiva sia del soggetto che del mondo:

“[…] è uno stato di essere e di divenire dotato di una qualità altamente cosciente e che tuttavia rimane, nei suoi aspetti motivazionali, del tutto inconscia e assalita dalla dinamica di conflitto; è caratteristica di un periodo di sviluppo; dipende dal passato, […] a motivo delle forti identificazioni compiute durante l’infanzia […] mentre per la sua soluzione fa affidamento ai nuovi modelli incontrati e ai ruoli offerti nel periodo in cui si incomincia ad essere adulti”.

Pertanto, la “confusione d’identità” non è solo una questione di immagini contraddittorie di sé o di aspirazioni, di ruoli e opportunità, ma un pericoloso disturbo per l’interazione dell’individuo con la totalità complessa dell’ambiente di appartenenza.[1]

A tal proposito, Erikson ritiene che la confusione d’identità non sia una categoria diagnostica, ma una descrizione della crisi di sviluppo in cui si è verificato per la prima volta il disturbo in forma acuta. Uno stato di confusione acuta d’identità è manifesta quando il giovane si trova esposto ad un insieme complesso di esperienze, che esigono al tempo stesso: 1) un vincolo d’intimità fisica (non solo sessuale), 2) la scelta di una occupazione e 3) la definizione di un ruolo psicosociale.

Per queste ragioni, lo sviluppo critico del senso di identità diventa un conflitto centrale nel processo evolutivo individuale ed impegna il soggetto a fondare le basi adattative per sviluppare e risolvere le successive crisi, specifiche a diversi ambiti relazionali (come l’intimità, la prospettiva temporale, l’industriosità). La perdita del senso d’identità si esprime in una sprezzante e snobistica ostilità nei confronti dei ruoli presentati come opportuni e desiderabili dalla famiglia o dal gruppo sociale di appartenenza: in questo caso, gli aspetti disadattativi del ruolo appaiono non desiderabili e diventano il centro del rifiuto.

I conflitti si esprimono in “modi più sottili che non l’annullamento dell’identità personale”, per cui gli individui possono ricercare un’identità negativa, cioè:

“[…] un’identità perversamente fondata su tutte quelle identificazioni e quei molti ruoli che, in certi stadi critici di sviluppo, erano stati loro presentati come indesiderabili e pericolosi, eppure molto reali” (E.Erikson cit. in R.Friedman, 1999).

In alcuni casi, l’identità negativa è dettata dall’esigenza di trovare e difendere gli aspetti sani del proprio narcisismo contro le eccessive ambizioni genitoriali.

Se la crisi d’identità è esperita in modo catastrofico è più facile che si sviluppi una dinamica identificatoria con “ciò che non si dovrebbe essere” piuttosto che un complesso di motivazioni intrapsichiche ed interpersonali volte alla conquista di un sentimento di realtà in ruoli accettabili.

Nell’ipotesi teorica e clinica di Erikson, la costruzione di una coscienza d’identità è definita pscologicamente da “una forma di auto-consapevolezza che si riscontra nelle discrepanze tra l’auto-stima, l’auto-immagine gonfiata come una persona autonoma e la propria apparenza agli occhi degli altri” (ibidem).

In particolar modo, durante questa crisi esistenziale, l’individuo adolescente mette in atto un forte atteggiamento difensivo (in parte inconscio e in parte conscio), volto a proteggere il vacillante senso di auto-sicurezza ed evitare, perciò, vergogna e dubbio.

In Young Man Luther (1958) Erikson afferma che la condizione cui si riferisce il termine crisi d’identità, “come ogni condizione sana, è ovvia solo per coloro che la possiedono, mentre a coloro che ne hanno provato l’assenza, si presenta come l’oggetto di una complessa conquista”.

Solo nella malattia ci si rende conto della complessità del corpo e della psiche, e solo in una crisi individuale o storica diventa evidente quanto la personalità umana sia una combinazione di fattori (passati e presenti, inconsci e consci, individuali e gruppali) reciprocamente combinati.

L’avvento e la soluzione della crisi dipendono in parte da fattori psicobiologici (che assicurano la base per un sentimento coerente della personalità vitale) e in parte da fattori psicosociali (che possono prolungare il conflitto laddove le tendenze di una persona richiedono una ricerca più prolungata). Nella relazione sociale e nel bisogno di identificazione sociale gli individui sperimentano dei sistemi di pensiero e di valori che possono curare o aggravare i loro problemi d’identità.

La parte sociale della crisi deve essere spiegata all’interno della sfera comunitaria in cui l’individuo è inserito e in cui trova se stesso. Nell’interpretazione avallata da Erikson, in certi individui, in certe classi, o periodi storici, la crisi personale d’identità avviene silenziosamente e circoscritta sulla base di comportamenti che portano ad una nuova nascita; in altre persone o in altri periodi storici, la stessa crisi può essere individuata come una fase altamente critica, intensificata e aggravata da lotte collettive o tensioni sociali. La natura del conflitto d’identità, quindi, risulta legata al periodo storico in cui avviene ed è specificatamente connessa alle promesse sociali o al panico latente nella società: periodi storici “critici” possono portare all’esperienza di una identità “vuota”, altri, all’opposto, ad un rinnovamento collettivo. Pertanto, i problemi d’identità e i sintomi della confusione d’identità sono legati al contesto storico e variano in conseguenza dei cambiamenti della società e del periodo. In ogni caso:

“[…] lo studio della natura dell’identità in differenti periodi della storia (e in gruppi differenti durante lo stesso periodo) può ben rivelarsi uno strumento storico così come clinico, purché gli usi di questi concetti siano essi stessi sottomessi a un vaglio storico” (ibidem). 

Gli stadi dello sviluppo psicosociale

La teoria di Erikson mira a studiare l’intero ciclo della vita come fenomeno psicosociale integrato (Roazen, 1982). In tal senso, l’Autore accetta le nozioni di base della teoria psicoanalitica ma rifiuta il tentativo di Freud di descrivere lo sviluppo della personalità solo sulla base della sessualità e della dinamica relativa alle pulsioni libidiche. Inoltre, in via differenziale rispetto al pensiero psicoanalitico ortodosso, il principio epigenetico di sviluppo elaborato da Erikson considera che la personalità umana si evolva lungo un continuum che abbraccia temporalmente tutta la vita.

Ogni grado del ciclo della vita presenta dei “compiti esistenziali” sempre nuovi, cioè una serie di problematiche esperienziali e di scelte che sono “definite” dai gruppi sociali in modo tradizionale. Per queste ragioni, l’individuo deve essere abbastanza forte da integrare lo sviluppo del proprio organismo con la struttura ed il contesto della società in cui è inserito (De Blasi, 2009).

Erikson vede la crescita evolutiva come un processo continuo, collegato al raggiungimento dell’integrazione, e ritiene che sia possibile definire alcune crisi psicosociali tramite le potenzialità e le limitazioni che ciascuno stadio offre in qualità di “scelte”, attraverso i compiti che l’individuo si trova via via ad affrontare nell’ambito della rete di relazioni in cui è inserito.

  STADI E

PROCESSI

PSICOSESSUALI

CRISI

PSICO-SOCIALI

RELAZIONI

SIGNIFICATIVE

ENERGIE

DI BASE

I

Infanzia

 

 

 

 

 

II

Prima

Fanciullezza

 

 

 

 

III

Età del

Gioco

 

 

IV

Età scolare

 

 

 

 

V

Adolescenza

 

 

 

VI

Giovinezza

 

 

 

VII

Età Adulta

 

 

 

 

VIII

Età Senile

 

Orale/respiratorio,

Sensoriale/

Cinestetico

(Processi Incorporativi)

 

 

Anale/Uretrale,

Muscolare

(Ritentivi/

Eliminativi)

 

 

 

Genitale/Infantile,

Locomotorio

 

 

 

Periodo di “Latenza”

 

 

 

 

 

Pubertà

 

 

 

 

Genitalità

 

 

 

 

Procreatività

 

 

 

 

 

Generalizzazione

dei processi sensuali

 

Fiducia di fondo vs.

Sfiducia di fondo

 

 

 

 

Autonomia

vs.

Dubbio/

Vergogna

 

 

 

Iniziativa

vs.

Senso di colpa

 

 

Industriosità

vs.

Inferiorità

 

 

 

Identità

vs.

Diffusione dell’identità

 

Intimità

vs.

Isolamento

 

 

Generatività

vs.

Stagnazione

 

 

 

Integrità

vs.

Disperazione

Figura materna

 

 

 

 

 

 

Figure parentali

 

 

 

 

 

 

Nucleo famigliare

 

 

 

 

“Vicinato”/Scuola

 

 

 

 

 

Gruppi di coetanei e gruppi esterni;

Modelli di guida

 

 

Compagni nell’amicizia, nel sesso, nella competizione

 

Cooperazione nell’attività lavorativa e le responsabilità della famiglia

 

 

“L’Umanità”

“La progenie”

Speranza

 

 

 

 

 

 

Volontà

 

 

 

 

 

 

Finalità/

Fermezza di propositi

 

 

Competenza

 

 

 

 

 

Fedeltà

 

 

 

 

Amore

 

 

 

 

Cura

 

 

 

 

 

Saggezza

All’interno del processo esistenziale, l’individuo può riconoscere e sviluppare un elenco di forze che scaturiscono dal ciclo della vita in evoluzione. Ognuna di queste forze contribuisce alla risoluzione delle varie crisi di crescita e ogni decisione coinvolge la dimensione psicologica e la dimensione sociale del singolo. Le potenzialità insite nella natura umana si presentano quindi come forze dell’Io, nell’accezione ed in qualità di “virtù”:

“In latino “virtù” significa “virilità”, che a sua volta suggerisce almeno la combinazione di forza, controllo e coraggio […] nell’antico inglese iessa voleva dire forza intrinseca o qualità attiva e veniva usata, per esempio, per definire l’invariata efficacia di farmaci o liquori ben conservati” (Erikson, E., 1963).

Nell’interpretazione suggerita da Erikson, la sopravvivenza psicosociale dell’individuo è salvaguardata dalle virtù vitali, che si sviluppano nell’interazione di generazioni successive.

Le generazioni si alternano contiguamente in strutture organizzate all’interno di una fitta rete di relazioni sociali ed istituzionali in cui gli stadi di un individuo interagiscono con quelli di un altro influenzandosi a vicenda:

“Parlerò quindi di speranza, volontà, fermezza di propositi e competenza come dei rudimenti di virtù sviluppati nell’infanzia; di fedeltà come della virtù dell’adolescenza; e di amore, cura e saggezza come delle virtù centrali dell’età adulta. Pur nella loro apparente discontinuità, queste qualità dipendono l’una dall’altra. La volontà non può venire allenata fino a che la speranza non è ben ferma, né l’amore può diventare reciproco se la fedeltà non si è già dimostrata sicura” (ibidem).

Il negativo di queste virtù è la “debolezza”, reificata in termini sociali attraverso una costellazione “sintomatologia” definita da “disordine”, “disfunzioni”, “disintegrazione”, “anomia”:

“Il termine debolezza non riesce ad esprimere tutta la complessità del disturbo e a spiegare la rabbia particolare che si accumula tutte le volte che all’uomo viene impedito di attivare e perfezionare le virtù” (ibidem).

Erikson teorizza otto stadi di sviluppo, ciascuno caratterizzato da una differente crisi: quando l’ambiente pone delle nuove richieste all’individuo, il conflitto (crisi) ha inizio e necessita di risoluzione. In tal senso, la persona affronta una scelta tra due modi di risolvere la crisi, uno adattivo e l’altro no. Solo quando ciascuna crisi è risolta, con il conseguente cambiamento che determina un nuovo assetto di personalità, il soggetto avrà sufficiente forza per affrontare il successivo stadio di sviluppo. Nell’ipotesi di Erikson, l’individuo che non affronta o non riesce a superare una crisi all’interno dello stadio in cui solitamente si presenta, continua ad evolversi attraverso gli altri stadi, ma sulla base di una identità non pienamente adattativa e, perciò, non “virtuosa”.

Fiducia di base vs. Sfiducia di base: la speranza

In termini evolutivi, il primo dei cicli di vita (dalla nascita fino al primo anno) è definito da Erikson attraverso il conflitto tra “Fiducia vs. Sfiducia”.

Il bambino sperimenta la prima manifestazione di fiducia nell’ambiente familiare, attraverso la soddisfazione dei bisogni di base, in relazione alla facilità con cui si nutre, dorme e vive una condizione di rilassamento psicofisico.

Nel corso dello sviluppo infantile, la graduale diminuzione delle ore di sonno porta a sintonizzarsi sempre di più con le persone associate al “benessere” e prepara alla prima conquista sociale: la rinuncia alla vista della madre come conseguenza dell’averne fatto una certezza.

Questa esperienza è surrogata dall’acquisizione di un senso di sicurezza e di continuità, fondato sulla consapevolezza della correlazione tra i contenuti del ricordo e dell’attesa e la relazione con persone e oggetti esperiti in qualità di “eventi” familiari.

Lo stadio è altresì definito nei termini di orale/ respiratorio/sensorio ed è caratterizzato da due processi incorporativi.

Il primo viene esplicato con la suzione (la prima forma di modalità sociale acquisita nella vita, appresa in relazione con la figura materna) e consiste nel ricevere e accettare ciò che si è ricevuto. Nell’“accettare ciò che ha ricevuto e imparare a ricevere qualcuno disposto a dare ciò che desidera”, il bambino sviluppa un potenziale di socializzazione che, intermini di capacità, gli permetterà in seguito di essere disposto a dare (Erikson, 1950). Il secondo processo insorge con la dentizione e con il conseguente piacere di mordere gli oggetti agendo su di essi in una esperienza più “attiva”, una modalità di contatto psico-sensoriale che coinvolge gli occhi, le orecchie, le braccia e le mani.

Erikson utilizza il termine fiducia per esprimere il potenziale di un’esperienza di reciprocità.

“Aver fiducia” implica l’aver imparato a far affidamento sugli agenti di cura, sulla loro continuità e sulla loro identità, nonché un certo grado di consapevolezza nell’aver fiducia in se stessi, nei propri organi e nelle potenzialità condivise e condivisibili con gli “altri” significativi.

La formazione di un modello duraturo per la risoluzione del conflitto fondamentale tra fiducia e sfiducia è il primo compito dell’Io e, quindi, delle cure materne. Quello che conta, inoltre, non è la quantità di nutrimento o di cure, ma la qualità del rapporto con la madre. Nell’accezione di Erikson una buona relazione di cura è tale se consente:

“[…] una combinazione ideale di sensibilità per le esigenze individuali del bambino e di fiducia sperimentata nella forma particolare ad una determinata cultura ed appoggiata dalla stabilità di questa” (E.Erikson cit.in R.Friedman, 1999).

Un “sano” processo di sviluppo implica l’acquisizione di un grado “fisiologico” di sfiducia minima, a funzione “protettiva” per il soggetto, che riesca a far percepire un pericolo incombente o una situazione di disagio, o a distinguere tra persone oneste e disoneste, senza tuttavia contaminare il senso di amore e di fratellanza con gli altri esseri umani (una eccessiva sfiducia può infatti rendere il bambino, o più tardi l’adulto, frustrato, ritirato, sospettoso e privo di sicurezza in se stesso). Il conflitto individuato da Erikson fa emergere il senso della speranza.

La speranza è la prima virtù e, al tempo stesso, la più indispensabile; ha le sue basi nella fiducia che scaturisce dal rapporto con la madre ed è a sua volta la base della fede adulta:

“ […] il sentimento religioso induce gli adulti a ritrovare il loro stato di speranza attraverso suppliche e preghiere periodiche, assumendo un atteggiamento infantile verso le potenze invisibili e onnipotenti” (Erikson, 1963).

La speranza è quindi:

“[…] la convinzione permanente della realizzabilità dei desideri ferventi, nonostante le forze oscure e violente che segnano l’inizio dell’esistenza” (ibidem).

Autonomia vs. Dubbio e Vergogna: la volontà

Il secondo stadio del ciclo della vita (due/tre anni) postula un conflitto di Autonomia e Vergogna/Dubbio dal quale emerge il senso di autocontrollo e di volontà.

In questo periodo è molto importante che l’ambiente genitoriale crei un’atmosfera propositiva, nella quale il bambino possa sviluppare un buon senso di autocontrollo senza perdere la stima di se stesso. La vergogna e il dubbio circa la capacità di autocontrollo e indipendenza si manifestano nel bambino se la fiducia di base non si è pienamente sviluppata durante il primo stadio (Fiducia vs. Sfiducia), o se i genitori esercitano un controllo eccessivo che inibisce il senso di volizione. Dal punto di vista sociale, la crisi esistenziale è caratterizzata dall’esperienza di confronto con le regole comportamentali e di condotta in un periodo biologico in cui il bambino sviluppa la muscolatura ed una maggiore indipendenza psico/fisica (impara a vestirsi, a mangiare, a camminare e, soprattutto, il controllo degli sfinteri), espressa con modalità comportamentali che il genitore deve costantemente rinforzare cercando di fare acquisire al bambino un equilibrato senso di padronanza.

Nell’ipotesi di Erikson esiste sempre:

“[…] un limite alla sopportazione del bambino e dell’adulto per la richiesta di considerare se stesso, il suo corpo ed i suoi desideri come cattivi e sporchi, ed alla sua fede nella infallibilità di coloro che esprimono giudizi” (Erikson, 1963).

Il confronto con il sistema normativo emerge all’interno di un’esperienza complessa, in cui le figure genitoriali sono i modelli di riferimento per lo sviluppo e la costruzione di un adeguato senso del giudizio e del controllo, auto ed etero diretto.

Questo stadio, quindi, è importante nel determinare la proporzione di amore e di odio verso se stessi e gli altri, di spirito di cooperazione e di tendenza al dominio, di libertà nell’espressione del Sé e di soppressione della stessa: da un autocontrollo sufficientemente buono derivano fierezza e volontà; dalla perdita dell’autocontrollo e dagli eccessivi controlli esterni deriva una tendenza al dubbio e alla vergogna.

La virtù che caratterizza questa fase esistenziale è la volontà, definita con la valenza di:

“[…] incrollabile determinazione di esercitare la libera scelta e l’auto-controllo malgrado le inevitabili esperienze di vergogna e di dubbio vissute nell’infanzia” (ibidem).

La volontà, pertanto, è la base per l’accettazione della legge e delle necessità che trovano senso all’interno di una rete di relazioni sociali condivise e condivisibili.

Iniziativa vs. Senso di colpa: la finalità/fermezza di propositi

Il terzo stadio di sviluppo psicosociale è esperito nel conflitto tra Iniziativa e Senso di colpa (quattro/cinque anni).

In questo periodo esistenziale il bambino scopre e individua se stesso attraverso le identificazioni con i genitori e con i modelli che sono percepiti come ideali.

Sul piano delle relazioni sociali, il comportamento è strettamente correlato al “fare” (making), ragion per cui, in un ambiente scarsamente ricettivo alle esigenze personali, il pericolo conflittuale è relativo al senso di colpa rispetto a fini e atti che caratterizzano le nuove capacità locomotorie e mentali.

L’evento più importante di questa crisi è il “senso di indipendenza”: il bambino continua a prendere l’iniziativa attraverso il gioco ed è pronto ad assumersi le responsabilità delle proprie azioni .[2] Il gioco e la fantasia rappresentano per i bambini quello che il pensiero e i progetti rappresentano nella vita adulta: tramite di essi i bambini rivivono il passato e cominciano a padroneggiare il futuro, assumendo i diversi ruoli che osservano nelle dinamiche interattive tra adulti. In questo stadio:

“Le voci degli adulti vengono internalizzate come voci interiori […]. Esse contribuiscono a far sviluppare con la massima intensità la coscienza infantile fino al punto in cui avviene la definitiva separazione fra gioco e fantasia da parte e futuro irreversibile dall’altra” [3] (Erikson, 1963).

La fermezza di propositi si lega gradualmente alla realtà definita da ciò che può essere conseguito e ciò che può essere “compartecipato per mezzo delle parole”. Da tali premesse, Erikson considera la “fermezza di propositi” come:

“[…] il coraggio di porsi e perseguire scopi validi, non inibito dalla sconfitta delle fantasie infantili, dal senso di colpa e dalla paura delle punizioni”. Afferma inoltre che si basa sull’esempio della famiglia, ed “è la forza della perseveranza alla meta nutrita di fantasie eppure non fantasticata, limitata dal senso di colpa ma non inibita, moralmente controllata ma eticamente attiva” (ibidem).

Industriosità vs. inferiorità: la competenza

Il quarto stadio è definito dal conflitto critico tra Industriosità e Inferiorità (fase puberale: sei/dodici anni).

La pubertà è il periodo in cui il bambino vuole conoscere e imparare, entra a scuola ed è esposto al “progresso” e alla “tecnologia” (libri, computer, colori, stampe, disegni, film ecc.).

Il processo di apprendimento, come suggerito da Erikson, avviene in contesti sociali sempre più complessi.

A scuola, il bambino ha bisogno di sentirsi produttivo e utile,[4] soprattutto nelle interazioni “didattiche” ed in quelle sociali che si stabiliscono all’interno del gruppo dei pari.

Erikson afferma che le esperienze positive forniscono un senso di industriosità, un sentimento di competenza e padronanza; di contro, il fallimento della volizione e dell’azione genera un senso di inadeguatezza, di inutilità e di inferiorità.

La virtù che si sviluppa in questo stadio è la competenza, che permette all’individuo di sviluppare le potenzialità strumentali del corpo, della mente e degli oggetti in qualità di:

“[…] libero esercizio della destrezza e dell’intelligenza nell’esecuzione dei compiti, esercizio non ostacolato da inferiorità infantile. Essa è la base per una partecipazione cooperativa alle tecnologie e si fonda, a sua volta, sulla logica degli strumenti e delle abilità” (ibidem).

