Sintesi e riflessioni sulla depressione post-partum

vladimir-kushLa nascita di un figlio include un periodo molto delicato per le donne. Esso è costituito da varie trasformazioni e riorganizzazioni dell’identità materna a causa della perdita legata al termine della gravidanza e alla nuova acquisizione dovuta alla nascita del figlio. In questa fase particolare le donne devono compiere una netta distinzione tra le loro fantasie e fantasmi inconsci; tra la realtà oggettiva rispetto alla nascita del bambino e l’ambiente di cui è circondata. Lo studioso Soifer (1971) sostiene che la madre entra in questo periodo in un certo processo regressivo che la riporta in contatto con le emozioni della propria infanzia passata. Secondo Deutsch (1945) questo processo non termina mai del tutto, costruendo così un cordone ombelicale psichico tra madre e figlio. Si deve anche aggiungere che questo cambiamento psichico della donna influenza sia la relazione con il bambino che i rapporti con il proprio partner e i suoi familiari. Inoltre sono stati individuati da Pazzaglia (1981) tre aspetti fondamentali dello stato psicologico della madre che sono: la perdita: il parto vissuto come una perdita di una parte del proprio corpo e con la conseguente sensazione di intrusione all’interno di sé; la disillusione: si riconoscono delle differenze tra il bambino immaginario e quello reale; e infine la regressione in simbiosi: entrare con il neonato in una relazione simbiotica con una certe componente di fusione, ciò accade grazie alla regressione della madre. Una completa integrazione ed elaborazione di questi tre aspetti e il riconoscimento di tutti i cambiamenti, come per esempio la nascita del bambino, il nuovo ruolo materno, le rappresentazioni di se stessi e del figlio e l’attivazione di accudimento materno, realizzano un superamento positivo di questa fase delicata. Se questo processo non viene elaborato può scaturire un quadro psicopatologico tra cui il maternity blues, depressione post partum e psicosi puerperale.

 

L’orientamento psicodinamico sostiene che la gravidanza è una fase in cui si riattivano i conflitti e i vissuti dell’infanzia basandosi sulle modalità in cui sono state vissute le esperienze pre-edipiche di simbiosi con la madre e il successivo evento edipico, fondando così il nuovo ruolo da madre. Deducendo da ciò l’importanza della relazione e dell’identificazione con la propria madre e di possedere una buona immagine materna. Nel caso che la donna ha sperimentato una buona relazione infantile, essa può vivere l’esperienza della maternità in un modo adeguato. Se la donne invece non ha subito una relazione positiva con la madre, rientrano nella sua memoria esperienze dolorose e si riattivano desideri infantili di fusione con la propria madre, ciò potrebbe mettere a rischio l’acquisizione del ruolo materno e l’insorgenza del disturbo depressivo. Freud (1915) parlò per primo della fase edipica, in cui la bambina prova il desiderio di avere un proprio figlio dal padre e poi nel 1922 iniziò a diffondere la fase pre-edipica da cui origina il desiderio di ricevere un bambino.

Deutsch (1945) evidenzia il collegamento tra il fattore psicologico del desiderio di avere un figlio e quello biologico che costituiscono la base della femminilità. Perciò la maternità soddisfa il desiderio profondo che normalmente ha ogni donna. Levinson (1978) sottolinea che il diventare madre rappresenta una tappa fondamentale nel ciclo della vita della donna che stabilisce lo sviluppo della personalità matura. Prima della nascita del bambino, la madre deve riorganizzare il sé interiore e creare uno spazio adatto per il bambino e per il suo nuovo ruolo da genitore di cui fa parte la capacità di prendersi cura, di proteggere e entrare in relazione con il bambino (Minuchin, 1976). Lo spazio è inteso sia quello fisico come per esempio l’allestimento della camera, e quello psichico in cui si crea uno spazio adeguato che contiene l’idea del figlio. Questo lavoro psichico solitamente giunge un certo equilibrio mentale per una nuova identità femminile. Nel caso di un blocco di questo equilibrio si può sviluppare un disturbo depressivo.