Identità vs. Confusione d’identità: la fedeltà

Il quinto stadio psicosociale caratterizza l’adolescenza (dai dodici ai diciotto anni) e si sviluppa attraverso il conflitto tra Identità e Confusione d’Identità.

La crisi adolescenziale caratterizza a sua volta una mentalità “di transizione”, fatta di attese (tra l’infanzia è l’età adulta, tra la moralità del bambino e l’etica dell’adulto) e finalizzata alla ricerca della propria Identità, di se stessi e del vero Se.

In base al principio epigenetico, se i conflitti degli stadi precedenti sono stati risolti in modo adattativo, l’adolescente avrà solide basi sulle quali costruire la propria identità; in caso contrario, quando cioè il senso di autonomia e di libera scelta risulta precario, l’adolescente esperirà un senso di de-individuazione e di confusione di ruolo. In questo stadio, il problema della costruzione dell’identità raggiunge, pertanto, il suo culmine: l’adolescenza è un periodo di cambiamenti repentini, su un piano fisico e psicologico, giocati attraverso l’integrazione tra ruoli sociali diversi (De Blasi, 2009).

Erikson afferma che l’adolescente esperisce una forte crisi esistenziale, in cui è necessario integrare tutte le identificazioni mentalizzate sin dall’infanzia al fine di costruire il senso di un’identità “nucleare”, al riparo dal pericolo di frammentazione e diffusione.

La qualità che emerge da questo stadio è la fedeltà:

“La fedeltà è la capacità di restare coerenti con i principi liberamente scelti, nonostante le inevitabili contraddizioni dei sistemi di valore. E’ la chiave di volta dell’Identità e viene incoraggiata da ideologie confermanti e da persone che pensano allo stesso modo” (Erikson, 1963).

Intimità vs. Isolamento: l’amore

Il sesto stadio di sviluppo psicosessuale caratterizza la prima età adulta (dai diciannove ai quaranta anni) ed è esperito nel conflitto tra Intimità e Isolamento.

L’evento più importante di questo periodo esistenziale è l’esperienza del sentimento di amore e dei vissuti affettivi in cui l’Intimità è riferita alla capacità del singolo di relazionarsi con gli altri in modo maturo e con un profondo livello di coinvolgimento personale. In termini conflittuali, se un individuo non ha sviluppato un senso d’identità coeso, prenderà il sopravvento la “paura del legame” e il senso di Isolamento all’interno di relazioni sociali che saranno sempre più fredde e vuote.

La virtù che emerge da questo stadio è l’amore che, in senso evolutivo, è definito dalla trasformazione dell’amore ricevuto nello stadio della pre-adolescenza verso modalità di espressione caratteristiche dei ruoli adulti.

Nell’accezione di Erikson, quindi, l’amore è una forma complessa di:

“[…] reciprocità, di devozione capace di superare sempre l’antagonismo inerente nella divisione delle funzioni. Esso pervade l’intimità degli individui ed è perciò il fondamento dell’interesse etico” (ibidem). 

Generatività vs. Stagnazione: la cura/la sollecitudine

Quello tra Generatività vs. Stagnazione (dai quaranta ai sessantacinque anni) è il conflitto che caratterizza il settimo stadio della teoria dei cicli della vita.

Il termine Generatività fa riferimento alla capacità adulta di “prendersi cura” di un’altra persona ed è correlato al concetto di “genitorialità”.[5]

In questo periodo, l’individuo è impegnato a mettere da parte i pensieri sulla morte e guardare con serenità alla certezze acquisite: deve aumentare, qualunque sia il suo ruolo nella società, l’impegno e la buona volontà nel dare e nel fungere da guida per le generazioni successive.

In termini adattativi, il settimo stadio esistenziale si risolve nel piacere di assistere le nuove generazioni e guidarle con funzione di modello; di contro, se ciò non accade (se cioè l’individuo sente di non partecipare alla costruzione della nuova generazione), la mancanza di crescita psicologica svilupperà un senso di Stagnazione e di noia.

La virtù che emerge da questo stadio è la sollecitudine.

Nell’accezione di Erikson, l’uomo adulto è fatto in maniera tale da “aver bisogno che si abbia bisogno di lui”, per evitare “la deformazione mentale dell’auto-assorbimento in seguito alla quale diverrebbe suo stesso figlio e suo oggetto prediletto”.

L’uomo, pertanto, ha naturalmente bisogno di insegnare. La sollecitudine, quindi, si individua come:

“[…] dilatante preoccupazione per ciò che è stato generato dall’amore, dalla necessità o dal caso; essa supera l’ambivalenza legandosi a una obbligazione irreversibile” (Erikson, 1963).

Integrità vs. Disperazione/Disprezzo: la saggezza

L’ultimo stadio di sviluppo psicosociale caratterizza l’età senile (dai sessantacinque anni fino alla morte) e si individua nella crisi predominante tra Integrità e Disperazione/Disprezzo.

La vecchiaia è l’età in cui l’individuo fa un bilancio della sua vita: l’evento più importante è l’accettazione serena di tutta l’esistenza passata attraverso una riflessione ed una memoria positiva rispetto alle esperienze fatte ed acquisite.

Il senso di Integrità garantisce una posizione esistenziale in cui si accetta la morte e presuppone il senso di responsabilità verso ciò che è stato fatto nell’arco della vita, la possibilità/intenzione di poter “riparare” e un senso di approvazione e soddisfazione per se stessi e per le azioni passate.

In termini conflittuali, la mancanza del senso della propria produttività esistenziale fa sorgere un senso di disperazione, di disprezzo e di paura della morte.

Nell’accezione di Erikson quest’ultimo stadio rappresenta anche un inizio: il ciclo di vita, infatti, ritorna alle origini, in modo che i più vecchi, diventando di nuovo simili ai bambini, accettino la ultima responsabilità esistenziale, quella per cui ogni generazione deve trasmettere alla successiva quella forza grazie alla quale quest’ultima sia in grado di affrontare le crisi importanti della vita.

La saggezza, in qualità di virtù tipica dell’ultima crisi esistenziale:

“[…] è interesse distaccato per la vita in sé, al cospetto stesso della morte. Essa conserva e trasmette l’integrità dell’esperienza, malgrado il declino delle funzioni fisiche e mentali. Essa risponde al bisogno di un’eredità integrata, proprio della nuova generazione, pur restando consapevole della relatività di tutto il sapere” (Erikson, 1963).

Bibliografia

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Erikson, H.E. (1958), Il giovane Lutero, tr.it. Armando, Roma, 1979.

Erikson, H.E. (1963), I cicli della vita. Continuità e mutamenti, trad. it. Armando, Roma, 1999.

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Fiorelli, F. (2007), L’identità tra individuo e società. Erik Erkson e gli studi sull’Io, Sé e identità, Armando, Roma.

Friedman, L.J. (1999), Identity’s Architect: a biografy of Erik H.Erikson, Scribner, New York.

Mayer, H.E. (1992), L’età infantile. Guida all’uso delle teorie evolutive di E.H.Erikson, J.Piaget, R.R.Sears nella pratica psicopedagogica, trad. it. Franco Angeli, Milano.

Roazen, P. (1982), Erik H.Erikson: tra psicoanalisi e sociologia, Armando, Roma.

[1] Erikson ha sostituito il termine diffusione d’identità con confusione d’identità. “La diffusione d’identità suggerisce una frattura di auto-immagini, una perdita del centro ed una dispersione”, questa sarebbe stata forse la parola migliore anche se dispersione potrebbe far pensare ad una trasmissione dell’identità ad altri piuttosto che ad uno sgretolamento in se stessa; “d’altra parte confusione è una parola troppo radicale; un individuo giovane potrebbe essere in uno stato di lieve diffusione d’identità, senza sentirsi completamente confuso”. “Ma poiché confusione è ovviamente la parola migliore per designare gli aspetti soggettivi e oggettivi dello stato che stiamo per descrivere, la miglior cosa sarà considerare una lieve confusione ad un capo della linea continua, ed una confusione aggravata e pericolosa dall’altro” (E.Erikson cit. in R.Friedman, 1999).

[2] Per le considerazioni elaborate da Erikson sul gioco infantile si fa riferimento a Infanzia e Società (1950) ed a I giocattoli del bambino e le ragioni dell’adulto (1981).

[3] L’interpretazione di Erikson suggerisce che in questo stadio il bambino subisce una sorta di divisione rappresentazionale interna in: “una parte infantile che perpetua l’esuberanza dei potenziali di sviluppo, ed in una genitoriale che è alla base dell’auto-osservazione, dell’autocontrollo e dell’autopunizione” (Erikson, 1963).

[4] Cosa che risulta, nelle culture occidentali, molto difficile. La scuola, dice Erikson, sembra essere una cultura per se stessa, dotata di propri fini e limiti, conquiste e delusioni. Il contesto scolastico tende a fornire al bambino e al ragazzo una cultura di base che sia utile per il maggior numero di carriere possibili; tuttavia, più complesso diventa il numero delle specializzazioni, più indistinti diventano i fini che lo spirito d’iniziativa deve perseguire (Erikson, 1963).

[5] Sono inclusi anche i concetti di produttività e creatività, nel senso di “curare” qualcosa; l’attenzione del soggetto dovrebbe essere rivolta a problemi come la salvaguardia del pianeta, l’uguaglianza tra le persone ecc.

L’Io-Pelle: teoria e clinica

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L’Io-Pelle

L’importanza della sensibilità cutanea per la sopravvivenza dell’individuo e della specie è universalmente riconosciuta.

La cute ha un ruolo decisivo nel mantenimento omeostatico dell’organismo: si può vivere da ciechi, sordi, privi dell’olfatto e del gusto, ma difficilmente si sopravviverà al deterioramento totale della pelle e alla perdita della funzione tattile.

Da un punto di vista filogenetico ed ontogenetico, la cute è il primo ed il più importante organo di senso, quello che ha maggior peso (20% del peso totale del corpo nel neonato e 18% nell’adulto) e che riceve stimoli tattili, termici, dolorifici.

La pelle è un organo di senso, per così dire, “multiplo” (tatto, dolore, pressione, calore) ed è strettamente connessa agli al- tri organi di senso esterni (udito, vista, odorato, gusto) ed alla sensibilità cinestetica e di equilibrio.

Continuamente disponibile a ricevere segnali di ogni tipo, oltre a stimare il tempo e lo spazio, la pelle è il solo organo di senso in grado di combinare la dimensione spaziale con quella temporale.

Oltre a queste caratteristiche sensoriali, si distingue per una poliedrica funzionalità correlabile ad altre attività biologiche: respira e perspira, secerne ed elimina, mantiene il tono, stimola la respirazione, la circolazione, la digestione, l’escrezione e la riproduzione, partecipando, inoltre, alla funzione metabolica.

Accanto ai suoi ruoli specifici ed ausiliari, la pelle svolge una serie di funzioni associate alla corporeità: conservazione del corpo intorno allo scheletro e mantenimento della verticalità, protezione dalle aggressioni esterne, captazione e trasmissione di informazioni utili.

Il primato strutturale della pelle sembra dunque giustificato per almeno tre ragioni: 1) è il solo organo di senso a ricoprire tutto il corpo, 2) contiene essa stessa altre sensorialità specifiche, 3) è l’unico dei cinque sensi esterni a possedere una fun- zione riflessiva (ad esempio, il bambino che tocca con il dito le parti del proprio corpo sperimenta le due sensazioni complementari di toccare e di essere toccato) su cui vanno a costruirsi le altre riflessività sensoriali e la riflessività di pensiero.

Queste considerazioni, d’altra parte, acquisiscono valore su un livello “figurativo” e “simbolico”, tanto che, nel linguaggio comune, la pelle assume significati diversi ed interessanti: “la- sciarci la pelle”, “amici per la pelle”, “avere i nervi a fior di pelle”. La pelle, inoltre, ha una fondamentale funzione comunicativa: permette di inviare al mondo esterno messaggi e segnali molto efficaci, senza la necessità di utilizzare il canale verbale.

Contemporaneamente, sulla pelle e tramite la pelle si veicolano espressioni di esibizionismo, bisogno di espiazione, manifestazioni di disagio psicosomatico.

A partire dalla relazione madre/bambino, il tatto ed il contatto hanno una importanza fondamentale per lo sviluppo psichico: il primo legame affettivo si costituisce proprio grazie al soddisfacimento del bisogno di vicinanza fisica e di calore che il bambino sperimenta all’inizio della sua vita.

Ciò è ovviamente valido non solo per gli esseri umani ma anche per i piccoli di altre specie animali, come hanno dimostrato le ormai classiche ricerche di H.F.Harlow sulle scimmie Rhesus (1959).

Due autori, Esther Bick (1968) in Gran Bretagna e Didier Anzieu (1985) in Francia, hanno sviluppato ed approfondito un punto di vista molto originale sull’importanza e sul significato psichico della pelle nel corso dell’età evolutiva.

La Bick ritiene che la pelle svolga un ruolo di collegamento e contenimento delle componenti intrapsichiche della personalità del bambino, che, nella loro forma più primitiva, non sono ancora integrate.

Anzieu considera essenziali le prime sensazioni cutanee che consentono al bambino di esperire un universo sociale e relazionale sempre più complesso. Ciò avviene fin dalle prime cure di cui il piccolo è oggetto, quando cioè viene tenuto in braccio, lavato, accarezzato, coccolato dalla madre.

É infatti grazie a queste prime appaganti e rassicuranti esperienze di contatto che viene acquisita la percezione soggettiva della propria pelle, necessaria affinché possa essere garantita l’integrità dell’involucro psicocorporeo contro le angosce di frammentazione e di svuotamento.

In questo senso, Anzieu ha introdotto il concetto di Io-Pelle, che può essere enucleato come una rappresentazione dell’Io che l’individuo utilizza sin dalle prime fasi dello sviluppo.

Grazie a tale rappresentazione è possibile esperire il proprio Io come contenitore di materiale psichico, di pensieri, di emozioni, a partire dalla consapevolezza di una superficie corporea che garantisce la possibilità di differenziare lo spazio interno da quello esterno.

In questo lavoro, quindi, si cercherà sinteticamente di raccogliere i contributi più interessanti che convergono nella definizione di involucro e pelle psichica, a partire dall’utilizzo metonimico che ne fece S.Freud, sino ad approfondire il pensiero di D.Anzieu che, passando dall’analisi operata da E.Bick, si struttura attraverso assunti teorici e metapsicologici particolarmente utili tanto per la prassi psicoterapeutica duale quanto per quella gruppale.

Nel “Progetto di una psicologia”, inviato a R.Fliess l’8 ottobre 1895 e rimasto inedito sino alla sua morte, S.Freud propose il concetto di “barriera di contatto” (Kontaktsschrank), mai più utilizzato in seguito e, a parte la revisione operata da W.Bion in “Apprendere dall’esperienza” (1962), scarsamente apprezzato da altri psicoanalisti.

Tale concetto appartiene alla speculazione neurofisiologica tanto cara a Freud nella sua giovinezza scientifica e, seppur abbandonato successivamente, fornisce un primo approccio meta- psicologico alla comprensione di quello che, proprio nel Pro- getto, viene chiamato “apparato psichico”.

Se la “barriera di contatto” sembra prototipicamente anticipare la nozione di “involucro psichico”, nella letteratura freudiana il concetto di “involucro” compare per la prima volta nel 1920.

In questo anno, con Al di là del principio di piacere, Freud operò una “svolta” teorica e metapsicologica, sancita con il passaggio dalla prima topica (Conscio/Preconscio/Inconscio) ad un modello strutturale di funzionamento psichico della mente (Io– Es–Super Io).

Durante questa importante revisione critica, Freud paragonò l’organismo vivente ad una “vescichetta […] suscettibile a stimolazione” che è “provvista di uno scudo, di una membrana” (Freud, 1920).

Questo scudo, continua Freud, “assume la forma di un parti- colare rivestimento […] una barriera”, che ha come funzione primaria quella di “proteggere l’organismo dagli stimoli”.

Leggendo nel dettaglio questo passaggio, è interessante sottolineare come il termine tedesco ‘hűlle’, utilizzato da Freud e tradotto in italiano nel senso di ‘rivestimento’, rimandi all’ inglese ‘shell’, cioè involucro.

Tali analogie, tuttavia, non troveranno in altri scritti un successivo approfondimento ed il termine “involucro”, pur restando concettualmente valido, in L’Io e l’Es del 1923, verrà utilizzato nel senso di metafora (“l’Io ha la configurazione di un sacco inglobante”) o di metonimia (“L’Io è la superficie dell’apparato psichico e la proiezione della superficie del corpo su quella psichica”), mentre in Nota sul ‘notes magico’ del 1925 verrà precisata la struttura topografica di tale involucro e confermato implicitamente l’appoggio dell’Io sulla pelle.

Nonostante la superficie del corpo si chiami pelle, Freud sembra preferire un utilizzo implicito di tale denominazione, che, invece, farà la sua comparsa, in modo più esplicito, mezzo secolo più tardi, nelle pagine di E.Bick (La pelle psichica, 1968) e di D.Anzieu (L’Io pelle, 1985).

Il contributo di Esther Bick

La nozione di “pelle psichica” venne elaborata da Esther Bick nel 1968.

La Bick, discepola di M. Klein e di W. Bion, parte dal presupposto teorico secondo cui, primitivamente, le parti della psiche non avrebbero alcun legame specifico, se non quello garantito dall’introiezione di un oggetto esterno capace di soddisfare questa funzione.

Basato su un attento lavoro di osservazione clinica, tale tipo di approccio sembra quindi operare una revisione del modello psicoanalitico classico, nel senso di una integrazione verso le dinamiche conflittuali che caratterizzano le relazioni oggettuali.

Seguendo l’analisi operata dalla Bick, nei primi mesi di vita l’introiezione dell’oggetto ottimale (la madre o il seno come oggetto parziale), identificato con questa funzione di oggetto contenitore, darebbe luogo ad un mondo oggettuale interno caratterizzato da rappresentazioni fantasmatiche.

Focalizzando l’attenzione sul livello esperienziale, l’oggetto contenitore introiettato è vissuto allora come una pelle, che è in primo luogo psichica.

L’introiezione di un oggetto contenitore, tale da dare alla pelle la sua funzione di limite, è preliminare alla messa in opera dei processi difensivi che, attraverso la scissione e l’idealizzazione del Sé e degli oggetti, consentono una primissima modalità di rapporto ed adattamento alla realtà esterna.

Clinicamente, in accordo con l’accezione teorica proposta dalla Bick, nel caso in cui l’introiezione delle funzioni contenitive dovesse risultare inadeguata o fallimentare (ad esempio quando la funzione contenente non viene svolta in modo adeguato dalla madre o viene danneggiata dalla prevalenza delle fantasie distruttive del bambino) risulterà manifesto un impiego continuo e patologico dell’identificazione proiettiva, eziologicamente correlabile ai disturbi psichiatrici gravi che, su un pia- no strutturale, sono caratterizzati dalla diffusione dell’identità.

Nel percorso evolutivo, quindi, il bambino è attivamente impegnato nella ricerca di un oggetto che gli permetta di mantenere un’attenzione unificante sulle parti del suo corpo e gli con- senta di esperire, almeno temporaneamente, quel senso di integrazione che, ad esempio, Daniel Stern definisce Sé emergente (1985).

Egli, inoltre, cerca di tenere unito se stesso attraverso il rap- porto con questi oggetti, che, sul piano del comportamento manifesto, possono essere riconducibili alla ricerca di attaccamento verso la madre.

L’involucro psichico nella teoria di D. Anzieu

Il contributo fornito da D.Anzieu ad una lettura psicodinamica della pelle arricchisce il linguaggio psicoanalitico con la nozione di Involucro psichico ed Io-Pelle.

Sottolineando l’interesse verso il lavoro di E.Bick, Anzieu elabora l’assunto teorico secondo cui l’involucro psichico sarebbe costituito da due livelli, che differiscono per struttura e funzione.

Lo strato più periferico, che rappresenta il “para-eccitazione” (funzione che tra l’altro S.Freud aveva riconosciuto all’Io sin dal Progetto di una psicologia del 1895), è il livello più rigido, quello rivolto verso il mondo esterno, che fa da schermo agli stimoli, in primo luogo, psicochimici.

Lo strato più interno, più sottile, svolge invece una funzione ricettiva, quella cioè che consente di percepire segnali ed indizi.

Tale strato è pellicola ed interfaccia: la pellicola ha due facce, una rivolta verso il mondo esterno, l’altra verso il mondo in- terno; l’interfaccia separa questi due mondi e li mette in relazione.

Nell’accezione teorica di Anzieu, inoltre, l’esistenza di un solo strato di “para-eccitazione”, rivolto quindi verso l’esterno, determinerebbe il motivo della maggiore difficoltà ad affrontare l’investimento pulsionale rispetto a quello alla stimolazione di natura esogena.

I due strati della membrana possono essere considerati come due involucri che variano a seconda degli individui e delle circostanze: l’involucro di eccitazione e quello di comunicazione o di significato.

L’apparato psichico del bambino acquisirebbe un Io quando comincia ad emergere questa struttura topografica a doppio involucro.

L’indifferenziazione originaria dei due strati dell’involucro psichico produce quella che D.Meltzer (1975) ha definito come “esperienza estetica”, la cui intensità proviene proprio dalla non-differenziazione tra sensazione ed emozione.

Ad una lettura psicoanaliticamente orientata, il concetto di involucro psichico risulta perciò complesso, poliedrico, caratterizzato da una significativa ricchezza di connotazioni.