Lalli (1977) fa un collegamento tra la perdita della propria identità di donna prima della gravidanza e la successiva elaborazione con il concetto di lutto. Se questo lutto non viene elaborato adeguatamente avviene una certa resistenza al cambiamento poiché queste perdite di sé precedenti sono sentite come una minaccia di perdita dell’identità.

Riassumendo i cambiamenti che deve affrontare una donna dopo la nascita di un figlio sono:

  • il processo di riorganizzazione globale della personalità, che implica una revisione dei legami significativi del passato, il ruolo del bambino e di sé stessi costruendo così una struttura stabile del sentimento d’identità;
  • un certo livello di confusione per il motivo che la donna oscilla continuamente in un triangolo che è composto dall’immagine di sé, dall’immagine della figura materna e dall’immagine del neonato;
  • la riattivazione delle esperienze precedenti in cui si attua nuovamente il conflitto edipico e pre-edipico della donna. Winnicott in questo caso aggiunge il fenomeno della preoccupazione materna primaria intendendo con ciò lo stato psicologico della donna che è partecipante alle fantasie e esperienze del figlio in cui essa si occupa completamente a soddisfare i bisogni del neonato. Ciò si attiva biologicamente e ha una funzione adattiva che ha la durata dagli ultimi tre mesi di gravidanza fino ai primi tre mesi di vita del bambino.

 

Stern collega alla nascita del figlio anche la nascita psicologica della madre in cui la madre crea uno spazio appositamente per il neonato con una nuova identità materna. Essa si predispone in un assetto materno dove possono essere vissute delle esperienze intense e profonde ciò però non sempre coincide puntualmente con la nascita, ma è piuttosto un processo graduale (Ammaniti, 1992). Stern definisce questo nuovo assetto mentale la costellazione materna dove si attivano le capacità di sintonizzazione emotiva e di rispecchiamento emotivo con il figlio e tra l’altro anche la ridefinizione dei propri valori e interessi. Questa costellazione perdura per tutta vita, cambiando nel tempo la sua posizione centrale. Quando tale assetto rimane rigido e non subisce dei cambiamenti e non potrà dare una visione globale della persona, può portare verso l’esordio di un disturbo depressivo con delle rappresentazioni negative sia di lei stessa che del figlio.

La donna vive il figlio durante la gravidanza non come un “essere a sé” ma di un “essere dentro di sé”. Così la donna intorno al sesto mese inizia ad attuare un dialogo immaginario con il bambino come per esempio accarezzare e calmare il bambino. Inoltre le donne provano piacere di rimanere da sole con il bambino e concentrandosi sulle sensazioni fisiche ed emotive. La madre si identifica con lui che Bion definisce questa condizione reverie materna dove avvengono delle identificazioni proiettive della madre nei confronti del figlio, ciò è fondamentale per lo sviluppo psichico del bambino.

Codon e Dunn (1988) hanno evidenziato che questa capacità di comunicazione e immaginazione non si riscontra in tutte le donne, ovvero tra il 15% e il 25% non sviluppano un legame significativo ed emotivo con il bambino durante la gravidanza.

Lebovici (1983) ha rilevato tre tipi di bambini con cui la madre può entrare in relazione. Il primo è il bambino fantasmatico che si sviluppa dopo l’elaborazione dei conflitti inconsci rispetto allo sviluppo psicosessuale materno. Poi si ritrova il bambino immaginario che prende il posto all’interno della famiglia e presenta ciò che i genitori si aspettano da lui. L’ultimo tipo è il bambino reale che dopo il parto accede nel mondo materno e lo modifica. Soulé (1990) sottolinea la capacità di immaginare della madre si sviluppa gradualmente. All’inizio della gravidanza la madre non ha alcuna rappresentazione del bambino il cosiddetto blanc d’enfant poi con il passare del tempo nell’ ottavo mese di gestazione la donna fantastica sul bambino come un altro da sé. In questo ambito è stato condotto uno studio dove si esplorarono le rappresentazioni materne di tre differenti gruppi, ossia il gruppo a rischio psicosociale, quello a rischio depressivo e l’ultimo quello di controllo. I risultati sostengono che le madri a rischio depressivo sono meno coinvolte emotivamente e mostrano livelli più bassi di investimento affettivo nell’immaginazione del bambino. Esse percepiscono anche meno il bambino e descrivono durante la gravidanza il bambino come chiuso, difficile e scarsamente allegro in confronto con il gruppo di controllo che lo delineano come socievole e vivace. Poi dopo il parto i due gruppi si avvicinano, in specifico le madri a rischio depressivo hanno una rappresentazione del bambino più positiva e quelli di controllo lo vedono con maggior elementi negativi.

 

Le diverse rappresentazioni materne originano dei corrispondenti stili materni che influenzeranno le differenti modalità di allevamento del bambino (Ammanini et., al., 1995). Il sistema di accudimento è costituito dal’insieme dei comportamenti e azioni delle madri che formano un ambiente dove viene accolto il bambino. Il bambino basandosi sulla relazione madre-figlio sviluppa un comportamento di attaccamento. Secondo Bowlby (1969) questa formazione di comportamento si mantiene nel tempo ed è stabile anche per le rappresentazioni cognitive e del sé, in altre parole esso instaura un modello operativo interno dove vengono programmate delle azioni e dove si evolvono delle aspettative. Il sistema di accudimento si può suddividere in due categoria quello sensibile e insensibile. Il primo la madre ha la capacità di sintonizzarsi con il figlio, capendo così i suoi sentimenti e bisogni. Nel secondo caso non avviene uno scambio delle emozioni tra i due membri e la relazione diventa imprevedibile e incoerente. In questo contesto si possono ritrovare le madri con la depressione post-partum dove lo stato mentale è disorganizzato e inadeguato per il bambino. Un quadro sintomatologico depressivo caratterizzato da sentimenti di autosvalutazione, impotenza, poca volontà e impegno e mancanza di regolazione emotiva, rimanda a uno scarso scambio interattivo con il neonato. La depressione post-partum influenza negativamente le prime interazioni tra madre e figlio, dove le madri sono disimpegnate e irritabili quando il bambino compie i primi tentativi di socializzazione (Goodman e Gotlieb, 1999). Secondo lo studioso Stern (1985) manca l’accordo affettivo tra la madre e il bambino, in cui la madre spesso è solo disponibile fisicamente e carente sul piano emotivo e mentale a causa delle sue preoccupazioni legate alla depressione.

 

Se prendiamo in considerazione i manuali di classificazione in ambito psicologico, DSM-IV-TR e ICD10, la depressione Post-partum si connota in ambiti diversi.

Il DSM-IV-TR riscontra il suo esordio nelle prime quattro settimane dopo la nascita del bambino e li posiziona tra i disturbi e le alterazioni dell’umore, in quanto stando alla classificazione secondo manifestazioni comportamentali e sintomatologiche, presentano alcune caratteristiche comuni, anche se data l’importanza e la frequenza gli viene comunque dedicata una sezione.

Una prima distinzione nel categorizzare i disturbi è la suddivisione in disturbi unipolari e bipolari. La differenza è dovuta alla presenza di episodi maniacali emersi dall’anamnesi nei disturbi bipolari. Per disturbo maniacale si intende un umore elevato eccessivamente per almeno una settimana, accompagnato da sentimenti di grandiosità, maggiore loquacità e iperattività nei diversi contesti sociali.

Nei disturbi unipolari rientrano:

  • Il Disturbo Depressivo Maggiore, che riscontra la sua principale caratteristica nella ripetuta manifestazione di abbassamenti del tono dell’umore, in un breve periodo composto da due settimane. Essa è caratterizzata da una perdita di interessi, vitalità e disagio sociale, a volte associato tentativi di suicidio.
  • Il Disturbo Distimico, è invece caratterizzato dalla cronicità del tono di umore basso, per un periodo più lungo rispetto a quello precedente, infatti prevede un periodo di 2 anni. Solitamente questo disturbo è associato ad altri sintomi come insonnia/iperinsonnia, bassa autostima, poca concentrazione, indecisione e disperazione.
  • Il Disturbo Depressivo NAS, comprende tutte le alterazioni dell’umore che non corrispondono alla sintomatologia delle due classificazioni descritte precedentemente.