Seguendo Anzieu, è possibile, tuttavia, operarne una definizione esaustiva sulla base di quattro denotazioni principali, prese a fini esplicativi come parametri in base a cui analizzare quelli che emergono come principali nuclei di senso:

Un primo significato si fonda su una prospettiva evoluzionistica per cui la maggior parte dei mammiferi protegge l’equilibrio termico dell’organismo avvolgendolo nel pelame. Da ciò deriva un beneficio secondario: i picco- li, che hanno conquistato l’autonomia di movimento, si aggrappano ai peli della madre per essere, nello stesso tempo, portati e rassicurati. Nel corso dell’evoluzione, la perdita della maggior parte dei peli, che si riducono alla protezione ed alla valorizzazione della testa e del sesso, ha consentito alla specie umana di sviluppare una sensibilità tattile senza pari, a partire dalla quale la sua intelligenza ed i suoi schemi comportamentali si sono evoluti secondo nuove modalità. La pelle “denudata” pone così a stretto contatto con gli altri e con il mondo e, al contempo, stimola lo sviluppo del cervello. La nostalgia di un involucro peloso troverebbe quindi una compensazione nell’erotizzazione della chioma e del velo pubico. Sulla base di tali considerazioni, inoltre, risulterebbe possibile spiegare come l’angoscia forse più profonda della specie umana sia quella della caduta, del vuoto, dell’abbandono, di essere lasciati andare.

Il secondo significato è, invece, topologico: l’involucro è una superficie chiusa (la sfera) in cui ci sono delle aperture. In riferimento alla corporeità umana, è impor- tante distinguere l’orefizio (luogo di passaggio che assi- cura l’entrata, l’uscita e lo scambio di sostanze) dalla tasca (luogo di conservazione, spazio transizionale, ad esempio tra la madre e il mondo esterno, che si configura come una sorta di dimensione del dentro-fuori).La pelle si incava in tasche che proteggono i diversi organi di senso e della sessualità (i testicoli come tasche esterne nell’uomo e la vagina come tasca interna della donna).Per analogia, l’apparato psichico può essere considerato una tasca, che ripara e contiene i pensieri (il cui significato psichico è stato elaborato da W.Bion con il concetto di contenitore/contenuto), mentre l’Io si svela come metafora della superficie. Inoltre, i pori disseminano la superficie della pelle allo scopo di espellere quelle secrezioni che, fisiologicamente, sono significativi segnali di specifiche emozioni di base (paura, rabbia, gioia), e che, a loro volta, stanno in rapporto mutuevole con la morbidezza, la dolcezza, la temperatura dell’epidermide. Queste osservazioni psicofisiologiche sottolineano come l’apparato psichico operi una scarica della tensione energetica che passa dalla pelle, prima o contemporaneamente rispetto all’ “acting” muscolare. A partire da tali premesse, se si considera l’involucro corporeo come una “sfera”, una figura intermedia tra questa ed il “piano” è il “pallone bucato”. Se, nel corso dello sviluppo psichico, dovesse emergere il vissuto esperienziale di una sfera che perde volume (come appunto un “pallone bucato”) l’individuo vivrebbe un senso di appiattimento, depersonalizzazione, estraneità (da qui il ricorso all’alcool, al tabacco, alla droga, alla masturbazione compulsiva per ripristinare un’illusione di consistenza e di replezione). Una figura inversa si può invece verificare quando la sfera psichica si rivolta come un guanto: questo si svela come meccanismo del- la percezione dell’endogeno, che bisogna proiettare all’esterno affinchè sia percettibile.

   La terza denotazione proviene dal maternale: la madre, o un suo sostituto, avvolge il bambino con le proprie cure cercando di soddisfarne i bisogni fisici (quelli primari secondo K.Lewin) e psichici. Se i suoi sforzi sono riusciti, il bambino interiorizza la madre come un oggetto “sufficientemente buono”, capace di fornire “continuità esistenziale” (Winnicot, 1970), ed una base si- cura per l’esplorazione e l’autonomia (Bion, 1962). Questo spazio consente l’emergere dell’esperienza di rapporto con un Sé “vero”, che avvolge l’Io e che ne assicura l’identità, la protezione, la continuità ad esistere.

   L’ultima denotazione deriva da un aspetto della pratica linguistica: dopo aver scritto una lettera la riponiamo in un involucro – la busta – (il termine involucro deriva etimologicamente dal latino involucrum, che significa appunto busta) e vi scriviamo l’indirizzo del destinata- rio. Allo stesso modo, metaforicamente, l’apparato psichico veicola messaggi indirizzati a noi – o che lo sono stati un tempo – che restano non solo archiviati ma an- che “stampati” sull’apparato stesso.

L’ Io-Pelle: derivazione, concetto, funzioni

In primo luogo, da un punto di vista speculativo, la nozione di Io-Pelle elaborata da Anzieu si svela all’incrocio di molte catene semantiche: viscosità, vischiosità, adesività, attaccamento, aggruppamento.

Il “viscoso” è uno degli stati della materia, intermedio tra il liquido ed il solido. Ad esempio, tale è definito un fluido (liqui- do o gas denso) che non scorre facilmente. Questa qualità appartiene alle secrezioni organiche, soprattutto quelle relative all’apparato sessuale.

Ciò che è denominato “fluido”, tuttavia, ha un senso inverso: “facile da mettere in movimento”. Se i fluidi viscosi sono perlopiù grassi ed oleosi, quelli “vischiosi” sono invece gommosi, collosi, “attaccaticci”.

Il concetto di vischiosità si riduce tuttavia a tale denotazione: ”fluido in cui gli spostamenti delle molecole sono frenati da interazioni o associazioni molecolari”.

Questa definizione fisica sembra aver fornito a S. Freud un modello da cui partire per elaborare il concetto di fissazione, che, pur non contenendo un principio esplicativo, possiede un incontestabile valore descrittivo.

Nella metapsicologia freudiana, la fissazione determina la persistenza di caratteri anacronistici della sessualità, con il blocco nello sviluppo della libido a causa delle interazioni e del- le associazioni che questa incontra.

Se una caratteristica dei fluidi vischiosi è quella di “incollar- si” alla pelle di chi li tocca, la sostanza vischiosa permette, a sua volta, di “incollare” due superfici.

Questa, del resto, è una proprietà delle resine estratte dalla corteccia di certi alberi: la colla (da cui collante), la pece (da cui appiccicoso), l’amido (da cui inamidato).

La colla presenta una connotazione sessuale metaforica (le secrezioni sessuali sarebbero resine prodotte dalla corteccia de- gli esseri umani). Incollare, inoltre, significa “far aderire con la colla” (o con altre sostanze vischiose) due superfici messe a contatto. L’incollaggio ha per risultato l’adesività (metaforica- mente lo stesso si può dire dell’incollaggio amoroso) e ha per condizione il contatto.

In questi termini, dunque, l’adesione è la forza che si oppone alla separazione di due corpi messi a contatto.

Questa prima linea di derivazione porta al concetto, proposto da D.Meltzer (1975), di “identificazione adesiva”, secondo cui il neonato si vive incollato alla madre.

In tal caso, il ruolo della colla sarebbe svolto dalla libido e dal forte potere di attrazione che questa esercita all’interno della coppia madre/bambino.

Rispetto al punto di vista elaborato da Meltzer, D.Anzieu parla del fantasma di una pelle comune (alla madre e al bambi- no) piuttosto che di identificazione adesiva: affinché si abbia identificazione è necessario, secondo Anzieu, che le persone soggetto e oggetto della identificazione stessa siano distinte.

Nel momento evolutivo in cui sia la madre sia il bambino vivono l’ “altro” come una parte di Sé, la qualità dell’esperienza relazionale è meglio interpretabile sulla base del fantasma di una pelle comune piuttosto che su una dinamica interpersonale identificatoria.

Anzieu parte dall’assunto secondo cui le diverse configura- zioni psichiche che caratterizzano l’Io-Pelle sarebbero varianti di una struttura topografica di base, il cui carattere universale fa pensare che essa sia inscritta in forma preprogrammata nello psichismo nascente e la cui attualizzazione risulta, in senso epigenetico, come un fine evolutivo da raggiungere.

In accordo con la metapsicologia freudiana, Anzieu fa notare come la fase orale non può essere limitata al piacere della suzione e all’esperienza della zona bucco/faringea: se la bocca fornisce la prima esperienza di un contatto differenziante, in questa prima fase di sviluppo l’esperienza forse più centrale risulta essere quella della replezione, cioè dell’essere pieno, dell’essere un centro di gravità.

Come viene meglio sottolineato nei modelli che fanno riferimento alla teoria dell’attaccamento, in occasione della poppata e delle cure, il bambino fa inoltre un’importantissima e cruciale esperienza, quella di essere in contatto con l’altro materno, attraverso canali per mezzo dei quali è possibile sperimentare calore, odori, suoni, immagini visive, movimenti.

Tali attività portano il bambino a differenziare progressiva- mente una superficie interna ed una esterna, che assume quindi il significato esperienziale di una interfaccia funzionalmente de- finita dalla possibilità di essere un involucro contenitore e, allo stesso tempo, di separare un “dentro” ed un “fuori”, un ed un non Sé.

Questa interfaccia consente di sviluppare il mondo intrapsichico ed interpersonale del bambino in un sistema funzionalmente sempre più aperto e differenziato, pur basandosi su scambi interattivi mutevoli ma tendenzialmente simbiotici che, dinamicamente, si svelano attraverso il fantasma inconscio di una pelle comune con l’altro materno.

Se l’ambiente di cura è tale da consentire il superamento (non privo di dolore) delle angosce legate a tali fantasmi, il bambino può sviluppare internamente la rappresentazione di un Io-Pelle che gli è propria, attraverso un processo di doppia interiorizzazione:

   dell’interfaccia che diventa un involucro psichico che consente di pensare i propri pensieri (Bion, 1962).

   dell’ambiente maternale, che diventa il mondo inter- no dei pensieri, delle immagini, di quegli affetti che sono vitali. Nello specifico, alla luce di quanto è stato evidenziato, l’Io- Pelle acquista e svolge nove funzioni:

1)  conservazione della vita psichica

2)  contenitore

3)  para-eccitazione

4)  individuazione del Sé

5)  intersensorialità

6)  sostegno dell’eccitazione sessuale

7)  ricarica libidica

8)  iscrizione delle tracce sensoriali

9)  autodistruzione

Con l’Io-Pelle, dunque, Anzieu va ad indicare:

una rappresentazione di cui si serve l’Io del bambino […] per rappresentare se stesso come un Io che contiene i contenuti psichici, a partire dalla propria esperienza della superficie del corpo.

Se ogni attività psichica ha un suo correlato biologico, l’Io- Pelle, allora, trova la sua base dinamica nella cute e nelle molteplici funzioni che questa assolve.

La pelle prima funzione, come viene chiamata da Anzieu, è l’involucro che contiene gli oggetti buoni.

La pelle seconda funzione è invece rappresentata dalla barriera che consente protezione e differenziazione tra una dimensione interna ed una esterna.

La pelle terza funzione, infine, è luogo e mezzo di comunicazione, principio di intersoggetività e di relazioni significative con gli altri.

Il precipitato psichico di tale origine epidermica e propriocettiva è un Io che sperimenta se stesso come un contenitore di rappresentazioni e di un mondo oggettuale interno che gli appartiene, perché protetto, ma che può essere potenzialmente condiviso con gli altri.

Applicazioni cliniche

Dai tempi di S.Freud, la psicoanalisi è stata applicata e si è rivolta a patologie che rientravano nei casi di nevrosi chiare, isteriche, ossessive, fobiche o miste.

Oggi, come fa notare Anzieu, un’alta percentuale della clientela che richiede un trattamento psicoanalitico è costituita da quelli che vengono chiamati i casi borderline di personalità e/o personalità narcisistiche.

Etimologicamente, è possibile individuare in modo sintetico queste patologie come stati al limite tra la nevrosi e la psicosi, che, in altri termini, raccolgono cioè tratti rilevanti di entrambe le categorie tradizionali.

Sul piano psicodinamico e sintomatologico, i pazienti borderline soffrono di una mancanza di limite, di un’incertezza delle frontiere tra l’ Io psichico e l’Io corporeo, tra l’Io reale e l’Io ideale, tra ciò che dipende dal e ciò che dipende dagli altri.

Le brusche fluttuazioni che contraddistinguono queste frontiere sono accompagnate da crisi depressive di particolare natura, sensazioni di vuoto croniche, indifferenziazione delle zone erogene, confusione tra esperienze dolorose e piacevoli, indistinzione pulsionale, incapacità di tollerare le frustrazioni, marcata paura di abbandono, rabbia (Gabbard, 1998).

Le caratteristiche di tale organizzazione sembrano riflettere una intensa vulnerabilità narcisistica, causata dalla debolezza dell’involucro psichico che determina un malessere diffuso ed a volte difficilmente localizzabile, un senso di non vivere la pro- pria vita, di vedere funzionare il proprio corpo ed il proprio pensiero dal di fuori, di essere spettatori di qualcosa che non è la propria esistenza o che non viene esperita come tale.

Dopo gli anni Sessanta, la maggiore difficoltà emersa in ambito nosologico, clinico e tecnico è sembrata riguardare l’opportunità di differenziare, più o meno nettamente, i disturbi narcisistici dalle organizzazioni borderline di personalità.

Ad esempio, negli USA il dibattito è stato molto acceso tra due personaggi di spicco nel panorama psicoanalitico contemporaneo, H.Kohut e O.Kernberg, rispettivamente promotore ed oppositore di tale distinzione.

Se i casi borderline sono esposti a regressioni analoghe a quelle degli episodi psicotici transitori, il cui recupero, sempre difficile, richiede l’incontro nel percorso analitico con un Io ausiliario funzionalmente rappresentato dalla figura del terapeuta, i disturbi narcisistici di personalità riguarderebbero un senti- mento più evoluto, quello della coesione del Sè, in rapporto con uno sviluppo insufficiente di questo.

All’interno di questa complessa materia, l’Io Pelle formulato da Anzieu sembra quindi poter fornire un modello utile al fine di operare una più chiara definizione di quegli aspetti che qualificano in modo significativo queste due gravi alterazioni strutturali. Uno sviluppo adeguato, armonico, “fisiologico” dell’Io- Pelle fa si che questa struttura non tenda a circondare completamente l’apparato psichico, attraverso la rappresentazione psichica di una doppia faccia, interna ed esterna, con uno scarto che lascia la possibilità di un certo “gioco” dinamico.

Nelle personalità narcisistiche, tale “gioco” e tale scarto scompaiono, perché, secondo Anzieu, “il paziente ha bisogno di bastare a se stesso con il proprio involucro psichico”, di non conservare cioè con nessun altro una pelle comune che definisca un qualunque rapporto di dipendenza.

L’Io-Pelle, quindi, risulta particolarmente fragile e la conseguente “ferita narcisistica” necessita il bisogno di rafforzarlo attraverso due operazioni.

La prima dinamica difensiva ha lo scopo di abolire lo scarto tra le due facce dell’ Io-Pelle, quelle che consentono di definire una dimensione interna ed una esterna, tra stimoli esogeni e stimoli endogeni, tra immagine che si ha di se e quella che vie- ne rimandata dagli altri.

L’involucro si solidifica sino a diventare un centro di interesse e di gravità assoluto, per se e per gli altri, e tende a comprendere in modo ipertrofico e grandioso la totalità dello psichismo (escludendo l’opportunità di rappresentare un mondo oggettuale interno in cui le relazioni con gli altri alimentano una dinamica intrapsichica ed interpersonale significativa).

La seconda operazione difensiva tende a raddoppiare esteriormente l’Io–Pelle, a corazzarlo, cementificarlo come una pel- le materna simbolica che Anzieu paragona all’egida di Zeus.

La madre diventa quindi un oggetto sadico, che innesca una rappresentazione fantasmatica masochistica: in questo caso, la pelle materna è esperita come un dono “avvelenato”, che sottende l’intenzione di riprendersi l’Io-Pelle, di strapparlo dolorosamente all’interessato, di innescare una condizione “sadica” di dipendenza. Nel fantasma narcisistico non esisterebbe la rappresentazione di una pelle comune, perché la madre la attribuisce al bambino conferendogli un involucro smodatamente ideale, quasi eroico, che spinge sino all’illusione di invulnerabilità.

Pur mantenendo una certa coerenza interna ed una certa integrità di pensiero, questa che appare come una “doppia pare- te” narcisistica crea un “contenitore di contenuto” estremamente rigido, difficilmente permeabile dall’esterno.

Sulla base dell’impostazione eziologica proposta da Anzieu, nei casi borderline, invece, il danno narcisistico non si limita ad influenzare la funzionalità strutturale “periferica”.

Ciò che viene alterata e compromessa sarebbe infatti la struttura d’insieme dell’ Io-Pelle: le due facce dell’Io-Pelle sono confuse a tal punto che strutturalmente risultano unite in una unica superficie, che disturba la normale rappresentazione psichica di un “interno” e di un “esterno” differenziati.

Relativamente a queste patologie, la funzione di interfaccia svolta dall’Io-Pelle si aliena rispetto al sistema percezione- coscienza che, secondo Anzieu, “è rigettato nella posizione di osservatore esterno”.

Da questa radicale scissione, il paziente borderline è come se fosse collocato in una posizione esterna, al di fuori del funzionamento del proprio corpo e della propria psiche, che lo rende quasi “spettatore disinteressato della propria vita”.

La parte “isolata” del sistema percezione/coscienza garantisce al soggetto una possibilità di adattamento sicuramente maggiore rispetto ai disturbi psicotici di personalità; tuttavia, la produzione fantasmatica correlata alla possibilità di esprimere adattativamente il mondo psichico interno ed il suo utilizzo produttivo e creativo risultano estremamente deficitarie.

Il carattere distorto dell’Io-Pelle rende particolarmente critica la gestione degli affetti che, spostati all’esterno della persona, tendono a diventare inconsci, non rappresentabili, frammentati, come pezzi di un Sé maligno il cui distruttivo ritorno alla coscienza è angosciosamente temuto.

Questo Sé, privato di quegli affetti primari esperiti e vissuti come minacciosi, nelle organizzazioni borderline di personalità diventa quindi un contenitore vuoto, che soffre per questo vuoto e che lo trasforma in quella profonda angoscia di frammentazione che J.Lacan, approfondendo un’intuizione di M.Klein, chiamava afanisi (Fiumanò, 1991).

Considerazioni conclusive

Il riferimento clinico da cui parte il modello psicodinamico proposto da D.Anzieu sottolinea come, soprattutto in questo particolare periodo storico e sociale, le psicoterapie si trovano a confrontarsi con stati patologici caratterizzati da una mancanza di confine e da limitazioni del proprio essere.

Il concetto di Io-Pelle, intorno a cui ruota questo modello, offre un utile contributo al recupero teorico e metapsicologico di quelle funzioni del corpo ritenute mezzi di comunicazione, di contatto e di difesa dagli stimoli interni ed esterni.

Al tempo stesso, tale funzionalità corporea è ricondotta alla dinamica psichica che caratterizza le rappresentazioni interne, i simboli, le fantasie, in rapporto alla dimensione epigenetica dello sviluppo che, in alcuni casi, prevede “crisi” particolarmente traumatiche. Partendo da una revisione critica, ma non per questo oppositiva, della metapsicologia freudiana, Anzieu rinnova ed approfondisce quindi l’importanza del corpo come nucleo in base a cui si evolve l’Io e consente di recuperare la complessità di questa struttura attraverso una visione globale che ne mette in evidenza funzioni, potenzialità, ruolo svolto nella rappresenta- zione oggettuale e nella dinamica fantasmatica.

Da tali premesse, i risvolti clinici orientano verso una visione della sofferenza psichica rappresentata come malattia del carattere, della personalità, delle idee, degli affetti, della psicosomatica in relazione a stati della mente correlati alla fantasia inconscia e alla capacità o meno di poter “pensare i propri pensieri” attraverso l’utilizzo di un contenitore che, prima di svelarsi nella sua dimensione psichica, riflette un locus d’origine prevalentemente corporeo.

Bibliografia

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GABBARD, G.O. (2000), Psichiatria Psicodinamica, tr.it. Cortina, Milano.

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L’Empatia

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Alcune note sul concetto di empatia in psicologia clinica e in psicoterapia

Può sconcertare la disomogeneità delle molteplici definizioni o tentativi di descrizione del concetto di “empatia” presenti nel panorama della letteratura psicologica.

Con il termine “empatia”, generalmente, s’intende la capacità di risonare emotivamente con l’altro o il riprodursi di uno stato affettivo simile a quello dell’altro (G.C. Reda, 1982).

Altresì, l’empatia può essere considerata una delle maggiori capacità di un terapeuta di successo, di un facilitatore o di un membro del gruppo capace di aiutare gli altri (A.M. Freedman, 1984).

La risposta empatica è prevalentemente determinata dalla predisposizione psicologica di ogni individuo e dal suo personale e unico modo di esperire gli eventi emotivi; la persona empatica immagina come ha sperimentato egli stesso eventi simili a quelli che un altro individuo sta sperimentando e, dopo aver rilevato alcune caratteristiche sensibili del campo interpersonale (espressione del viso, gesti, tono di voce ecc.), arriva a quel senso di sentimento comune definito, appunto, “empatia” (T. Levy, 1983).

Nell’ambito dei modelli ad impostazione psicodinamica, la ricerca teorico/clinica sull’applicazione del concetto di empatia si è sviluppata a partire dagli studi di S.Freud, R.Greenson, H.Kohut e R.Schafer.

Nella letteratura freudiana il termine empatia non è mai descritto o definito in modo esplicito e univoco.

Con una connotazione differente, il concetto sembra essere espresso da Freud attraverso l’uso semantico della parola “immedesimazione”.

Come fa notare G.Nebbiosi (“La relazione empatica: dal setting duale al setting di gruppo”, in Marinelli, S., Neri, C., a cura di, Gruppi esperienziali, 2011), l’“immedesimazione”, tuttavia, viene fatta risalire ad una traduzione molto discutibile del termine tedesco “Einfühlung” (lett.: «condizione in cui due o più persone provano uno stesso sentimento»), il quale, diversamente da quello italiano, è del tutto privo dell’alone semantico che rimanda al problema dell’identità: è invece assai più vicino ad empatia (lett.: «fenomeno per cui si crea con un altro individuo una sorta di comunione affettiva»), anche per il valore concettuale che rimanda specificamente alla condivisione di affetti.

Al di la delle questioni “di termine” o semantiche, è interessante focalizzare l’attenzione sul significato attribuito da Freud al concetto di Einfühlung, agli affetti ed agli effetti ad essa connessi, a partire da un studio approfondito sulle caratteristiche e sulla funzionalità dell’umorismo.

Nell’accezione freudiana, a tal proposito:

“[…] l’effetto comico sembra quindi dipendere dalla differenza tra i due dispendi d’investimento – quello dell’immedesimazione [Einfühlung] e quello dell’Io – e non da chi è favorito da questa differenza […] Ora, se i su menzionati procedimenti di degradazione dell’“elevato” me lo fanno rappresentare come un che di familiare, alla cui presenza ideale non debbo ricompormi, anzi posso “prendermela comoda”, come si dice in gergo militare, essi mi risparmiano il maggior dispendio della solenne compostezza, e il confronto di questa maniera di rappresentarmi l’elevato, suscitata dalla immedesimazione [Einfühlung], con quella usata prima d’allora, che cerca di realizzarsi simultaneamente, crea nuovamente la differenza di dispendio che può essere scaricata col riso” (Freud, S., Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, 1905).

È tuttavia possibile fare riferimento ad un’altra accezione, nella quale si evince che:

“[…] la comicità si fonda interamente sulla “immedesimazione” [Einfühlung] e comprende le possibilità più numerose: la comicità di situazione, dell’esagerazione (caricatura) dell’imitazione, della degradazione e dello smascheramento. E’ il caso in cui l’adozione del criterio infantile si rivela più fruttuosa” (Ibidem).

A partire da queste considerazioni, ne Il motto di spirito e la sua relazione con l’Inconscio (1905), Freud sembra sostenere che, in forma efficace ed elaborata, l’ironia poggia totalmente sulla Einfühlung: in tal modo, dunque, l’ “immedesimazione” si rivela uno dei più validi strumenti di comunicazione interindividuale, come capacità a valenza relazionale che, in un certo senso, “aggira” l’Io e consente un contatto diretto con il mondo emotivo dell’altro (o degli altri).

Un successivo approfondimento, tratto da Il delirio e i sogni nella “Gradiva” di Wilhelm Jensen (1906), si dimostra ancor più significativo.

In esso, Freud contrappone la conoscenza psichiatrica a quella artistica: l’una oggettivante, l’altra coinvolgente, l’una che rende “diverso” il dolore psichico di un altro essere umano, l’altra che ce lo rende “empaticamente” vicino (Nebbiosi, ibidem).

Il concetto di Einfühlung, pertanto, tende a sottolineare la presa di posizione freudiana secondo cui, a fronte di un adeguato quadro psichiatrico, il clinico è comunque alle prese con un tipo di conoscenza oggettivante che tende ad allargare il solco tra delirio e normalità.

In chiave metapsicologica, Freud considerava l’“immedesimazione” un principio della tecnica analitica, di fondamentale importanza, dal momento che l’eventuale carenza di questo processo può condurre ad esiti terapeutici fallimentari.

Ancora più significativo è il fatto che Freud indichi, come contrapposto all’Einfühlung, un punto di vista ideologico o “moraleggiante”; secondo il principio teorico e tecnico che vede al centro della relazione clinica l’empatia, è tanto necessario un modello d’intervento psicologico-clinico che aiuti a promuovere e capire l’ “immedesimazione” con il paziente, quanto frustrante una ideologia che induca moralisticamente a giudicarlo (ibidem).

Nel 1913, in Nuovi consigli sulla tecnica psicoanalitica, sono formulati tutta una serie di importanti consigli inferenti all’Einfühlung: 1) non ci si dovrebbe precipitare a interpretare in ogni momento tutto quello che si vede; 2) si dovrebbe evitare di umiliare l’analizzando rispondendo in maniera non analitica a manifestazioni di transfert, cioè con la predica, l’acquiescenza, il rifiuto; 3) non si dovrebbero formulare soluzioni prima che il paziente non vi si trovi vicino da dover fare un breve passo per impadronirsene; 4) è importante non sopravvalutare la capacità di sublimazione dell’analizzando; 5) fin dai primi momenti del rapporto bisogna mostrare un atteggiamento cordiale di comprensione e di interessamento; 6) è essenziale mantenere una certa flessibilità riguardo al processo analitico che l’analizzando imboccherà e anche riguardo al livello a cui egli funzionerà; 7) ciò che conta è la consapevolezza incrollabile di dover essenzialmente supervisionare e facilitare con l’empatia l’ulteriore sviluppo dell’analizzando attraverso l’analisi.

E’ del resto evidente come e quanto Freud insistesse sul principio di “neutralità” dell’analista. Tuttavia, non sembra contraddittorio sostenere che Freud intese proporre un atteggiamento in un certo senso “empatico” e allo stesso tempo “neutrale”, soprattutto nel credere che questa posizione si ponga come un rigoroso paradosso attraverso il quale può finalmente esprimersi la paradossale realtà dell’Inconscio e delle sue poliedriche espressioni, più o meno “mascherate”.

Il senso e la verità del paradosso si rivelano nella comprensione corretta del termine “neutrale”. In esso va riconosciuto il pathos della distanza, un atteggiamento cioè che non contrappone ma anzi unifica il confine professionale alla passione, considerandoli elementi indispensabili del conoscere” (Nebbiosi, Ibidem).

Attraverso una lettura “allargata”, dunque, nell’impostazione freudiana emerge un modello di presa in carico del paziente fondato su ciò che alcuni modelli teorici considerano come il principio dell’“alleanza terapeutica”:

“Quando dobbiamo iniziare le comunicazioni all’analizzato? Quando è il momento di svelargli il significato recondito delle sue idee improvvise, di introdurlo ai presupposti e alle procedure tecniche dell’analisi? La risposta non può essere che una sola: non prima che si sia instaurata nel paziente un’efficace traslazione, un vero e proprio rapporto con il medico. La prima meta del trattamento rimane quella di legare il paziente alla cura e alla persona del medico. A questo scopo non occorre far altro che lasciargli tempo [….] Naturalmente ci si può giocare questo primo successo se dall’inizio si adotta un punto di vista che non sia quello dell’immedesimazione [Einfühlung], per esempio un punto di vista moraleggiante, oppure se ci si atteggia a rappresentante o mandatario di una parte, per esempio dell’altro membro della coppia coniugale e simili” (Freud, S., Tecnica della psicoanalisi, 1911–1912).

Nella letteratura freudiana possono essere rilevate alcune citazioni che risultano preziose al fine di un approfondimento dell’Einfühlung anche nella situazione gruppale.

Freud sottolinea come, al di là dei risultati ottenuti dallo studio dell’identificazione nella psicologia collettiva, possano ipotizzarsi processi più profondi e complessi, di primaria importanza per la comprensione interpersonale.

Questi processi, quindi, possono essere concettualmente riferiti all’Einfühlung.

E’ opportuno riflettere sul fatto che Freud aveva appena scoperto che i legami affettivi (libidici) fra i membri del gruppo sono fondamentalmente dovuti alla condivisione di uno stesso “catalizzatore intrapsichico” che porterà alla teorizzazione dell’Ideale dell’Io:

“Siamo già in grado di intuire che il legame reciproco tra gli individui componenti la massa ha la natura di quest’ultima identificazione dovuta ad un’ importante comunanza affettiva; e possiamo supporre che questa comunanza sia data dal tipo di legame che si stabilisce con il capo. Ma intuiamo anche un’altra cosa: che siamo lungi dall’aver trattato esaurientemente il problema dell’identificazione e che ci troviamo in presenza del processo che la psicologia chiama “immedesimazione” [Einfühlung], e che più di ogni altro ci permette di intendere l’Io estraneo di altre persone […] Dall’identificazione parte la strada che, passando per l’imitazione, giunge all’immedesimazione [Einfühlung] ossia all’ intendimento del meccanismo mediante il quale ci è comunque possibile prender posizione nei confronti di un’altra vita psichica” (Freud, S., Psicologia delle masse ed analisi dell’Io, 1921).

Nel leggere le indicazioni freudiane, come fa brillantemente notare Nebbiosi (2011), le conclusioni più rilevanti a cui si può giungere sono che:

  • L’Einfühlung è il processo psichico che promuove più efficacemente la comunicazione tra gli individui, quantomeno nell’umorismo, nell’arte e nelle masse, ed è indispensabile per l’instaurarsi del rapporto analitico.
  • E’ opportuno non proporre interpretazioni, affrontare cioè la conoscenza, da parte del paziente, delle sue dinamiche inconsce, prima che egli abbia sviluppato un rapporto di fiducia, e poi di traslazione, con l’analista: cioè prima che il paziente senta che, quale che sia nel bene e nel male il suo mondo interno, l’analista ne riconoscerà con empatia il diritto all’esistenza restando per un certo periodo di tempo (talvolta anche lungo) in una posizione di “immedesimazione” che è propedeutica a quella ermeneutica.
  • Più in generale, accanto all’atteggiamento neutrale, Freud colloca un atteggiamento empatico verso il paziente. Roy Schafer ha notato come negli scritti sulla tecnica (1911–1914) Freud proponga una disposizione cordiale di comprensione e di interessamento e “[…] una certa flessibilità riguardo al percorso analitico che l’analizzando imboccherà ed anche riguardo al livello a cui egli funzionerà nei diversi momenti” (Freud, S., Tecnica della psicoanalisi, 1911–1912).
  • Freud elabora e consiglia un punto d’equilibrio fra empatia e neutralità (pathos della distanza): quest’ultima dovrebbe mettere al riparo la coppia analitica dalla collusione, dalla condiscendenza, dall’eccitamento e dalla seduttività, mentre la prima propone con forza la responsabilità dell’analista di capire e condividere, per poi promuovere l’attività interpretativa e la trasformazione nel processo analitico.

Evoluzione del concetto di empatia in psicologia clinica e in psicoterapia

Nell’ambito psicologico-clinico il significato e il concetto di empatia si sono sviluppati attraverso differenti impostazioni teoriche e metapsicologiche.

Storicamente, da fenomeno circoscritto, ambivalente, inframezzato, temporaneamente limitato alla fase iniziale della comprensione emotiva e sottodeterminato rispetto alla fase di spiegazione interpretativa e razionale, l’“empatia” si allargò a tutto il processo psicoterapeutico, divenne un concetto operativo cardine per il trattamento psicologico-clinico e anche le indagini psicologiche iniziarono ad abbracciare questo termine non tanto come funzione teorica quanto come tecnica e processo.

In particolar modo, rispetto allo studio specifico dell’empatia, si può fare riferimento alla “conoscenza emotiva” di R.Greenson, all’“introspezione vicariante” di H.Kohut e all’“empatia generativa” di R.Schafer.

L’empatia nell’accezione teorica di R.Greenson

Per sgombrare il campo da eventuali fraintendimenti metateorici, Greenson (1960) pose le origini dell’empatia nel contatto non verbale, di pelle, di intonazione della voce tra madre e bambino durante le prime fasi dello sviluppo e distinse l’empatia dalla simpatia, dall’imitazione, dall’identificazione, considerandola come capacità di sperimentare e condividere i sentimenti di un’altra persona allo scopo di raggiungere la comprensione del paziente.

In questo modello teorico, l’empatia comporta un certo grado di scissione dell’Io del terapeuta e uno spostamento da una posizione di osservatore verso una posizione di soggetto partecipe, all’interno di un “movimento” che, bidirezionalmente, avviene in un senso e nell’altro più volte.

Greenson intese enumerare una sequenza di eventi che sono insiti nella funzione empatica e nel processo empatico e che si possono osservare solo retrospettivamente a causa della rapidità e, a volte, della contemporaneità degli accadimenti: il terapeuta passa da una posizione di osservatore esterno ad una posizione di osservatore “dal di dentro”, sintonizzandosi con il “modello operativo” del paziente, emergente e ri-costruito nel corso della relazione terapeutica.

Tutto ciò che riguarda la persona del terapeuta viene messo in secondo piano, tranne le esperienze e le reazioni simili a quelle del paziente che rimangono in prossimità del suo modello operativo e che servono a dare corpo ad esso.

Attraverso questa serie di movimenti empatici, si verifica un’esperienza di contatto emotivo e le comunicazioni del paziente suscitano nel terapeuta quella piacevole sensazione di comprendere qualcosa che fino a un attimo prima era oscuro (esperienza di «Ah!»).

L’esperienza emotiva che caratterizza la relazione empatica risveglia l’“Io analizzante” che era rimasto relativamente isolato e che, entrato in primo piano, tenta di appurare il significato degli avvenimenti all’interno del modello relazionale emergente.

Da un altro punto di vista, l’“Io analizzante” soppesa l’opportunità di fare delle comunicazioni al paziente, realizzando un nuovo passaggio da ruolo di osservatore a quello di partecipante; le reazioni a livello del modello operativo determineranno il dosaggio, la tempestività e il tatto degli interventi. L’insieme dinamico di questo processo preconscio non avviene in sequenza lineare ma attraverso continue oscillazioni e simultaneità che garantiscono sempre una fuga adattativa dal rischio di situazioni terapeutiche “cristallizzate”, in cui il paziente può cronicamente sviluppare sentimenti di dipendenza verso il terapeuta.

Kohut e lo studio sistematico dell’empatia

Nella teoresi di H. Kohut (1984) l’empatia viene considerata come “l’operazione che definisce il campo della psicoanalisi” e, parallelamente, come una necessità clinica senza il cui impiego non è possibile alcuna psicologia degli stati profondi, in quanto la patologia del Sé è il risultato di fallimenti empatici all’interno dei differenti campi relazionali a cui partecipa l’individuo nel corso dell’età evolutiva.

La terapia basata sull’empatia tende alla promozione dell’“introspezione vicariante”, intesa da Kohut “come il tentativo di sperimentare, da parte di una persona, la vita interiore di un’altra, pur conservando nello stesso tempo la posizione di osservatore imparziale.”

La centralità del concetto di “empatia” nell’opera di Kohut è evidentemente esclusiva e fondamentale.

Nella consapevolezza che tentarne in questa sede una trattazione esauriente sarebbe impossibile, è forse utile limitarsi a enucleare, dal corpo del suo pensiero, alcuni tratti essenziali ai fini della ricerca sul valore teorico e clinico dell’empatia.

Ritornando all’analisi critica di Nebbiosi (2011), fin dai suoi primi lavori Kohut ha molto insistito nel sovradeterminare una precisa analogia esplicativa: da una parte i cinque sensi come strumenti per la conoscenza del mondo esterno, dall’altra l’introspezione e l’empatia (“introspezione vicariante”) come strumenti per la conoscenza del mondo interno.

Le ultime e più esaurienti formulazioni kohutiane risalgono al saggio “Il ruolo dell’empatia nella guarigione psicoanalitica” (1984) pubblicato postumo, attraverso cui è possibile evidenziare come:

“L’empatia è l’operazione che definisce il campo della psicoanalisi. Senza l’impiego dell’empatia, non è possibile alcuna psicologia degli stati psichici complessi. Essa è uno strumento neutrale di osservazione che: 1) può portare a risultati corretti o non corretti; 2) può essere usata con intenti di compassione, ostilità o imparzialità-neutralità; 3) può essere usata rapidamente e in modo inconsapevole oppure lentamente e deliberatamente con attenzione cosciente e concentrata.”

In secondo luogo, Kohut amplifica esemplarmente la funzione dell’empatia nella psicoanalisi:

“Non ci passerebbe per il capo di tacciare di derealtà un pittore che, usando la prospettiva, disegnasse uomini, case ed animali (che di per sé hanno dimensioni costanti) più grandi o più piccoli a seconda della loro distanza dall’osservatore; ma, semplicemente, diremmo che il pittore ha trovato, attraverso le variazioni di dimensione, un modo di rappresentare lo spazio. In modo analogo non tacceremmo di derealtà un paziente che desse un’enorme importanza, per esempio, alle piccole variazioni di orario della seduta: diremmo che il paziente ha trovato un modo di rappresentare gli affetti transferali” (Ibidem).

Il terzo elemento sottolinea e definisce:

“[…] lo spostarsi continuamente ripetuto dell’analista da una posizione di comprensione ad una di spiegazione […] Nella fase di comprensione, l’analista verbalizza al paziente di aver capito ciò che il paziente prova: egli cioè descrive al paziente lo stato interiore di lui, permettendogli di rendersi conto di essere “compreso”, vale a dire che un’altra persona è stata capace di provare, almeno approssimativamente, ciò che egli stesso ha provato […] In alcune analisi, l’analista non deve limitarsi alla fase di comprensione nemmeno all’inizio del trattamento: piuttosto, può impiegare fin da principio la sequenza comprensione-spiegazione […] Ma durante particolari fasi di molte analisi, soprattutto nelle analisi di alcuni pazienti gravemente traumatizzati, lo stadio della comprensione deve restare l’unico per un periodo molto lungo del trattamento. Verso la fine però, l’intera sequenza in due stadi può essere impiegata sempre di più senza rischio di traumi per l’analizzando, anche nel caso di analizzandi che all’inizio dell’analisi erano traumatizzati da qualunque azione dell’analista che andasse oltre la semplice comunicazione della sua comprensione” (Ibidem).

Nel seguire il puntuale excursus interpretativo di Nebbiosi (2011), questa lunga citazione merita alcune importanti considerazioni:

  • Dire che l’empatia è l’operazione che definisce il campo della psicoanalisi vuol dire collegarsi a quella parte del pensiero freudiano che considera la Einfühlung un tratto essenziale dell’atteggiamento analitico.
  • E’ necessario mettere l’accento su un particolare tipo di relazione. La relazione analitica, connotata di empatia è, a vederla da vicino, centrata su tre vertici: il paziente, il suo mondo interno, l’analista. Quest’ultimo è considerato in continuo dialogo col proprio mondo interno attraverso l’introspezione: il suo compito è anche quello di operare una “introspezione vicariante” tra il paziente e il suo [del paziente] mondo interno.
  • Garantire nella relazione analitica un dialogo intenso e fluido tra questi tre vertici è compito essenziale nell’approccio kohutiano. Soprattutto è importante e prioritario che il paziente avverta questa attenzione continua calda e rispettosa da parte dell’analista verso il suo mondo interno, in quanto egli [il paziente] è spesso sofferente proprio perchè ciò gli è stato negato nelle sue esperienze primitive (infantili). Questa posizione ha come corollario epistemologico una valorizzazione del “progetto esistenziale” rispetto alla conoscenza. Ciò non vuol dire che la conoscenza sia svalutata, vuol dire semplicemente che essa non è considerata l’unico valore (o il valore dominante) nell’esperienza analitica: alla formula “conoscere è esistere” (che pervade così diffusamente la cultura occidentale da Platone in poi) Kohut sostituisce “bisogna poter esistere per poter conoscere”.
  • Lo stesso atto interpretativo è visto, alla luce della relazione empatica, in modo nuovo. (o forse non del tutto, visto che un grande merito di Kohut è quello di avere rese esplicite e ben articolate a livello teorico prassi e consuetudini cliniche importantissime, ma “erratiche”, le quali non trovavano poi un modello che potesse dar conto di esse). L’interpretazione non è vista come tensione allo scioglimento di resistenze, ma come svelamento empatico delle strategie usate dal mondo interno del paziente per potere continuare ad esistere, salvare le potenzialità del suo Sé, o come dice Kohut stesso: «realizzare quindi il programma nucleare del su Sé».
  • Questo ed altri modelli analitici mettono in crisi il modello pulsionale della mente.

Il contributo di Roy Schafer e la formulazione del concetto di attività empatica

Focalizzando l’attenzione sul concetto di empatia, Roy Schafer (1983) ebbe il merito di elaborare un nuovo approccio teorico, tecnico e metapsicologico su cui basare l’intervento clinico.

La sua accezione critica rispetto al modello freudiano, muoveva da una profonda critica allo “strutturalismo” della metapsicologia psicoanalitica classica, considerato troppo rigido, artificioso ed antropomorfico nell’introdurre e sovradeterminare rappresentazioni di ordine superiore (Es, Io, Super Io) che diventano le strutture agenti degli eventi psichici e, quindi, dei dati psicoanalitici e clinici.

Schafer, di contro, indicava come soluzione alternativa quella di fornire un modo sistematico (e quindi teorico) di formulare i dati psicoanalitici (clinici) come azioni (Nebbiosi, 2011).

Promuovendo così un preciso “linguaggio dell’azione”, la psicoterapia avrebbe potuto acquisire due tipi di vantaggi, relativi al mantenersi coerente rispetto: 1) alla clinica e 2) alla teoria del raffinato linguaggio proprio alla metapsicologia classica (o, nello specifico, “linguaggio della struttura”):

“Questo progetto di sistemazione implica l’abbandono dell’abituale bagaglio di sostantivi e relativi aggettivi e l’impiego invece, nel linguaggio descrittivo/esplicativo della psicoanalisi di verbi, modificati da avverbi e complementi. Questo equivale ad abbandonare l’idea che si capisca di più o si spieghi di più dicendo che le entità e le funzioni mentali, lavorando autonomamente e secondo un certo ordine gerarchico, producono, chissà come un’esistenza psicologica più o meno continua e coerente. E’ eminentemente teorico procedere sulla base di un assunto alternativo, che cioè sia sufficiente constatare, dal punto di vista specifico della psicoanalisi e a un livello di astrazione appropriato, quello che le persone fanno, come lo fanno e quali ragioni hanno per farlo. Al tempo stesso è eminentemente clinico procedere in questo modo; infatti è il modo in cui procedono gli analisti nella pratica, per quanto figurativo possa essere il linguaggio che impiegano nelle interpretazioni” (Schafer, L’atteggiamento analitico, Feltrinelli, Milano, 1983).