Invece i disturbi bipolari comprendono:

  • Il Disturbo bipolare I, che è caratterizzato da presenze di episodi maniacali con sintomi del Disturbo Depressivo Maggiore, da cui acquisisce come comportamento la messa in atto a volte di tentativi di suicidio. Questo disturbo può presentarsi successivamente al parto, in quanto si potrebbero manifestare episodi violenti, presenti tra i sintomi di questo profilo, intesi come trascuratezza o violenza fisica verso sé stessi o nei confronti del bambino.
  • Il Disturbo Bipolare II, richiama tutti i sintomi del Disturbo Bipolare I, anche se a differenza il tempo di manifestazione dell’episodio maniacale ha una durata maggiore (almeno 4 giorni);
  • Il Disturbo Ciclotimico comprende un’alterazione cronica, in cui si alternano periodi depressivi a periodi maniacali;
  • Infine il disturbo bipolare NAS, che comprende tutti i disturbi che non rientrano nelle classificazioni precedenti ad es. quando è presente un cambiamento molto rapido tra episodi maniacali e depressivi;

La Depressione Post-partum si accosta al Disturbo Depressivo Maggiore e il Disturbo Bipolare I e II, in quanto presenta variazioni dello stato di umore, eccessiva preoccupazione verso il bambino appena nato, con presenza del pericolo di violenza su di lui, dovuti all’ansia di rimanere sola con il bambino o al disinteresse che provano. Inoltre come per il Disturbi Bipolare I e II, quasi il 50% dei soggetti che hanno già vissuto un episodio depressivo, ha maggiore possibilità che gli si ripresenti.

Nell’altro manuale di diagnosi, l’ICD10, la Depressione Post-partum viene situata insieme alle sindromi affettive, in cui il soggetto può subire cali d’umore o esaltazioni eccessive.

Le sindromi affettive si suddividono in:

  • Episodio maniacale, intese come sindromi pure;
  • Sindrome affettiva bipolare, caratterizzata da almeno due episodi in cui il comportamento del soggetto risente di un attivo umore e riduzione dell’energia o al contrario un eccesso di entrambe le dimensioni;
  • Episodio depressivo, è una sindrome affettiva che si manifesta con gli specifici sintomi della depressione. Nel periodo dopo il parto la madre potrebbe andare incontro a un’eccessiva ansia e agitazione motoria. Questi due elementi in particolare permettono di accorgersi che il soggetto sta affrontando un periodo particolarmente soggetto ad abbassamenti dell’umore.

 

La depressione dopo un evento delicato come il passaggio tra l’essere donna che porta in grembo un bambino e l’essere mamma a tutti gli effetti, è molto frequente, infatti l’incidenza sulla popolazione femminile è tra il 3%e il 70%.

Dal punto di vista clinico, si manifesta in tre diverse forme: Depressione Post-partum, Psicosi Puerperale e Maternity blues. Quest’ultima si differenzia dalle altre per il suo carattere temporaneo.

La Depressione Post-partum si caratterizza per la percezione di senso di inadeguatezza e incapacità di assumere il nuovo ruolo. A questo si associa la perdita di appetito, disturbi del sonno e della sfera sessuale e inoltre si possono presentare anche pensieri di suicidio o infanticidio.

Questo fenomeno trova spiegazione in diversi ambiti. Dal punto di vista biomedico, questa disfunzione, se cosi possiamo chiamarla, è dovuta ad alterazioni a livello ormonale. Sono responsabili del cambiamento: l’estradiolo, il cortisolo, il progesterone e la prolattina. Questi attraverso i meccanismi neurotrasmettitoriali giungono alla corteccia cerebrale intervenendo su di essa e provocando i sintomi depressivi.

Dal punto di vista psicoanalitico invece si trovano spiegazioni sulle esperienze passate dalla donna nell’età dell’infanzia.

Si pensa che la donna che presenta sintomi depressivi, siano dovuti a conflitti con la famiglia di origine o con aspettative createsi e successivamente non soddisfatte.

Raphael Leff stila in particolare due profili di donne: la donna regulator, che crede che il neonato si debba sintonizzare con i suoi ritmi. Questa tipologia di donna entra in crisi perché ha difficoltà ad intraprendere il nuovo ruolo di genitore senza sentirsi sommersa e dipendente dai bisogni del figlio; l’altra è la donna facilitator, che si manifesta quando percepisce di aver tradito le sue aspettative di “madre perfetta” e del suo rapporto con il figlio.

Nasce negli ultimi mesi di gravidanza e i primi mesi dopo la nascita, l’esigenza di ritirarsi in sé, come annuncia il pensiero di Winnicott, di preoccuparsi e farsi assorbire dalle necessità del bambino, in modo da ricoprire il ruolo di “madre sufficientemente buona” .

Il secondo quadro clinico presenta la Psicosi Puerperale. Essa è il fenomeno in cui il soggetto oltre a presentare sintomi depressivi riporta altre patologie e quindi affrontano molte più difficoltà.

Ad esempio una donna con personalità di tipo bordeline, riesce a costruire un legame con il feto solo a livello corporeo, ma sotto altri aspetti si crea una frattura tra madre e bambino in quanto la donna non riesce a creare una nuova idea di persona e del nuovo ruolo che ricoprirà, in quanto è soggetta a sentimenti di vittimismo e schiavitù nei confronti del bambino.

In generale una donna con questo quadro clinico ha difficoltà a sentire le emozioni, non si cura e molto spesso soffre di allucinazioni e paura di essere uccisa.

In questa fase diviene pericoloso l’istinto che potrebbe venire alla madre di commettere un infanticidio, perché pensa che anche lui soffre e quindi per liberarlo dal dolore e dalla sofferenza decide di ucciderlo.

Una manifestazione di queste donne è che per superare la loro incapacità di madre e alleviare la loro angoscia, si danno a pratiche di gioco d’azzardo o altre azioni poco raccomandate come la tossicodipendenza.

Infine la Maternity blues, è un quadro clinico che prevede la presenza di sette sintomi:crisi di pianto, ansia, stanchezza, eccessiva sensibilità, tristezza, alterazioni dell’umore e confusione mentale. Questi emergono intorno al quinto giorno successivo al parto e dura poche ore o al massimo qualche giorno scomparendo spontaneamente.

La donna in questa situazione si trova in difficoltà a sopportare la nuova condizione di madre a cui non si sente preparata e quindi sente la paura di non riuscire ad aiutare e supportare i bisogni del neonato.

 

La Depressione Post-partum è un disturbo di cui è soggetto quasi il 70% della popolazione femminile, con una buona prevalenza di inquadramento clinico Maternity blues (l’80%delle donne che presentano sintomi depressivi), una bassa percentuale, circa il 15%, soffre di Depressione Post-partum e una piccolissima parte, il 2%, di psicosi puerperale.

Il momento che intercorre tra le ultime settimane di gravidanza e le prime della nascita del neonato è molto delicato.

In questa fase intercorrono molte dinamiche particolari, in cui la donna deve rapportarsi al cambiamento del suo corpo e delle aspettative create sul bambino, ma non è da sottostimare l’importanza che assume la percezione della madre sul cambiamento del suo stato, dalla vita condotta da donna sola, dovrà affrontare la genitorialità.

Quando la donna entra in contatto in gravidanza con il bambino inizia una successione di sentimenti, di condivisione in cui si crea una simbiosi tra madre e figlio, ma come espresso da Deutsch nella teoria del “cordone ombelicale”, bisogna tenere in considerazione anche i mutamenti che avvengono nei rapporti con le altre persone, ad esempio con il partner. Infatti la donna instaura un rapporto molto stretto fin dal periodo di gestazione, questo comporta un allontanamento dagli altri per una completa dedizione al neonato richiamando l’immagine di identificazione proiettiva di Bion con cui la mamma cerca di impegnarsi a soddisfare tutte le esigenze del bambino.