Da tali premesse, Schafer propose un linguaggio psicoanalitico rinnovato, arricchito di concetti quali “attività empatica” ed “empatizzare”.

In tal senso, di fondamentale importanza clinica risulta essere la risonanza da parte del terapeuta con i modelli mentali del paziente.

E’ conseguente il fatto che, abbandonando gli assunti positivisti che affermano la netta distinzione tra soggetto e oggetto ed interpretano la realtà emotiva come un dato singolo conoscibile senza ambiguità, l’indagine scientifica deve confrontarsi col fatto che l’analista fa comunque uso di una teoria, e che “può empatizzare con l’analizzando quale esiste in tale modello”. Questo modello, o “idea dell’analizzando”, può naturalmente variare durante il percorso terapeutico ma, in linea di principio, essendo un modello implicito, per incoerente che possa essere, è sempre presente nel campo clinico bi-personale che si instaura tra paziente e terapeuta (Nebbiosi, ibidem).

L’impostazione teorica avanzata da Schafer sembra corretta e molto utile nel ricondurre il problema dell’empatia a livello teorico.

Spesso l’attività empatica è vista come fatto empirico e “ingenuamente” spontaneo, a tal punto da poter essere riferita ad una realtà emotiva ed umana che può prescindere da riferimenti concettuali/epistemologici.

Sulla base di quanto sostiene Schafer, è utile ricollocare l’empatia all’interno di una scelta di modello, sottolineando che non è possibile conoscere una realtà (soprattutto quella delle emozioni e dei sentimenti) oggettiva.

Da tali premesse, risulta coerente un atteggiamento terapeutico volto a conoscere una realtà (emotiva) in base a modelli e strumenti concettuali che, pur potendo e dovendo trasformarsi, siano il più possibile chiari e coscienti, nei loro pregi e nei loro limiti, nella mente dell’analista.

Schafer specifica che, nella costruzione dei modelli dell’analizzando, oltre all’orientamento teorico dell’analista, si deve tener conto del fatto che nella situazione clinica il terapeuta non vede mai il paziente nella sua interezza, perchè i pazienti, nel foggiare la presentazione di se stessi, reagiscono sempre ai propri scopi mutevoli e al modo di pensare e reagire del terapeuta.

In merito al problema dell’impostazione scientifica che caratterizza l’intervento psicologico-clinico, adottando la sottile intuizione di Bateson e Ruesch (1976), il ricercatore (e quindi per estensione il terapeuta) può essere paragonato al visitatore di un museo d’arte intento ad osservare una statua.

É ovvio che in funzione della sua distanza e posizione, egli potrà ammirarne porzioni più o meno ampie; girando intorno ad essa, modificando cioè il proprio punto di vista, potrà apprezzare aspetti e particolari inizialmente non osservati, tanto che ad ogni mutamento prospettico la scultura gli potrà apparire sempre un po’ diversa da quella iniziale. In ogni caso, tuttavia, è evidente che egli non riuscirà mai a guardare contemporaneamente frontale e posteriore del suo oggetto d’osservazione, a coglierlo cioè nel suo insieme:

“ […] lo scienziato si trova nell’identica posizione di chi osserva una statua, tranne per il fatto che, per comprendere meglio ciò che sta facendo e ciò che avviene in natura, egli non si limita alla percezione e all’osservazione” (Ruesch, Bateson, 1976).

A livello epistemologico, ciò che Bateson e Ruesch intendono sovradeterminare è il così detto paradigma della complessità, che allargato alla dimensione terapeutica, tutela l’intelligenza emotiva di ogni paziente che, in quel luogo e in quella occasione clinica, è il protagonista di una storia vivente, narrata attraverso un continuo sforzo critico, relazionale ed emotivo.

Forse, più di ogni altra valenza, il paradigma della complessità rende giustizia ad uno degli aspetti più salienti della percorso terapeutico: l’accaduto, nel senso dei “vissuti” che si caratterizzano come evento, incontro con l’altro da Sé, difficilmente interpretabili attraverso concetti teorici saturi anche se coerenti su un piano scientifico.

Ritornando all’impostazione di Schafer, sulla base del modello dell’empatia, il terapeuta è stimolato ad usare un’organizzazione psichica definita “secondo Sé” (con il quale è in genere molto più capace di empatizzare) che può essere “continuo” e coerente rispetto al Sé del paziente nei rapporti non clinici, ma non necessariamente identico o ugualmente accessibile, e che è analogo all’“autore implicito” presentato dagli scrittori creativi.

La caratteristica più importante del “secondo Sé” del terapeuta è il suo orientamento positivo: con l’attività empatica, il terapeuta presuppone che qualsiasi cosa il paziente faccia o provi è essenziale che lo faccia o lo provi a causa delle difficili situazioni della sua realtà psichica.

In questa realtà sono presenti gli eventi terrorizzanti della perdita totale dell’oggetto d’amore, della castrazione, e delle punizioni arcaiche e terrifiche a carattere superegoico.

Nel sovradeterminare l’importanza della relazione empatica, l’ultimo aspetto su cui Schafer insiste è il concetto di “tenacia” (nei termini dell’azione: “empatizzare deciso, fermo e paziente”):

“Improvvisare empaticamente diversi modi di organizzazione dell’esperienza genera sempre una certa dispersione dell’identità. E benché a volte noi analisti sembriamo dimenticare che siamo anche noi degli esseri umani, e non Dei o macchine, abbiamo costantemente bisogno di ricreare il vissuto della nostra personale coesione e coerenza […] Gli analisti che mantengono con sicurezza la propria coesione non vengono tanto danneggiati o confusi dalle escursioni empatiche. Questi analisti hanno tenacia.”

Controversie metapsicologiche sul tema dell’empatia

Negli ultimi anni, soprattutto con l’emergere dell’impostazione neuroscientifica e della prospettiva ermeneutica radicale, le critiche alle teorie psichiatriche e psicoanalitiche hanno accentuato l’attenzione sull’empatia e sull’approccio empatico come l’unico capace di valorizzare la verità della persona nell’ambito della relazione diadica paziente-terapeuta.

L’intenso dibattito sull’argomento spazia in un vasto campo culturale, dove dominano ancora questioni e dialettiche parzialmente irrisolte: quali sono i fattori terapeutici? Cos’è la neutralità analitica? Qual è l’atteggiamento terapeutico più adeguato per la presa in carico della domanda d’intervento clinico? [1]

Nello scorrere le varie impostazioni teoriche, è evidente che il concetto di empatia si impone spesso come linea di confine tra i vari fronti paradigmatici che operano in ambito psicologico e che ci si adopera o a riempirlo di significati e a sopravvalutarlo o, in parte, a svalorizzarlo in favore delle tecniche interpretative di matrice psicoanalitica.

Tale termine, dunque, sembra fluttuare tra tempestose contraddizioni, ora accostandosi all’aspetto dell’umana esperienza di affettività, di comunicazione intersoggettiva, di scambio empatico, ora affiancandosi alle rive più sicure delle sistematizzazioni psicologiche già esistenti, estensione conosciuta ma non esplicitata di esse.

In effetti, è evidente che l’uso che si fa del termine “empatia” può risultare così ampio da lasciare disorientati.

Emergono altresì alcune importanti questioni: limitandone il significato e l’uso può ancora rimanere abbastanza flessibile e crescere in connotazione senza perdere la capacità di denotazione? E’ possibile prendere in considerazione l’empatia senza sconfinare dal campo metapsicologico, senza offuscarlo e sottodeterminarlo rispetto alle più consolidate tecniche psicoanalitiche?

Basch (1983) sviluppa sulla comprensione empatica uno spunto che sembra interessante percorrere non solo per l’esplicazione di questo concetto, ma anche per attribuire alla relazione empatica una giusta collocazione nell’ambito della psicoterapia: poiché l’empatia dipende dalla trasmissione delle emozioni che caratterizzano il campo relazionale, sarebbe possibile fornire una spiegazione soddisfacente di questo processo continuamente sfuggente attraverso l’elaborazione di una precisa psicologia degli affetti.

Nell’accezione di Rapaport, uno dei massimi esponenti di quella che viene riconosciuta come Psicologia dell’Io, le attuali implicazioni teoriche non permettono e anzi sconsigliano “la formulazione definitiva di una vera e propria teoria aggiornata degli affetti”.

In altri termini, descrivere la varietà dei fenomeni affettivi, attraverso un’interpretazione che vada al di là delle certezze neurofisiologiche, è un’impresa ardua per la facilità con la quale si può essere fuorviati, sopratutto per il rischio di conclusioni riduzionistiche rispetto alla complessità della tematica in oggetto.

D’altra parte, non è possibile non considerare gli affetti, in quanto guidano il lavoro quotidiano del terapeuta. Del resto, la “rievocazione” o la “comprensione” conseguente alle possibili interpretazioni del conflitto psichico non producono alcun progresso terapeutico senza essere accompagnate da un’intensa partecipazione affettiva.

A tal proposito, Rapaport (1986) afferma che “ci si potrebbe perfino chiedere se una teoria metapsicologica della tecnica e della teoria sia addirittura concepibile prima di aver chiarito la posizione metapsicologica degli affetti, che occupano una posizione centrale nei processi terapeutici”.

Da queste premesse, si dipanano ulteriori questioni essenziali: che ruolo hanno gli affetti nel lavoro clinico? In che rapporto sono con l’interpretazione? A quale metodo di rilevamento ci si deve ispirare? Può essere l’empatia questo mezzo di rilevamento? Qual è la sua natura psichica?[2]

Nel seguire gli studi di Rapaport sulla questione della coscienza e dei suoi stati, è possibile sovradeterminare l’attenzione terapeutica sugli affetti e sulle pulsioni ad essi sottostanti, come elementi che organizzano i ricordi e trasformano le tracce mnesiche in idee, facendo si che l’esame di realtà senza il contributo affettivo vada a trasformarsi in magia ossessivo-paranoica.

Gli oggetti esterni che entrano nel campo relazionale diventano significativi a seconda della loro relazione con l’organizzazione istintuale e pulsionale che caratterizzano la personalità individuale, promuovendo una sistematizzazione dei concetti per cui non può esservi pensiero senza sentimento.

Il pensiero puro non esiste, come non esiste il sentimento puro senza il suo pensarsi e una sua specifica ed elaborata rappresentazione.

In ogni condotta comportamentale, le motivazioni e il dinamismo energetico dipendono dall’affettività, mentre le tecniche e l’adeguamento dei mezzi impiegati al fine dell’adattamento con l’ambiente vanno a costituire l’aspetto cognitivo della personalità stessa.

Su tali basi, dunque, l’empatia può essere più chiaramente definita come una funzione superiore, una struttura formale e relazionale complessa, prodotta dalla maturazione delle strutture intellettive e dalla loro sintonizzazione con i sistemi affettivi “intra” e “inter” psichici.

Nell’ambito dell’intervento psicologico-clinico, in altri termini, l’empatia può essere considerata come una funzione dell’Io di cui conosciamo molti aspetti che probabilmente non riusciamo ad integrare in un’unica globalità operativa e, al contempo, come una parte delle capacità intellettive del terapeuta, al pari di una funzione simile, per intenderci, al pensiero ed al linguaggio.

Tuttavia, è anche vero che l’empatia è una condizione necessaria ma non sufficiente a garantire il buon esito del processo terapeutico.

Altra questione saliente è la difficoltà per la nostra organizzazione di pensiero a conciliare la realtà del sentire soggettivo e dei fenomeni emozionali con la concezione scientifica di una realtà totalmente oggettiva e verificabile.

Da molti anni, ormai, la psicoterapia è stata sottoposta a una serie di esami e osservazioni tesi alla ricerca di una prova di validazione scientifica.

La sua struttura logica e il suo contenuto empirico sono stati immessi nei canali teorici dell’epistemologia medica e ne sono usciti, spesso, con un preciso marchio di non scientificità; contemporaneamente, molti psicoterapeuti a orientamento psicoanalitico si sono rifugiati nel campo delle neuroscienze o in quello delle scienze storiche attraverso la via dell’ermeneutica.

Il fatto che la psicoanalisi e la psicoterapia in generale si occupino del soggettivo, che l’osservatore sia parte integrante del campo bi-personale o multi-personale (in riferimento alla teoria e alle tecniche della dinamica dei gruppi) e che il suo metodo sia inevitabilmente complesso, porrebbero l’approccio psicologico-clinico al di fuori dei precisi e verificabili parametri oggettivanti su cui si basa la rigorosità scientifica.

In quest’ottica, inoltre, il processo empatico, storicamente separato dalla classica interpretazione psicoterapeutica, in quanto legato ad un ineffabile “sentire clinico” non meglio specificato, è maggiormente squalificato e squalificante.

Sembra cioè ritornare l’annosa diatriba che oppone l’idea di psicoterapia intesa come Weltanschauung (ossia “visione del mondo”) a quella di psicoterapia come scienza.

Sarebbe forse più opportuno continuare una ricerca e un approfondimento nel campo della psicoterapia ritornando all’elaborazione del difficile e tuttora irrisolto problema “mente-corpo”.

Tutti i fenomeni mentali, sia consci che inconsci, visivi, uditivi, pensieri o dolori, sono processi che avvengono nel cervello ma che si esplicano attraverso un sistema, quello umano, che ha un forte carattere bio-psico-sociale.

D’altro canto, questa complessità rende necessario affrontare la questione relativa a cosa sia veramente terapeutico nell’intero processo di cura psicologico, se l’empatia o l’interpretazione e le altre tecniche d’analisi dell’inconscio e dei modelli operativi interni.

Quasi sempre, questi due aspetti sono stati separati in compartimenti stagni, come due dimensioni indipendenti e sostanzialmente differenti dal punto di vista qualitativo, contrapposti in coppie dicotomiche come irrazionale-razionale, soggettivo-oggettivo.

La prima non poteva essere confusa con la seconda pena la perdita di credibilità e di scientificità dell’interpretazione stessa.

Varie tecniche hanno auspicato il predominio di una parte sull’altra, ora gonfiando l’interpretazione a scapito dell’empatia, ora, soprattutto negli ultimi anni, enfatizzando l’approccio empatico come fattore terapeutico fondamentale senza il cui apporto sarebbe difficile poter promuovere una buona e sana alleanza terapeutica.

Si è anche affermato che occorre distinguere una diversa temporalità di attuazione dei due processi: in un primo tempo sarebbe necessario usare solo l’empatia per fondare l’alleanza terapeutica e preparare la strada all’interpretazione, la quale assurge così alla parte elevata e terminale del processo.

E’ tuttavia altrettanto vero che una tale distinzione temporale, qualitativa e concettuale, appare in parte “forzata”, in quanto i due processi sono talmente compenetrati da risultare inscindibili: una buona empatia contiene un’esatta lettura e interpretazione della situazione al di là del fatto che produca silenzio e verbalizzazione o qualsiasi altro atteggiamento del terapeuta, così come una buona interpretazione non può non avere un fondamento empatico se non altro nei suoi aspetti comunicativi.

Il nucleo logico operativo dell’empatia è in fin dei conti rapido e quello dell’interpretazione è forse poco definito e conosciuto; le parole, e non solo esse, con le quali si comunica qualcosa al paziente, sono solo l’ultimo atto di un lungo e complesso processo in cui la percezione empatica affianca costantemente una serie di operazioni più interpretative ed astratte, frutto di ipotesi terapeutiche circa l’eziologia o le prospettive di cambiamento del conflitto psichico sottostante al sintomo ed al malessere psicologico.

L’aumento d’interesse e attenzione per l’empatia e la sua posizione centrale nel processo clinico sono certamente riconducibili al fatto che gli psicoterapeuti abbiano focalizzato il loro interesse sui disturbi precoci dello sviluppo e su forme psicopatologiche più gravi di quelle nevrotiche.

Quindi, un discorso scientifico sull’empatia non può non dipendere dalla diagnosi e dalle costruzioni teoriche da cui questa deriva.

In conclusione, pertanto, correndo il rischio di fornire una visione insatura del processo terapeutico che caratterizza la psicologia-clinica, è forse necessario sottolineare che la domanda sulla valenza terapeutica dell’empatia diventa inevitabilmente anche una domanda sulla valenza terapeutica dell’intero processo psicologico di cura a cui, ancora, non è dato fornire una risposta oggettiva ed oggettivante, strettamente riconducibile ai parametri evocati dal concetto di “scienza”, almeno nel senso aristotelico del termine.

[1] Molte accuse sono state rivolte a Kohut per la pretesa di aver “inventato” l’empatia già presente in tutta la letteratura psicologica, anche se non nominata esplicitamente o sovradeterminata rispetto ad altri concetti. Shapiro (1981) e Buie (1981) furono i più accaniti critici alla concezione di Kohut, considerata troppo distante dai parametri scientifici, autoreferente ed incamminata verso il misticismo e la sensitività. S.Olinick (1984) si è avvicinato al problema attraverso la distinzione tra simpatia ed empatia, considerando quest’ultima come un fattore terapeutico né mistico né scientifico, ma come uno strumento consueto del terapeuta, essenziale per la comprensione comunicativa. Molti filoni di pensiero tendono ad associare gli aspetti mistici dell’empatia con qualche versione mitologica dell’interazione madre-bambino. A tal proposito, Olden (1958) sostiene che il fenomeno dell’empatia è profondo come “nei primi giorni di vita, quando non c’è il mondo esterno, nessun Io, quando la completa unicità con la madre procura solo la esperienza soggettiva di conforto e sconforto.”

L’empatia materna determinerebbe la natura dell’autorappresentazione del bambino e la sua capacità di empatia da adulto (Lebovici 1986). Lichtenberg (1981) considera l’empatia come una “piattaforma di osservazione”, focalizzando l’attenzione sulla relazione tra affetto e cognizione, su cosa sia terapeutico nella terapia, se sia cioè l’interpretazione o la conoscenza empatica a permettere una riorganizzazione dei vissuti emozionali.

[2] Nel seguire l’accezione di Rapaport, Jacobson e Glover sono i due autori che hanno meglio tentato una classificazione sistematica degli affetti e delle loro implicazioni psichiche nel sistema complesso delle relazioni umane: la prima riformulando la teoria conflittuale e strutturale degli affetti originati da tensioni intra e intersistemiche, il secondo sottolineando come i fenomeni affettivi richiedano, più di qualsiasi altra manifestazione psichica, una grande varietà di approcci.

Il gruppo di formazione in psicoterapia

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“Ci sono due tipi di conoscenza: conosciamo una cosa per esperienza diretta, o sappiamo dove trovare informazioni a proposito.” 

(Samuel Johnson, da J.Boswell, Vita di Samuel Johnson)

“E’ importante non solo l’idea dello “sviluppo” al posto di quella di “essere dotati per istinto”, ma anche la coscienza del valore di un approccio razionale o scientifico al problema. Così pure, come corollario indispensabile all’idea dello sviluppo, il gruppo (o il singolo) accetta la validità dell’apprendimento dall’esperienza.”

(Wilfred Bion, Apprendere dall’esperienza, 1962)

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Qual è la “valenza” dei fattori gruppali che caratterizzano la formazione in psicoterapia? E’ pienamente esplicativo considerare il gruppo di formazione sulla base del classico modello lewiniano (T-Group), oppure è necessario far si che su questa valida prospettiva converga un’impostazione psicodinamica “più profonda”, che, ad esempio, faccia riferimento alla tradizione specificamente bioniana? E’ lecito ritenere che la relazione empatica nei gruppi di formazione possa essere considerata una “estensione multipersonale” dell’ “alleanza terapeutica”?

Il primo problema può essere investigato facendo riferimento ai “fattori terapeutici” del gruppo, consapevoli di adottare un modello interpretativo che considera la “terapeuticità” nel senso più ampio del termine, cioè quello di “cambiamento positivo” verso modelli esperienziali più adattativi e più utili per lo sviluppo delle capacità – consce ed inconsce – di problem solving.

La letteratura di riferimento ai modelli gruppoanalitici è densa di teorie ed ipotesi cliniche volte ad individuare e sistematizzare tutti i possibili fattori terapeutici del setting gruppale.

In tal senso, meglio di altri, Irving D.Yalom ne fornisce una limpida ed esauriente sintesi (Yalom, I.D., Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo, Boringhieri, Torino, 1997):

  • Infusione della speranza;
  • Universalità;
  • Informazione;
  • Altruismo;
  • Ricapitolazione correttiva del gruppo primario;
  • Sviluppo di tecniche di socializzazione;
  • Comportamento imitativo;
  • Apprendimento interpersonale;
  • Coesione ed identità di gruppo;
  • Catarsi;
  • Fattori esistenziali.

Senza addentrarsi nello specifico di ogni fattore terapeutico sistematizzato da Yalom, le dinamiche di un gruppo di formazione possono essere facilmente identificabili con molti degli elementi sopra indicati.

In particolar modo, la partecipazione ai role playing, la discussione dei casi clinici in gruppo, e la supervisione diventano momenti in cui è difficile non riscontrare fattori quali: Sviluppo di tecniche di socializzazione, Apprendimento interpersonale, Coesione ed identità di gruppo, Catarsi (in qualità di espressione delle emozioni represse), Fattori esistenziali (nel senso di acquisizione di maggior consapevolezza di quegli aspetti fondamentali della nostra vita, quali responsabilità, solitudine, senso di esistenza, elaborazione del lutto, che ognuno, prima o poi è costretto ad affrontare).

Da questi presupposti, è utile tener presente che il gioco relazionale in cui si alternano le valenze individuali e le fantasie transpersonali e collettive prende forma all’interno di un campo esperienziale.

Il concetto di campo risale alla tradizione lewiniana che indica la fenomenologia di uno spazio vitale dato dalla formula C = f (P,A)

Nel modello proposto da Lewin, il comportamento (C) è funzione (f) del campo totale, ovvero dello spazio di vita (SpV) costituito dalla totalità di tutti gli eventi psichici che potrebbero avere un effetto diretto sul comportamento stesso.

Lo spazio di vita si presenta con caratteristiche strettamente psicologiche ed è determinato dall’interazione di due fattori fondamentali: l’ambiente psicologico (A) costituito dalle persone, dagli oggetti e dagli eventi con cui un individuo interagisce, in un determinato momento della sua vita, e la persona (P) definita a sua volta da “sottoregioni”, tra le quali le due principali sono la regione percettivo/motoria (relativa appunto ai processi percettivi e motori dell’individuo ) e la regione interna/personale (relativa ai processi dinamici e cognitivi).

Questo tipo di formulazione ha valore tanto per lo studio delle dinamiche individuali quanto per quelle collettive:

‹‹si può parlare del campo entro il quale esistono un gruppo o un’istituzione, attribuendo a ciò esattamente lo stesso significato di quando si parla di spazio di vita del soggetto nella psicologia individuale. Lo spazio di vita di un gruppo, pertanto, è costituito dal gruppo e dal suo ambiente così come questo esiste per il gruppo›› (Cartwright, 1951).

Per definire strutturalmente lo spazio di vita di un gruppo è necessario in primo luogo analizzarne i fattori dinamici che lo costituiscono, ovvero l’insieme degli elementi che rientrano a farne parte; in secondo luogo, stabilire il tipo di relazione che esiste tra questi elementi, al fine di valutare l’organizzazione interna del campo e la sua “profondità” temporale.

Con il principio dell’esistenza Lewin intese dare una precisa collocazione spaziale agli elementi che rientrano o meno nel campo psicologico.

Considerare gli elementi collettivi nei termini di esistenza consente metodologicamente di isolare e definire tutti quei fattori che devono essere presi in considerazione per avanzare previsioni, il più possibile valide, sulla dinamica dei gruppi.

Tale impostazione muove da una prospettiva fenomenologica nella misura in cui fa rientrare nello spazio di vita solo quei fattori che, in un momento dato, esistono “esperienzialmente” per il soggetto e, pertanto, ne influenzano direttamente, in modo più o meno cosciente, il vissuto.

In generale, per quanto riguarda il campo esistenziale di un individuo, possono essere inclusi nello spazio di vita (P,A): i bisogni, le motivazioni, i fini, le mete, gli umori, gli ideali, l’intelligenza, la personalità, la struttura cognitiva.

Nel campo relativo ad un gruppo entrano invece a far parte gli aspetti “transpersonali”: atmosfera, organizzazione, differenziazione, rigidità, fluidità.

Il tipo di rapporto tra gli elementi del gruppo costituisce la base della definizione di campo come “totalità dinamica”, usata sin dall’epoca de Le Forme Fisiche (1920) di Kohler.

Il campo è infatti concepito come un sistema di forze, che caratterizzano una complessa struttura dinamica, definita dall’interdipendenza tra gli elementi che la compongono.

Le relazioni di interdipendenza determinano il mutamento del campo, così come il suo stato di equilibrio, e coinvolgono sempre e necessariamente l’intero sistema dinamico e mai solo una parte di esso (così come il cambiamento dello stato di una parte del campo modifica quello di tutte le altre e quindi dell’intero sistema).

In altri termini, l’interdipendenza e la qualità dei rapporti interpersonali spiegano l’effetto e la relazione parte/tutto che caratterizza le totalità dinamiche.

Da tali considerazioni emerge come il gruppo:

‹‹è qualcosa di più, o meglio dire, qualcosa di diverso dalla somma dei suoi membri: ha una struttura propria, fini peculiari, e relazioni particolari con altri gruppi. Quel che ne costituisce l’essenza non è la somiglianza o la dissomiglianza riscontrabile tra i suoi membri bensì la loro interdipendenza. Esso può definirsi come una totalità dinamica. Ciò significa che un cambiamento di una sua parte o frazione qualsiasi interessa lo stato di tutte le altre. Il grado di interdipendenza tra le frazioni del gruppo varia da una massa indefinita ad una entità compatta. Dipende, tra gli altri fattori, dall’ampiezza, dall’organizzazione e dalla coesione del gruppo.›› (Lewin, 1951)

La dimensione temporale del gruppo è definita in base al concetto di contemporaneità, che applicato alla teoria del campo determina una situazione dinamica in cui lo spazio di vita perdura nel tempo, viene modificato dagli eventi ed è il prodotto di un “fluire” storico.

In ogni momento, le relazioni interpersonali sono influenzate dalla configurazione attuale del campo:

‹‹una delle asserzioni fondamentali della teoria psicologica di campo è la seguente: qualsiasi comportamento o qualsiasi altro mutamento entro un campo psicologico dipende soltanto dalla particolare configurazione del campo psicologico a quel dato momento.›› (Ibidem).

Questo principio è stato spesso mal interpretato come una negazione dell’influenza delle esperienze passate sul comportamento presente e, di conseguenza, in aperta contrapposizione con gli assunti fondamentali della teoria psicodinamica (in cui il processo evolutivo, e quindi la dimensione diacronica, sono considerati centrali nello studio della personalità).

In realtà, il problema della contemporaneità si riferisce al presupposto che nel campo non può essere compreso qualsiasi fenomeno passato o futuro, ma solo le prospettive che il soggetto ha del passato, del presente e del futuro, e che, pertanto, hanno un incidenza sul suo comportamento presente nella dinamica collettiva.

A partire da un tale vettore interpretativo, il campo psicologico esistente ad un momento dato tende a contenere i punti di vista da cui l’individuo guarda al suo futuro e al suo passato.

Di conseguenza, l’individuo ha il senso non soltanto della sua situazione presente, ma ha anche delle aspettative, dei desideri, dei timori che gli sono propri.

Al fine di un’analisi esplicativa delle dinamiche umane (individuali e gruppali), Lewin sottolineava quanto sia importante capire che il passato e il futuro psicologico sono parti simultanee del campo psicologico esistente ad un dato momento t.

Se quindi la prospettiva temporale muta continuamente, in base alla teoria del campo psicologico:

‹‹qualsiasi tipo di comportamento dipende dal campo totale, compresa la prospettiva temporale del momento, ma non anche da qualsiasi altro campo passato o futuro.›› (Ibidem)

Anche in questo caso, Lewin preferiva utilizzare strumenti matematici al fine di chiarire il significato del concetto di contemporaneità.

L’equazione Ct = f <St esplicava in modo abbastanza chiaro che il comportamento C, inteso come qualsiasi mutamento nel campo psicologico nel momento t, è una funzione della situazione totale S esclusivamente nel momento t, e non anche una funzione della situazione passate S t-n o future S t+n.

A partire da queste considerazioni, si arriva alla conclusione che la struttura di un campo psicologico è determinata non tanto dall’insieme degli elementi o delle parti che la compongono, quanto piuttosto dagli specifici rapporti che intercorrono fra di essi, e che variano continuamente nel tempo.

Come risultante, il campo di un gruppo, ad esempio, ha una struttura che non è osservabile a partire dalla descrizione dei suoi membri, dei loro fini, della loro stabilità e della loro personale organizzazione.

La struttura del campo di un gruppo si basa essenzialmente sui diversi tipi di interdipendenza, ovvero di relazioni affettive e di interazioni lavorative, esistenti tra i membri o tra i sottogruppi, e tra questi e l’ambiente psicologico rilevante.

In una tale prospettiva, i fatti, gli eventi e i fenomeni che si verificano in un gruppo devono essere concepiti come funzioni di una particolare dinamica presente nel campo, a sua volta correlata con la particolare struttura del campo stesso.

I principi e le leggi che governano tale dinamica sono considerati di fondamentale importanza in quanto stabiliscono e descrivono i rapporti tra gli elementi costruttivi in un complessivo “modello causale/condizionale” dei fenomeni psicologici.

Considerata in quest’ottica, la teoria di Lewin, spesso interpretata in termini puramente psicosociologici, converge sull’interpretazione psicodinamica e clinica del campo gruppale, dove quest’ultimo può essere esplicitato nei termini di:

Setting e contenitore degli aspetti not changing della personalità (Bleger);

Deposito o pool transpersonale (Correale);

Rete e Matrice (Foulkes);

Stato mentale (Bion).

Nel pensiero bioniano, la nozione di campo come stato mentale arricchisce la teoresi sull’oscillazione tra assunti di base e gruppo di lavoro.

In quest’ultimo assetto, il gruppo (che si è lasciato sullo sfondo quei primordiali meccanismi di funzionamento che ne caratterizzano l’arroccamento difensivo) è considerato in base ad una dinamica interpersonale finalizzata alla realizzazione di un compito specifico e, quindi, al raggiungimento degli obiettivi attraverso un processo “razionale” e “scientifico” in cui sono stabilite quelle regole procedurali (consce ed inconsce) tese ad indirizzare le varie forme di cooperazione.

Poiché la “razionalità” gruppale è costantemente “giocata” su un terreno inconscio e sincretico (gli assunti base), il contesto formativo in psicoterapia diventa il luogo privilegiato di uno spazio anzi entro la cui dimensione è possibile recuperare, metabolizzare ed integrare il senso e le potenzialità delle fantasie istituzionali, “automatiche” e collusive che caratterizzano la stessa domanda di formazione:

‹‹Proponiamo di definire “il gruppo” quale luogo di relazione ove sia stata sospesa l’azione trasformativa e ove emergono le dinamiche istituzionali.›› (Carli, Paniccia, Lancia, 1988)

Il gruppo di formazione tende a strutturarsi come:

‹‹contesto relazionale ove i componenti dell’organizzazione sono riuniti al fine di interrogarsi sulle loro modalità di relazione, senza la contempo essere impegnati nei compiti trasformativi usuali e specifici della loro appartenenza organizzativa […] In ogni gruppo è sempre presente l’organizzazione o, se si vuole, “il gruppo di lavoro”. Ed è la sospensione dell’azione produttiva che definisce, al contempo, l’oggetto di lavoro del gruppo (l’analisi dell’istituzione emergente) e la funzione dei suoi membri […] Il gruppo, in altri termini, il gruppo è il luogo più adatto per sperimentare l’esperienza “anzi”, per affrontare la confusione categoriale e per poter strutturare su basi nuove la dinamica individuale di adattamento sociale, quale si invera nel contesto gruppale.›› (Ibidem)

Ma qual è il collante della dimensione gruppale? In altri termini, qual è “l’anima del gruppo di formazione?”

In tal senso, una prima riflessione porta a sottolineare come il setting gruppale tenda a promuovere le potenzialità di autorappresentazione e rispecchiamento empatico stimolate attraverso le caratteristiche peculiari dell’oggetto-Sé.

L’oggetto-Sé è una funzione interna all’individuo che si sviluppa e si mantiene attraverso il costante rapporto con un oggetto del mondo esterno che ha la capacità di alimentarla.

L’oggetto del mondo esterno che fornisce alimento alla “funzione oggetto-Sé” può essere oltre che una persona, anche un gruppo, mentre il complesso delle relazioni oggetto-Sé sono differenzialmente definite da una particolare e specifica funzione:

  1. a) Oggetto-Sé gemellare o alter-egoico (fornisce una continua presenza, non soltanto intellettuale ma anche corporea; consente un’esperienza di fiducia, presenza, certezza);
  2. b) Oggetto-Sé ideale (come funzione di ideale “positivo” che mette a disposizione del gruppo un sano sentimento narcisistico condivisibile e fruibile);
  3. c) Oggetto-Sé speculare (caratterizza il rispecchiamento e la spontaneità della partecipazione affettiva).

Nella dimensione gruppale le tre “funzioni oggetto-Sé” strutturano il rapporto tra i contenuti della comunicazione manifesta e gli elementi della costellazione affettiva che caratterizza il campo del gruppo attraverso un processo di mimèsi.

Nell’approccio filosofico di Platone, la nozione di mimèsi indica il rapporto di imitazione che intercorre tra le idee e le cose sensibili.

Come sottolinea Benjamin (Sulla funzione mimetica, 1933), se questo principio suggerisce una ripetizione passiva e gregaria (per cui l’imitazione è una copia), l’impostazione aristotelica recupera il senso positivo della funzione mimetica nel gruppo e ne sottolinea la valenza dinamica e conoscitiva per cui il rapporto stabilito dalla mimèsi è un rapporto attivo e propositivo perché rappresenta un oggetto co-costruito e reso presente (come è espresso nel concetto bioniano di trasformazione in K ed evoluzione in O).

E’difficile quindi pensare che la complessità di questo gioco dinamico possa produttivamente evolversi senza un terreno affettivo condivisibile.

Sia che la si voglia definire in termini psicosociologici (Lewin), clinici (Carli) o propriamente psicoanalitici (Bion), la relazione empatica può essere quindi considerata il minimo comune denominatore degli elementi che strutturano il campo gruppale e la forza interpersonale che “compatta” le diverse realtà psichiche.

La fenomenologia empatica conferisce quella valenza affettiva fondamentale per un vero processo di trasformazione basato sull’apprendimento e garantisce al contesto formativo una stabilità “climatica” che fonda la convivenza del rapporto “sociale” e della compartecipazione all’esperienza.

Il concetto di empatia sembra davvero il cardine esperienziale intorno a cui si costruisce il progetto di formazione e dà corpo all’ipotesi di considerarla come il “precipitato” gruppale del concetto di “alleanza terapeutica”.

Donald Winnicott

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Nella storia del movimento psicoanalitico, Donald Woods Winnicott (1896-1971) ha avuto il merito di fornire una teoria dello sviluppo psichico complessa e innovativa, sempre corroborata da un’attenta osservazione clinica e da un costante interesse verso l’importanza delle dinamiche relazionali nell’andamento del processo di crescita.

La sua teoria, elaborata a partire da una serie di interessanti ricerche in ambito pediatrico, fornisce una descrizione articolata, penetrante e spesso poetica della nascita e dell’evoluzione del Sé psichico. Quasi tutti i suoi contributi teorici e clinici partono da una rielaborazione critica dei modelli di sviluppo precedentemente pensati in psicoanalisi e ruotano intorno ad una idea di sviluppo psichico inteso come una continua e conflittuale lotta del Sé verso una forma di esistenza individualizzata, che, nello stesso tempo, possa permettere un intimo contatto con gli altri. Nel 1945, Winnicott cominciò a sistematizzare una raccolta di principi teorici che andavano a segnare il distacco dalle posizioni teoriche ortodosse, in particolar modo quelle di Freud e della Klein. La principale divergenza paradigmatica riferisce che i processi che portano allo sviluppo o all’inibizione delle strutture sane di personalità sono descritti non in senso meramente intrapsichico e pulsionale ma nel contesto dell’ interazione tra il bambino e quelli che sono riconoscibili come “rifornimenti” ambientali, oggetti di cura e di sostentamento nel delicato periodo che contraddistingue la crescita infantile.

In tal senso, i più importanti contributi di Winnicott alla psicoanalisi hanno inizio con l’osservazione che la teoria e il trattamento psicoanalitico delle nevrosi partono dal discutibile presupposto che l’identità personale si costruisce attraverso un processo evolutivo che separa il (inteso come rappresentazione intrapsichica di una esperienza intersoggettiva) e la struttura dell’Io. Nell’accezione avanzata da Winnicott, questo presupposto tende a trascurare due questioni di grande rilevanza clinica: 1) i pazienti che non sembrano “persone”, a causa di gravi o manifeste psicosi o perché interagiscono soltanto in apparenza con altri, e 2) quelle caratteristiche della situazione analitica che riguardano più direttamente i processi che facilitano lo sviluppo della personalità. Quasi tutti i contributi di Winnicott riguardano le condizioni che consentono al bambino di avere coscienza di Sé come di un essere separato dagli altri.

Pertanto, in merito allo sviluppo psichico, il focus teorico e clinico del pensiero di Winnicott è chiaramente improntato sul rapporto tra il bambino e madre e parte dal presupposto che “il bambino può essere ‘nutrito’ senza amore, ma la mancanza di amore come gestione impersonale non può riuscire a creare un nuovo e autonomo bambino umano” (Winnicott, 1971)

La madre fornisce una serie di esperienze di cura che, sin dalla nascita, permettono all’incipiente Sé del bambino di emergere a partire da uno stato indifferenziato di “non integrazione” psichica. La madre, di conseguenza, ha il compito di fornire un ambiente supportante, all’interno del quale il figlio è appropriatamente contenuto e sperimentato:

 

un bambino, che non ha avuto una persona che abbia messo insieme i suoi pezzi, parte con un handicap, nel cammino verso il suo obiettivo di integrazione del Sé (Winnicott, 1945).

 

Nell’interpretazione suggerita da Winnicott, il ruolo materno è attivo ancor prima della nascita del bambino e si protrae nel corso dei primi importanti anni di sviluppo.

Questa condizione è definita attraverso il concetto di “preoccupazione materna primaria”, come elemento caratterizzante una forma di relazione altamente sintonica, partecipante, assorbente sia in relazione alle fantasie del bambino sia rispetto alle dinamiche esperienziali.

La preoccupazione materna primaria si impone come caratteristica naturale, biologicamente radicata e adattativa, che si instaura già a partire dagli ultimi tre mesi di gravidanza.

Oltre alla funzione di “supporto”, la madre consente al bambino di fare esperienza del mondo, di rispondere e anticipare in modo empatico alle esigenze e ai bisogni evocati o palesati sul piano delle risposte comportamentali: la sintonizzazione consente al bambino di vivere un momento di sana illusione, fondamentale per un sano sviluppo del Sé, in cui il desiderio viene soddisfatto dalla presenza dell’oggetto, presentato nella realtà dalla madre.

Nel “momento dell’illusione”, l’allucinazione del bambino e l’oggetto presentato dalla madre sono esperiti come identici e il bambino sperimenta se stesso come sorgente di tutta la creazione, attraverso un sentimento di onnipotenza funzionale alla crescita e al consolidamento di un senso di fiducia nelle proprie possibilità: la simultaneità dell’allucinazione infantile e della presentazione materna dell’oggetto desiderato fornisce quindi la base di una esperienza ripetitiva necessaria affinché il bambino abbia il senso del contatto con la realtà esterna e di un potere su di essa (Greenberg e Mitchell, 1983).

Nella descrizione di Winnicott, il neonato esperisce una oscillazione di momenti coscienti ma non integrati, parziali ma non totalmente frammentati, in cui desideri e bisogni diversi emergono spontaneamente e, man mano, in una sorta di processo fluttuante di going on being che prepara alla costituzione del senso di vera coesione del Sé e, quindi, della soggettività.

Tutte le esperienze sane descritte da Winnicott sono possibili se la madre riesce a portare il mondo al bambino con la piena sintonia responsiva rispetto a esigenze, desideri, illusioni, all’interno di un contenitore ambientale funzione di holding, uno spazio fisico e psichico all’interno del quale il bambino è protetto senza sapere di essere protetto, in modo che proprio questa dimenticanza costituisca la base dalla quale può partire spontaneamente l’esperienza successiva.

Introduzione al pensiero di Daniel Stern

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Daniel Stern è nato a New York nel 1934.

É stato professore onorario di Psicologia all’Università di Ginevra e professore di Psichiatria presso il Medical Center della Cornwell University di New York.

Autore di prestigiose pubblicazioni (Il mondo interpersonale del bambino, 1985; La costellazione materna. Il trattamento psicoterapeutico della coppia madre-bambino, 1995), da più di dieci anni collabora con il Boston Change Process Study Group (Louis W. Sander, Jeremy P. Nahun, Alexandra M. Harrison, Karlen Lyons-Ruth, Alec C. Morgan, Nadia Bruschweile-Stern, Edward Z. Tronick ed altri).

A partire da un’analisi critica del paradigma strutturale di matrice psicoanalitica, la prospettiva teorica e clinica elaborata da Stern ha contribuito ad una produttiva revisione dei tradizionali modelli psicodinamici dello sviluppo infantile.

Tra gli aspetti più interessanti della sua teoresi vi è senza dubbio il riferimento concettuale ad una organizzazione gerarchica del mondo intrapsichico che consentirebbe di superare i problemi teorico/tecnici relativi alla “lettura” psicoanalitica delle risultanze sperimentali proprie all’ Infant Research.

Questi problemi, evidenziati anche da J.D.Lichtenberg (1983), R.Emde (1988) e P.Fonagy (1989), rientrano soprattutto nello studio dei primissimi anni di vita, periodo in cui le tecniche adottate in psicoanalisi per percepire e decodificare lo stato mentale del bambino dimostrano inevitabili limiti di utilizzazione.

I maggiori ostacoli, infatti, emergono nel momento in cui la tecnica psicoanalitica si confronta con l’ “opacità” della diversa organizzazione mentale del bambino piccolo, quando cioè – fino alla metà del secondo anno di vita – non è possibile riscontrare un sufficiente sviluppo di quella capacità di elaborazione simbolica necessaria per una modalità di analisi dell’esperienza basata sulle libere associazioni e sull’interpretazione.

Sottolineando tali difficoltà, a differenza di altri Autori (Weil, 1970; Tyson, 1982; Dowling, 1985) fedeli ad un’interpretazione dei dati sperimentali sulla base del modello tripartito Io-Es-Super Io, Stern sostiene che, non potendo conoscere il mondo soggettivo del bambino piccolo, le teorie psicodinamiche si trovano costrette ad “inventarlo”, a fornire cioè un’ipotesi sull’esperienza soggettiva che i bambini piccoli fanno della loro vita sociale.

Mettendo in discussione quella parte della teoria psicoanalitica classica che respinge completamente l’ipotesi di una vita soggettiva preverbale, Stern evidenzia come, a partire dai dati dell’ Infant Research, sia possibile ipotizzare che alcune forme del senso del Sé esistano molto prima dell’autoconsapevolezza e del linguaggio.

Fra queste, il senso di essere soggetti agenti, il senso di coesione fisica, quello di continuità temporale e di avere un’intenzione, che possono essere esperiti sin dai primissimi anni di vita.

Sulla base di tale considerazione, Stern fa quindi notare come nel corso della pratica clinica (sopratutto con pazienti adulti), le teorie psicoanalitiche hanno osservato un bambino “diverso” rispetto a quello che invece emerge dall’Infant Research. Questi, nella situazione clinica tradizionalmente intesa a partire dal modello psicoanalitico, diventa la “creatura” prodotta congiuntamente da due individui adulti: quell’adulto che è giunto ad essere un paziente, e il terapeuta, che tecnicamente opera sulla base di una teoria, più o meno rigida, dell’esperienza infantile.

La risultante clinica e metapsicologica tende a definire questo bambino come il frutto di ricordi, di riedizioni attuali, nel transfert, di esperienze passate, e di interpretazioni ispirate ad una specifica teoria di riferimento.

Da una tale prospettiva, emergerebbe in sintesi quello che Stern chiama “bambino clinico”, che non coincide con “il bambino reale”, il cui comportamento, attraverso l’osservazione diretta nei primi anni di vita, viene preso in esame nel momento stesso in cui si produce.

A partire da Freud, le teorie dello sviluppo che fanno riferimento al modello psicoanalitico classico hanno operato attraverso una prospettiva “retrograda”, mossa dall’esigenza terapeutica di comprendere l’eziopatogenesi dei disturbi mentali, che intende il processo evolutivo come una successione articolata di stadi (che costituiscono fasi specifiche per lo sviluppo dell’Io e dell’Es e per la fissazione di determinati aspetti protoclinici). Secondo questa impostazione teorica, le fasi orale, anale, fallica e genitale, in cui si articola lo sviluppo intrapsichico della mente, non sono solo stadi dello sviluppo pulsionale ma anche potenziali periodi di fissazione – cioè specifici punti di origine della patologia – che possono dare luogo ad entità psicopatologiche più o meno gravi.

Relativamente a questo aspetto, la posizione di Stern appare invece volta più alla norma che alla patologia e si delinea sulla base di una prospettiva “anterograda” piuttosto che “retrograda”.

Se eventuali fratture nello sviluppo di quello che Stern chiamerà senso del Sé possono rivelarsi segni premonitori di una patologia successiva, i differenti sensi del Sé sono primariamente intesi a descrivere la normale evoluzione psichica e non a spiegare l’ontogenesi di forme patologiche (il che non significa che non possono, in ultima analisi, rivelarsi utili anche a questo scopo).

L’impronta teorica che ne consegue non nega l’esistenza di fasi dello sviluppo, ma le considera in relazione a compiti adattativi attuali, che sorgono con la maturazione delle capacità fisiche e mentali del bambino piuttosto che nell’ottica di aspetti clinici futuri.

Come risultato, si ha una progressione di problemi evolutivi che la coppia madre–bambino deve risolvere attraverso una reciprocità internazionale sufficientemente adeguata affinché l’adattamento possa “fisiologicamente” procedere.

I sensi del Sé

La riflessione teorica elaborata da Stern tende ad operare una sintesi tra il pensiero di matrice psicoanalitica e quello su cui si basano la teoria delle relazioni oggettuali e la teoria dell’attaccamento.

Nel descrivere il funzionamento intrapsichico, le ipotesi dell’Autore convergono con le teorie psicodinamiche che indicano costrutti di ordine superiore come principi organizzatori necessari per lo sviluppo; al contempo, tuttavia, la valenza differenziale dell’approccio proposto assume come organizzazione primaria il senso soggettivo del Sé (che si delinea in qualità di nucleo evolutivo precoce, a prescindere dallo sviluppo delle dinamiche pulsionali).

Stern affronta in modo dettagliato il problema dell’origine e dell’evoluzione del Sé a partire dal 1982, in “The early development of schemas of Self, of other, and of various experiences of ‘Self with other’”.

In questo articolo si delinea un’ampia descrizione dello sviluppo del senso del Sé nei bambini piccoli sin dai primissimi giorni di vita.

Con il concetto di senso del Sé, Stern fa riferimento ad una organizzazione psichica globale e complessa e non ad una struttura o ad una funzione esclusivamente legata alla percezione, alla sensazione, alla conoscenza o alla consapevolezza.

All’età di tre anni, il bambino diviene capace di narrare la sua storia, di descrivere cioè la sua esperienza attraverso modalità dotate di coerenza. Prima di questa tappa evolutiva, pur sapendo parlare, non è in grado di farlo.

Se si parte dal presupposto teorico che un bambino possa avere un senso di Sé solo quando è in grado di comunicare a qualcun altro i suoi pensieri, le sue riflessioni e, in generale, che cosa significa per lui essere quello che è, risulterebbe ovvio che allora quella struttura intrapsichica ed interpersonale individuabile come senso di Sé non possa esistere prima dei tre anni.

Un bambino di circa un anno e mezzo è però capace di un certo grado di simbolizzazione, di auto-riflessione, e può oggettivare se stesso in modo tale da potersi guardare, per così dire, dall’esterno; inoltre, può simbolicamente fare riferimento a se stesso attraverso l’uso di pronomi (“me”, “io”, “mio”) ed è capace di mostrarsi allo specchio e di distinguere la sua immagine riflessa.

Posto dunque che, ad un dato momento, emerga la capacità di parlare di se stessi e di fare riferimento a se stessi, sorge la domanda su quale sia l’entità precedentemente esistente su cui, quasi all’improvviso, si diviene capaci di riflettere.

Stern non condivide i presupposti da cui muovono quelle teorie dello sviluppo psicologico che individuano l’emergere di una complessa rappresentazione del soltanto nel momento in cui diventa possibile riflettervi su o parlarne.

Un tale presupposto è giustificato dalle risultanze sperimentali dell’Infant Research sui bambini di età inferiore ai tre anni, che evidenziano come questi possiedano già “competenze” e funzioni propriamente riferibili ad una organizzazione psichica che è possibile definire senso di Sé.

Utilizzando un approccio di tipo speculativo, è possibile pensare ad un modello interpersonale della mente teso a “costruire” le probabili esperienze del bambino ed a focalizzare l’attenzione verso i sensi esistenziali del Sé.

L’articolo del 1982 sopra citato persegue l’obiettivo di dimostrare che la differenziazione cognitiva tra il Sé e l’ “altro” ha luogo molto presto nel corso dello sviluppo.

Nello specifico, Stern afferma che il bambino può disporre di esperienze e schemi del Sé e dell’ “altro” che sono chiaramente separati sin dal sesto mese di vita, momento in cui alcune teorie dello sviluppo di matrice psicoanalitica considerano invece al culmine la fase “normale” di simbiosi.

Questa immagine del bambino mette chiaramente in discussione l’idea di una fase iniziale (o protratta per alcuni mesi) di indifferenziazione tra il Sé e l’ ”altro” materno e la sostituisce con quella di un bambino che, almeno su basi percettivo/discriminative, inizia a strutturare dei rapporti con nozioni separate e distinte del Sé e dell’altro.

Stern, infatti, fa riferimento a quelle osservazioni cliniche da cui emerge come sin dal sesto mese di vita sia possibile ipotizzare che non esiste alcuna confusione sistematica o generalizzata tra il Sé e gli altri stimoli del mondo esterno, né tra l’altro ed il mondo esterno in generale.

Tale considerazione definisce quindi una fase precoce di sviluppo, in cui è possibile osservare una buona capacità di percepire, discriminare e riconoscere il mondo così come esso è. In riferimento a ciò, una potenziale spiegazione sarebbe data dal fatto che le categorie e le dimensioni di molti dei principali fenomeni percettivi, che costituiscono il nostro mondo psichico e sociale, non sono apprese a partire da una “capacità zero”.

Al contrario, alcuni aspetti della percezione sono pre-strutturati, definiti, cioè, in modo che le categorie dei principali fenomeni percettivi possano formarsi rapidamente nel corso della normale esperienza di vita. Ciò determina che l’apprendimento, in seguito, si svilupperà progressivamente sulla base di queste strutture innate o emergenti.

Tuttavia, un tale tipo di pre-strutturazione è per Stern solo di tipo percettivo/discriminativo, in quanto, come chiaramente tende a sottolineare, non è concepibile, soprattutto perché di dubbia potenzialità adattativa, un meccanismo o meccanismi che si basino su categorie pre-strutturate del Sé o degli oggetti.

Queste si presentano infatti come “categorie” ed esperienze di enorme complessità, che, di conseguenza, necessitano di essere definite e ri-definite ad ogni fase dello sviluppo.

Nel 1985, in “The interpersonal world of the infant”, Stern descrive in modo chiaro e specifico quattro sensi del Sè, ognuno dei quali definisce un campo di esperienza soggettiva e di rapporto sociale:

 

Senso di un Sé emergente

(dalla nascita/2 mesi)

Senso di un Sé nucleare

(2 mesi/6 mesi)

Senso di un Sé soggettivo

(7 mesi/15 mesi)

Senso di un Sé verbale

(dal 16° mese)

 

In seguito, nel 1989, con “Developmental prerequisites for the sense of the narrated Self”, proporrà il concetto di senso di Sé narrativo (3 anni) che estende quello di senso del Sé verbale.

In riferimento a questo modello di organizzazione e sviluppo della mente, Stern afferma che:

una volta formatosi, ogni senso del Sé si mantiene pienamente funzionante e attivo per tutta la vita […] Tutti i sensi del Sé continuano a svilupparsi e a coesistere.

 Attraverso un nuovo paradigma evolutivo, i costrutti teorici ruotano intorno al termine “senso”, del Sé o dell’ “altro”, in contrapposizione ai tradizionali termini usati in psicologia dello sviluppo, quali “concetto”, “conoscenza”, o “consapevolezza”.

Il senso di un Sé emergente

Stern ritiene che il periodo compreso tra la nascita e i due mesi di vita sia caratterizzato da un modello psichico presociale, precognitivo e preorganizzato, impiegato nella formazione della percezione del mondo esterno attraverso l’esperienza del senso di Sé.

I bambini piccoli si applicano attivamente nel porre in relazione esperienze di natura diversa e le loro capacità sociali operano energicamente al fine di assicurare quelle interazioni che producono affetti, percezioni, eventi sensomotori, ricordi ed altre cognizioni.

Molto rapidamente , in base ad un modello preferito, selezionano stimoli “rilevanti” e ne cercano la ripetizione attraverso primari processi di astrazione e generalizzazione.

Secondo Stern è possibile dunque ipotizzare che i bambini molto piccoli:

 

sono in grado di percepire in ogni modalità sensoriale le qualità amodali di ogni forma di comportamento umano espressivo; sono capaci di rappresentare astrattamente tali qualità e poi trasferirle in altre modalità, e questo attraverso un processo che consente di sperimentare il mondo come una “unità percettiva”.

Le potenzialità innate si delineano come capacità emergente di esperire il senso di un processo e dei suoi prodotti, che si sviluppa precocemente a partire da un’ “attribuzione” di ordine agli stimoli significativi e da un “avere” consapevolezza delle caratteristiche di forma, intensità e modalità temporale.

Se un certo grado di integrazione fra questi diversi elementi è possibile sulla base di capacità pre-strutturate, allora, come suggerisce Stern (1985), si può coerentemente ipotizzare che il bambino piccolo sperimenti sin dai primi momenti di vita “…il processo di emergenza di un’organizzazione oltre che il suo risultato”.

L’immagine che ne deriva è quella di un bambino “attivo” che, già nei primi mesi di vita, è dinamicamente impegnato a costruire il senso di un Sé emergente.

In questo periodo risulta indispensabile la reciproca interazione “sociale” tra il bambino e la madre: la madre dedica la maggior parte del tempo a regolare ed a stabilizzare i cicli sonno/veglia, giorno/notte e fame/sazietà del bambino, mettendo in atto una serie di comportamenti sociali mirati a garantire una omeostasi generale; parallelamente, queste azioni di cura sono una risposta ai comportamenti reciprocamente “sociali” del bambino (piangere, strillare, sorridere e guardare).

In tal senso, gran parte di questa primaria interazione è al servizio della regolazione fisiologica.

I genitori, inoltre, attribuiscono immediatamente ai loro piccoli intenzioni e motivazioni: da un lato, vedono il bambino come un sistema fisiologico che ha bisogno di essere regolato, dall’altro, ne hanno una rappresentazione di persona in grado di avere esperienze soggettive, sensibilità sociale ed un senso di Sé in via di formazione.

Nell’accezione teorica di Stern, la psicoanalisi classica ha letto l’interazione madre–bambino nel senso quasi esclusivo di un’attività di regolazione fisiologica, minimizzando il fatto che, in realtà, gran parte di questa dinamica viene effettuata attraverso il mutuo scambio di comportamenti a carattere sociale.

Da una tale analisi è emersa perciò l’idea di un bambino tendenzialmente asociale.

Ad esempio, Freud (1920) riteneva che una barriera agli stimoli difendesse i bambini piccoli dalla necessità di registrare gli inputs esterni, tra cui le persone, e confrontarsi con essi.

La Mahler elaborò questa forma di isolamento in termini di autismo normale, dando l’idea di un bambino che rimane a lungo in uno stato di indifferenziazione ed isolamento dal mondo esterno.

Gli autori della scuola inglese delle relazioni oggettuali sono stati invece tra i primi a ritenere che la capacità umana di avviare relazioni sociali sia presente sin dalla nascita, che tale relazione sia fine a se stessa e di natura definibile, e che non si basi esclusivamente su stati fisiologici di bisogno (Balint, 1937; Sullivan, 1953; Fairbairn, 1954; Guntrip, 1971).

I teorici dell’attaccamento (Bowlby, 1969; Ainsworth, 1979) hanno poi ulteriormente elaborato questo punto di vista, corroborandolo con i dati oggettivi dell’Infant Research.

Nell’accezione di Stern, le teorie psicodinamiche dello sviluppo, contemporaneamente alla loro applicazione clinica, stanno evolvendo sulla base di una premessa comune: i bambini piccoli hanno una vita soggettiva molto attiva, carica di passioni mutevoli, e sperimentano uno stato di indifferenziazione confrontandosi con oscuri eventi sociali che appaiono presumibilmente sconnessi e non integrati.

Pur identificando alcuni aspetti salienti della vita del bambino sino ai due mesi di vita, tali teorie non sono però riuscite a definire in maniera specifica le capacità mentali che condurrebbero il bambino ad utilizzare queste esperienze al fine di differenziare un senso di Sé e dell’ ”altro”.

A livello esperienziale, sostiene Stern, è possibile ipotizzare che il periodo immediatamente seguente alla nascita sia caratterizzato da vissuti separati, non collegati tra loro, che devono essere ancora integrati in una prospettiva organizzante non indifferenziata.

Quando, nelle prima settimane di vita, queste diverse esperienze vengono assimilate, associate o comunque collegate, il bambino sperimenta l’ “emergere di un’organizzazione”.

Affinchè il bambino possa avere un qualsiasi senso formato del Sé è necessaria l’esistenza di una qualche organizzazione potenzialmente esperibile come punto di riferimento.

Se la prima di tali organizzazioni riguarda il corpo, la sua unità, le sue azioni, i suoi stati interni ed il ricordo ad esso riferito, il secondo punto di riferimento è il processo relativo alla percezione di quelli che Stern chiama “affetti vitali”.

Gli “affetti vitali” sono relativi alla possibilità di sperimentare le risposte affettive e sintoniche della figura di accudimento, con la quale il bambino è impegnato in una frequente dinamica di sintonizzazione che, sebbene implichi un forte senso di intimità ed attaccamento, promuove un’esperienza di azione, volizione, continuità e coerenza piuttosto che di fusione e di indifferenziazione.

La qualità di questi affetti descrive la capacità del bambino di esperire sensazioni che non trovano posto nella terminologia esistente ma che piuttosto tendono a delinearsi come qualità “sfuggenti”, che si esprimono meglio in termini dinamici, cinetici (quali “fluttuare”, “svanire”, “trascorrere”, “esplodere”, “crescendo”, “decrescendo”, “gonfio”, “esaurito”….) e che diventano forme del “sentire” ad impatto quasi continuo sull’organismo.

Il terzo punto a cui fa riferimento Stern è la capacità indicata come costruttivismo.

La funzionalità ad essa riferibile consente la percezione della forma umana – inizialmente esperita come una tra le molte serie di stimoli fisici – attraverso quei processi di assimilazione, accomodamento, identificazioni di costanti ed apprendimento associativo che la definiscono.

L’emergere del senso del Sé è pertanto descritto più con riferimento a scoperte sulle relazioni intercorrenti fra esperienze già note che con riferimento al processo in quanto tale.

Tutti gli atti creativi ed ogni forma di apprendimento hanno origine, nel primissimo periodo di vita, all’interno del campo della relazione emergente con la figura di accudimento.

Questo rapporto è invariabilmente sperimentato come uno scambio affettivo, talvolta caratterizzato da affetti categoriali, quali gioia, rabbia, tristezza o paura, talvolta da affetti vitali che accompagnano le interazioni, talvolta in entrambi i modi.

In qualità di campo esperienziale, rimane attivo durante il periodo di formazione di ciascuno dei successivi campi di relazione del senso del Sé ed accompagna l’emergere del senso dell’ “altro”.

Pertanto, il paradigma evolutivo individuato da Stern prevede che gli altri sensi del Sé, che si svilupperanno in seguito al senso del Sé emergente, potranno emergere solo grazie a questa organizzazione iniziale.

Il senso di un Sé nucleare

Nel modello elaborato da Stern, il senso di un Sé nucleare si svilupperebbe tra il secondo ed il settimo mese di vita, quando la precedente esperienza di un senso del Sé emergente garantisce ai bambini di poter realmente sperimentare se stessi come entità separate dagli altri.

Partendo da una tale ipotesi, è possibile pensare ad una nuova potenzialità esperienziale, che è essenzialmente quella di un Sé che sta con gli altri e non quella di un Sé “fuso con”, collegato in modo simbiotico o indifferenziato.

Le risultanze sperimentali sottolineate da Stern contribuiscono a fornire l’immagine di un bambino in grado di mettere in gioco tutte le sue capacità – azioni, programmi, affetti, percezioni e cognizioni – e concentrarle, per un certo tempo, nella situazione interpersonale.

Se questa capacità di essere soggetto attivo nelle relazioni interpersonali non può tuttavia essere esclusivamente riferita ad un incremento dello sviluppo intellettivo, i dati emergenti dall’osservazione clinica sembrano meglio individuare lo sviluppo di una prospettiva organizzante, riferibile sia ad un senso integrato del Sé e della propria affettività, sia ad una capacità di controllo delle azioni e di percezione degli altri come interlocutori separati.

Nell’ottica di Stern, affinché si possa individuare, clinicamente e metapsicologicamente, un senso del Sé nucleare, risultano necessari almeno quattro elementi: il senso di un Sé agente, capace cioè di azione autonoma e volizione; il senso di un Sé coeso avente confini propri; il senso di una continuità che, adottando un linguaggio winnicottiano, diventa qualitativamente una “continuità ad esistere”; il senso di possedere una propria affettività.

La qualità evolutiva di queste quattro componenti, associata alla qualità delle relazioni interpersonali con l’ “altro” significativo, può avere delle conseguenze cliniche importantissime.

Un danno più o meno grave al senso di Sé agente favorisce infatti una vulnerabilità strutturale, potenzialmente tale da influenzare l’emergere di pensieri paranoidei circa il controllo dei propri contenuti mentali e delle proprie azioni.

Una mancanza del senso di coesione porterà presumibilmente a forme patologiche di frammentazione, depersonalizzazione e dissociazione del Sé, che sono caratteristiche sia dei disturbi psicotici che delle strutture di personalità border-line.

Un difetto del senso di continuità, invece, definirà un nucleo patologico correlabile a futuri episodi di fuga dissociativa e scissione della personalità.

Infine, la mancanza di un solido senso della propria affettività può esporre a disturbi affettivi nonché ad alcune forme di schizofrenia.

Affinché si possa formare un senso ben organizzato del Sé nucleare, è necessario quindi che il bambino abbia a disposizione una serie di esperienze possibili, come quelle relative alla possibilità di sentirsi autore delle proprie azioni e di non essere l’autore delle azioni degli altri.

In altri termini, si deve affermare la possibilità di avere la volontà, il controllo degli atti autogenerati e di fare previsioni circa le conseguenze delle proprie azioni.

Il sentimento di azione e volizione specifico di un Sé “autonomo”, comprende, secondo Stern, tre possibili “costanti” dell’esperienza, che definiscono una fonte importantissima di informazione e che sono riferibili al senso di volizione che precede l’atto motorio, ai feedbacks propriocettivo e sensoriale ed alla prevedibilità delle conseguenze che seguono l’atto.

Uno dei motivi per cui è possibile ritenere che il bambino non abbia difficoltà a far proprie le qualità di un simile campo esperienziale, deriva dalla constatazione che questi è in grado di sfruttare al meglio la capacità di distinguere un programma di rinforzo da una altro.

Il programma di rinforzo costante viene definito ogni volta che il bambino esegue un’azione ed ottiene una risposta “prevedibile” e tendenzialmente “invariabile”.

Tuttavia, in questo nuovo campo esperienziale, le sue azioni innescheranno presumibilmente una serie di risposte a carattere di rinforzo variabile, non costante.

I dati dell’ Infant Research, a cui fa riferimento Stern, hanno reso possibile dimostrare che il bambino riesce precocemente a discriminare programmi diversi di rinforzo, costante, a rapporto fisso o variabile.

Dovrebbe pertanto essere molto facile per il bambino riconoscere che gli eventi da lui promossi appartengono ad una categoria di rinforzo diversa, che obbedisce cioè a regole diverse rispetto a quegli eventi promossi da un’altra persona, anche se questa stessa persona sta interagendo con lui.

Inoltre, nel tentativo di comporre insieme i vari pezzi dell’esperienza, il bambino va alla ricerca degli elementi che non cambiano, che rimangono costanti, in modo tale, cioè, da definire quel preciso evento attraverso le caratteristiche modali costanti che lo definiscono.

Oltre alla componente “agente” del Sé, un’ ulteriore esperienza necessaria per formare un senso organizzato del Sé nucleare è quella relativa ad un Sé dotato di coesione, che consente al bambino di “sentirsi” come entità fisica intera, non frammentata, provvista di confini e sede di un’azione integrata, sia quando si muove (si comporta), sia quando sta fermo.

Per soddisfare queste caratteristiche, il Sé deve svilupparsi come “entità esistenziale” che inizia a definirsi attraverso azioni promosse a partire dal proprio corpo, sia in relazione alle coordinate di spazio e di tempo del mondo esterno, sia in relazione ai movimenti dell’altro che si muove in rapporto agli altri elementi dello sfondo. A questo punto, dunque, il mondo interpersonale del bambino assume una nuova qualità, per cui la forma dell’altro diventa proprietà che gli “appartiene” e che permette di identificare se stessi e le altre persone come entità stabili dotate di coesione.

Parallelamente all’emergere del senso dei propri confini e della propria coesione, la componente “storica” del Sé si delinea come capacità esperienziale che contribuisce ad organizzare il proprio Sé nucleare ed a rappresentarlo come entità non più confusa con il Sé dell’ “altro”.

Questo Sé “storico” è caratterizzato da un senso di durata e di continuità temporale che contribuiscono all’esperienza di una “continuità ad esistere” e che, nel corso della crescita, sviluppano il senso della possibilità di un cambiamento non più destrutturate perchè accompagnato dal riscontro di una certa regolarità nel flusso degli eventi.

Un tale senso di continuità richiede una capacità mnestica sufficientemente sviluppata, che fa leva su una memoria di riconoscimento (per mezzo della quale si è capaci di ricordare stimoli), su una memoria evocativa e su una memoria motoria, attraverso cui ricordare l’esperienza di azione, coerenza ed affetto, che rendono possibile la formazione di quelle che Stern definisce “rappresentazioni interne generalizzate”.

L’ultima componente del senso di Sé nucleare è il senso di un Sé affettivo.

All’età di due mesi, le esperienze di gioia, interesse, angoscia, sorpresa e rabbia, già vissute, vengono manifestate con precisi patterns di reazioni, movimenti ed espressioni, indicati da Stern come una serie di “costellazioni di costanti che appartengono al ” e che definiscono specifiche categorie emotive. Di conseguenza, questa prospettiva pone naturalmente l’accento sull’esperienza concreta di sostanza, azione, sensazione, affetto e tempo.

Un tale bagaglio esperienziale, quindi, garantisce che il senso del Sé nucleare possa costituire la base su cui verranno in seguito edificati gli altri più elaborati sensi del Sé.

Affinché un senso di un Sé nucleare possa emergere dall’integrazione delle quattro componenti sopra citate, è necessario che il bambino disponga di occasioni interazionali adeguate, attraverso cui identificare le necessarie costanti del Sé nella vita sociale quotidiana e sviluppare la capacità di integrare tali caratteristiche in un’unica prospettiva organizzante.

Sin dai primi mesi di vita, questa attività relazionale si dimostra marcatamente rivolta verso le esperienze concrete di “essere con l’altro”, che, nella prospettiva adottata da Stern, vengono lette nell’ottica di modalità dinamiche attive e finalizzate. Il valore degli scambi internazionali con l’ “altro significativo” è tale da definire un campo di comune convergenza di esperienze, qualitativamente e quantitativamente specifiche, all’interno del quale si sviluppa una creazione reciproca, un fenomeno del “Noi”, o del “Sé/Altro”.

In questo senso, dunque , la figura di riferimento affettiva assume la funzione di “altro regolatore del Sé”, “registrato” dal bambino sotto forma di esperienza soggettiva.

Con l’analisi della stretta relazione sociale che caratterizza il rapporto madre-bambino nei primissimi mesi di vita, il modello teorico proposto da Stern va oltre la lettura psicoanalitica, che aveva tracciato una distinzione tra fusione primaria (come esperienza di non avere confini e di indifferenziazione) e fusione secondaria (come vissuto esperienziale caratterizzato dalla perdita dei confini percettivi e soggettivi attivato per via regressiva), e considera le relazioni sociali precoci come esperienze reali dell’ “essere con qualcuno”.

Sovradeterminando la concretezza esperienziale rispetto alla sua rappresentazione fantasmatica, le potenzialità di questa relazione non determinano dunque una perdita di confini, quanto piuttosto una dinamica intrapsichica in cui il senso di Sé nucleare non viene infranto ma integrato attraverso la percezione soggettiva di un’ “altro”, reciprocamente nucleare, sulla base di uno scenario relazionale che non è di fusione o di distorsione della realtà.

La dinamica degli “altri regolatori del Sé”, a cui il bambino partecipa attivamente, e degli “oggetti personificati”, rivela fino a qual punto il mondo soggettivo infantile sia, in realtà, sociale.

I bambini sperimentano un senso del Sé e dell’altro nucleare e, in aggiunta a questo, un diffuso sentimento di “essere con l’altro”, in molteplici forme che sono costruzioni attive, che cresceranno e saranno elaborate nel corso dello sviluppo in un processo il cui risultato è la progressiva socializzazione dell’esperienza.

Il senso di un Sé soggettivo

La tappa successiva nello sviluppo del senso del Sé è fissata da Stern intorno ai nove mesi, quando il bambino compie un salto evolutivo che rende possibile l’esperienza di un senso del Sé soggettivo.

Il cambiamento evolutivo investe in modo efficace quasi tutti i precedenti parametri (le capacità motorie, la percezione, la memoria), a tal punto che, coerentemente con questa trasformazione generale, il bambino sembra scoprire ciò che “filosoficamente” è descrivibile come “teoria delle menti separate”. Su tale base “teorica”, il bambino è in grado di fondare la consapevolezza di una mente i cui contenuti, semplici o relativamente complessi che siano, possono essere potenzialmente condivisibili con gli altri.

Affinché questa esperienza abbia luogo, le dinamiche relazionali devono necessariamente proporsi in base ad una griglia comune di significati ed attraverso un medium di comunicazione relativamente adeguato (gesti, posture, espressioni facciali).

Quando ciò accade, le azioni interpersonali si sono trasferite dal piano delle azioni e delle risposte manifeste a quello degli stati soggettivi interni che ne stanno a monte.

Questa tappa evolutiva è indicata da Stern come il crocevia che conferisce al bambino la possibilità di una “presenza” e di una “sensibilità” sociale qualitativamente diversa, che, “agita” nel mondo interpersonale, spinge le figure di accudimento a mettere in atto un differente riconoscimento sociale.

Nel momento in cui le esperienze di vita sociale prevedono la possibilità di adottare una nuova prospettiva organizzante, il senso del Sé può essere sostanzialmente diverso da quello che caratterizza il campo interpersonale delle relazioni nucleari.

Le proprietà potenziali di un Sé e di un “altro” soggettivo si ampliano quindi fino ad includere, oltre ai comportamenti manifesti ed alle sensazioni dirette che contrassegnano il Sé e l’ “altro” nucleare, stati soggettivi ed interni dell’esperienza.

A seguito di questa che si delinea come una espansione del senso del Sé, la capacità di mettersi in relazione ed i contenuti implicati nella relazione stessa consentono al bambino di esperire un nuovo campo di relazione intersoggettiva.

Quando il bambino è in grado di immaginare che l’altra persona può concentrare l’attenzione su un punto “condiviso“ del campo sociale, si verifica, utilizzando la terminologia indicata da Piaget, un significativo “decentramento”.

Seguendo questa logica, il punto del campo relazionale su cui entrambi possono focalizzare l’attenzione diventa un contenuto della mente potenzialmente condivisibile con l’altro.

In questa fase , quindi, risulta possibile attribuire al bambino la capacità di provare intimità psichica, vista sia come una nuova e più creativa possibilità di dinamica sociale, sia come desiderio o motivazione strutturata verso il conoscere e farsi riconoscere attraverso una rivelazione reciproca della soggettività esperienziale (di contro anche il rifiuto di farsi conoscere psichicamente può essere sperimentato con grande intensità).

A questa capacità si accompagna quella di “inter-intenzionalità”, attraverso cui è possibile manifestare chiaramente le proprie intenzioni.

La teoria psicoanalitica dell’Io ha considerato il periodo di vita successivo agli otto mesi come quello in cui il bambino emerge da un precedente stato di fusione indifferenziata.

Questa fase sarebbe prettamente destinata all’affermazione di un Sé separato ed individuato, al superamento delle esperienze di fusione ed alla formazione di un Sé più autonomo ed in grado di relazionarsi con un “altro” più separato.

Nell’accezione di Stern, che sembra adottare una logica opposta, su queste basi non deve stupire che un tale modello teorico mancasse di rilevare come la comparsa del campo di relazione intersoggettivo consentisse, per la prima volta, la creazione di stati mentali potenzialmente condivisibili e l’unione (fino alla fusione) delle esperienze interiori su basi di realtà.

Stern afferma che solo con l’avvento dell’inter–soggettività può realmente verificarsi qualcosa che è simile alla piena unione delle esperienze psichiche soggettive: questa dinamica viene resa possibile dal passaggio ad un senso del Sé e dell’ “altro” intersoggettivo, in un momento dello sviluppo in cui, secondo l’impostazione tradizionale, inizia invece un movimento in senso opposto.

Il riferimento teorico che ne consegue sostiene quindi che l’esperienza dell’inter–soggettività è all’origine tanto della dinamica di separazione/individuazione, quanto di nuovi modi di sperimentare l’unione, attraverso nuove potenziali modalità di vivere “l’essere con l’altro”.

Accettando la definizione di intersoggettività proposta da Trevarthan e Hubley (1978), Stern la individua come “una partecipazione deliberatamente ricercata di esperienze concernenti gli eventi e gli oggetti”.

La qualità intersoggettiva dell’esperienza, dimostrata attraverso l’osservazione che i bambini possiedono la consapevolezza che l’altra persona possa avere uno stato affettivo (registrabile come contenuto della mente) uguale o diverso da loro, sottolinea come l’esperienza di un Sé soggettivo si arricchisca nel corso dello sviluppo attraverso le caratteristiche “inter-affettive” della relazione sociale.

Se consideriamo che dai nove ai dodici mesi i bambini sono ancora in fase “preverbale”, è possibile dedurre che le esperienze soggettive potenzialmente condivisibili devono avere caratteristiche distintive che non richiedono una modulazione linguistica.

A tal proposito, Stern menziona tre stati mentali di grande rilevanza per l’organizzazione del mondo interpersonale: la partecipazione dell’attenzione (ad esempio il gesto di puntare il dito in una direzione e l’atto di seguire lo sguardo dell’altro); la partecipazione delle intenzioni (come le forme protolinguistiche di richiesta); la partecipazione degli stati affettivi (interaffettività).

In questo primo periodo di vita, i vissuti interpersonali si basano soprattutto sulla possibilità di sintonizzazione degli affetti, individuata dalle rispondenze cliniche come esecuzione di comportamenti che esprimono la qualità di un sentimento condiviso e non necessariamente imitato.

Un tale processo risulta importante perché mantiene fissa l’attenzione sociale della diade madre–bambino sul comportamento manifesto, riplasmando l’evento e spostando l’interesse sulla qualità dello stato d’animo condiviso da cui muove il comportamento stesso.

Sintonizzarsi significa dunque riassettare uno stato soggettivo, che diventa il referente relazionale, mentre il comportamento manifesto è esperito come una delle sue possibili espressioni.

Nel corso evolutivo, questi scambi interpersonali, operativamente più creativi rispetto ai precedenti, diventeranno il fattore propedeutico necessario per l’uso dei simboli e per la possibilità di sviluppare un senso del Sé verbale.

Il senso di un Sé verbale

Le risultanze sperimentali a cui fa riferimento Stern, indicano che tra i 15 ed i 18 mesi il bambino sviluppa quella discreta capacità di “autoriflessione” che consente l’emergere di un senso verbale del Sé.

Questa attitudine si svela attraverso l’utilizzazione dei simboli e la possibilità di “oggettivare” se stessi rispetto agli altri elementi del mondo esterno (per esempio quando, guardandosi allo specchio, il bambino punta il dito sulla propria immagine riflessa, quando usa i pronomi “me” ed “io” e quando accede al gioco simbolico).

Alla luce di tale potenzialità, è in questo periodo di vita che, secondo Stern, il senso di Sé e dell’ “altro” aprono verso una diversa e distinta conoscenza personale del mondo, affiancata da nuovi mezzi di scambio sociale finalizzati alla creazione di significati condivisi.

L’emergere di una prospettiva organizzante basata su un Sé verbale, dà vita ad un nuovo campo di relazione, che aumenta a dismisura le modalità potenziali di “essere con l’altro”.

Il linguaggio, infatti, arreca nuovi ed importanti vantaggi all’espansione dell’esperienza interpersonale, consentendo un più attivo coinvolgimento nella relazione sociale, un interscambio sociale che permette lo sviluppo di significati prima sconosciuti ed una costruzione narrativa della propria storia qualitativamente e quantitativamente migliore.

In questa fase, i bambini sono in grado di percepire se stessi come entità esterne ed oggettive, di riferirsi a tali entità e di comunicare di oggetti e persone che non sono necessariamente presenti nel campo attuale di esperienza.

Nello specifico, per la completezza di un senso intrapsichico ed interpersonale del Sé verbale, è necessario che il bambino abbia acquisito una serie di capacità, riferibili: ad una rappresentazione discreta e precisa di cose ed eventi che non fanno ancora parte del suo repertorio di schemi di azione; alla competenza di creare un prototipo rappresentazionale di ciò che ha visto fare agli altri; ad un repertorio fisico che definisce la possibilità di compiere azioni gradualmente sempre più complesse.

Inoltre, parallelamente all’emergere del senso di un Sé verbale, si sviluppa la capacità di codificare nuove rappresentazioni che, trasferite nella memoria a lungo termine, possono essere recuperate con un minimo di indizi esterni e che incrementano la possibilità di operare una relazione psicologica causale tra l’atto ed il modello originariamente ad esso sotteso.

Nel modello di sviluppo elaborato da Stern, l’insieme di questi processi funzionali richiede una rappresentazione del Sé come entità oggettiva che può essere vista dall’esterno, oltre che sentita soggettivamente dall’interno.

Seguendo questa prospettiva, oltre che in qualità di esperienza soggettiva, il Sé verbale si delinea dunque come “categoria” e stato mentale “oggettivo” ed “oggettivabile”.

Quando comincia a parlare, il bambino ha già acquisito una notevole capacità di conoscere il mondo, non soltanto per quanto riguarda gli oggetti inanimati ed il proprio corpo, ma anche in riferimento ad interazioni sociali sempre più complesse.

Il linguaggio fornisce un nuovo modo di essere in relazione con gli altri (che possono essere assenti o presenti), perché, all’interno del campo della relazione verbale, è con l’ “altro” che risulta ora possibile mettere in comune la conoscenza personale e soggettiva del mondo.

La modalità verbale consente di raggiungere un livello di relazione nel quale verranno riaffrontati tutti i problemi esistenziali della vita e fa maturare la capacità di narrare la propria storia, che implica la possibilità di modificare l’immagine di Sé.

Creare una narrazione del proprio Sé, significa per il bambino potersi pensare in termini di individuo che agisce come soggetto dotato di intenzioni e di scopi che si manifestano in una sequenza causale dinamicamente e processualmente definita da un inizio, una parte intermedia ed una conclusione.

Di importante rilievo clinico è il fatto che, con l’avvento del linguaggio e della capacità simbolica, i bambini giungono a possedere gli strumenti per conoscere ed ampliare la realtà interpersonale, a tal punto da poterla allo stesso tempo trascendere e quindi distorcere.

Infatti, se l’emergere di queste nuove capacità sociali pone le basi per un “fisiologico” sviluppo del Sé, è contemporaneamente significativo che, in questa fase, possono svilupparsi aspettative in contrasto con esperienze passate o desideri incongruenti rispetto alla situazione presente. Ciò scaturisce soprattutto dalla rappresentazione di “qualcuno” o “qualcosa” sotto forma di attributi simbolicamente associati (per esempio esperienze negative con la madre), che possono essere estratti da episodi isolati e condensati in un’unica rappresentazione simbolica (la madre “cattiva” o l’Io “impotente”), anche se in realtà non sono sperimentati tutt’insieme in un caso particolare o in una specifica e circoscritta situazione esperienziale.

A tal proposito, Stern sottolinea che queste condensazioni simboliche tendono ad innescare la distorsione della reale dinamica d’interazione e sarebbero alla base delle organizzazioni patologiche delle personalità.

Se lo stato mentale che precede la capacità linguistica limita il pensiero ad una “impronta” della realtà, con l’emergere di un senso del Sé soggettivo i bambini possono dunque “trascende”, e di conseguenza “re–interpretare” e “ri–costruire” (nel bene e nel male), gli aspetti del campo concreto ed esperienziale entro cui si strutturano le caratteristiche del loro mondo interpersonale.

Il senso di un Sé narrativo.

Nel 1989 Stern estese il senso di un Sé verbale al senso di un Sé narrativo.

All’incirca intorno ai tre anni, il bambino è in grado di narrare una sua storia di vita e dire chi è, che cosa gli accade, che cosa fa e perché lo fa.

L’attenzione nei confronti di questa organizzazione psichica è giustificata, secondo Stern, dal fatto che i terapisti dell’età adulta derivano la loro conoscenza in larga misura dal senso di Sé narrativo che emerge dal paziente nella situazione analitica.

Se in questo contesto i precedenti sensi del Sé rappresentano la materia su cui opera il senso di Sé narrativo, è importante notare che, in qualità di organizzazioni globali dell’esperienza, non vengono mai totalmente assorbiti e non cessano mai di essere operanti.

Tutti i sensi del Sé rimangono dinamicamente attivi nel corso della vita di una persona, come campi esistenziali ed esperienziali separati ma interdipendenti, e, in quanto tali, vengono progressivamente ampliati e rielaborati.

Da un punto di vista evolutivo, il senso di un Sé narrativo è necessario al bambino per raccontare la propria storia o una narrazione su se stesso in base a una ricca gamma di esperienze, riferite al passato tanto quanto al presente.

La capacità di trasformare le esperienze in una narrazione socialmente funzionale emerge più tardi del senso del Sé che si trova al centro della narrazione stessa.

Nell’ipotesi di Stern, sarebbe proprio questo sfasamento temporale a delinearsi come “oggetto” di riflessione clinica.

Trasformando i problemi clinici, i compiti e le crisi evolutive (come l’attaccamento, l’indipendenza e la sicurezza) in linee di sviluppo (problemi di vita piuttosto che stadi specifici) e sostituendoli con il senso di Sé, la dimensione terapeutica diviene più libera nell’analisi del locus d’origine storico e narrativo della patologia.

In base a questa prospettiva clinica, la risposta terapeutica non è conosciuta in anticipo e gli analisti possono in questo modo porsi in un atteggiamento di ascolto senza avere per forza una teoria che indichi aprioristicamente con esattezza cosa sia importante o quale nucleo esperienziale vada considerato con maggiore attenzione rispetto ad altri aspetti del paziente.

L’impostazione teorico/tecnica individuata da Stern contribuisce, in definitiva, a costruire delle narrazioni terapeutiche condivise e più efficaci, che diventano “co–costruzioni” di storie, tese a promuovere l’ ipseità del paziente (e cioè possibilità di essere) piuttosto che la sua medesimezza (l’essere aprioristico).

 

 

Alcune note sui concetti di implicito e momento presente in psicoterapia

 

Tra i derivati metapsicologici del corpus teorico centrale elaborato da Stern assumono particolare rilievo i concetti di implicito e momento presente.

L’implicito, così come viene interpretato nella prospettiva interpersonale, si pone come costrutto psichico che fa riferimento ad una dimensione non verbale, concreta e non simbolica, in contrapposizione dinamica con ciò che si definisce come esplicito, cioè dichiarativo, verbale, simbolico.

Nell’ipotesi teorica di Stern, i dati sperimentali relativi all’Infant Research indirizzano chiaramente verso un modello psicodinamico della mente in cui le primarie conoscenze implicite non possono essere limitatamente circoscritte ad una semplice attività procedurale.

L’implicito psichico, sin dai primi mesi di vita, appare come una dimensione della mente altamente complessa, arricchita dal senso emergente del Sé e dalle esperienze di emozioni, aspettative e pensieri.

Se una prospettiva di tale tipo sottolinea, da un lato, le capacità intersoggettive dell’individuo sin dai primissimi anni di vita e, dall’altro, la necessità di modulare la tecnica psicoterapeutica rispetto alla complessità dei significati di tutto ciò che è riattualizzato come implicito, la metapsicologia del qui ed ora individuata da Stern ha l’obiettivo di ampliare il significato del momento presente in psicoterapia come spazio “privilegiato” di relazione empatica e potenziale cambiamento.

A partire da un’analisi complessa della polisemia che caratterizza il concetto di tempo, nei suoi aspetti fenomenologici e nelle sue implicazioni psicodinamiche, Stern dà il senso di come, soprattutto all’interno di una dimensione di intervento clinico, il momento presente (now moment) giustifichi il senso della necessità di intendere la psicoterapia attraverso un approccio teorico/tecnico “bi–personale”.

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