Infine da studi scientifici è emerso che la sindrome depressiva è influenzata da due fattori i particolare:

  • Molte donne che manifestano sintomi depressivi dopo la nascita del primo figlio hanno già presentato in passato, molto spesso in adolescenza, disturbi ansiosi e depressivi. Infatti da studi longitudinali è emersa un’alta incidenza tra Depressione infantile e Depressione Post-partum;
  • L’altro fattore importante è costituito dai fattori di rischio (come patologie associate) e di protezione presenti nei vari contesti che il soggetto vive.

Introduzione al Social Dreaming

Sogno-causato-dal-volo-di-unape-intorno-a-una-melagrana-un-attimo-prima-del-risveglio-di-Salvador-Dalí

 

L’atto del sognare ha una duplice funzione: la prima, individuale, che ha lo scopo di trasformare la persona nella sua profonda individualità e la seconda, la funzione sociale, che ha lo scopo di espandere la conoscenza della società e della comunità in cui le persone vivono.
Il sogno, dunque, in quanto incontro transitorio tra il sognatore e i suoi desideri rimossi, le sue paure, speranze, inibizioni e conflitti (S. Rustomjee), offre un terreno fertile per l’esplorazione non solo dell’inconscio del sognatore e del suo mondo interno, come insegna la psicoanalisi classica, ma anche del setting nel “hic et nunc” in cui viene narrato; diventa quindi un veicolo per comunicare l’impatto delle dinamiche di gruppo e del contesto sociale piu ampio del sognatore (W.N. Stone).
Il modo in cui il gruppo, ed assieme ad esso il conduttore, è in grado di riconoscere, sostenere, contenere e rispondere alle emozioni espresse nel sogno, legate al transfert del sognatore nei confronti del gruppo, rappresenta un nodo fondamentale nella discussione del sogno nell’ambito del gruppo stesso.
La condivisione dei sogni e delle rappresentazioni oniriche diventa un’occasione di analisi e di intervento nei gruppi; l’analisi dei sogni risulta particolarmente utile a vari livelli: dei conflitti individuali e familiari, delle relazioni oggettuali, dei movimenti transferali e controtransferali, fino ad un livello più profondo in cui, dallo sfondo collettivo del gruppo, si stagliano immagini collettive. 
Il Social Dreaming, metodo utile ad evidenziare proprio queste immagini collettive, sottolinea la dimensione sociale del sogno e i suoi potenziali significati sociali.

Che cos è il Social Dreaming?
Il Social Dreaming (SD) è una tecnica di lavoro di gruppo che valorizza “il contributo che i sogni possono offrire alla comprensione non del mondo interno dei sognatori, ma della realtà sociale ed istituzionale in cui vivono” (Neri, 2001).
Tale tecnica è stata ideata all’inizio degli anni ’80 da W. Gordon Lawrence presso il Tavistock Institute of Human Relations di Londra.
Lawrence, partendo dal presupposto che i sogni contengono informazioni fondamentali sulla situazione nella quale le persone sono nel momento in cui sognano, ipotizzò che fosse possibile considerare il sogno come una manifestazione del contesto in cui viviamo e un mezzo attraverso il quale esplorare il mondo sociale condiviso.
Il Social Dreaming, all’ interno di un gruppo, di un’organizzazione, consente di riconoscere le proprie risorse cognitive, immaginifiche, informative e creative, non come private e proprietarie, ma come risorsa sociale; l’attenzione dunque viene spostata dal sognatore al sogno, veicolo di conoscenza dell’ambiente in cui si muovono i sognatori.

Setting
Lawrence definisce le sedute di Social Dreaming “matrici”, ovvero, secondo la definizione dell’autore, “il luogo da cui nasce qualcosa” (Lawrence, 2001).
Le matrici del Social Dreaming, hanno una durata di circa un’ora e mezzo e ciascuna fa parte di un ciclo che può essere più o meno lungo.
I sogni si collegano tra loro, rispondendo ai sogni portati nelle sedute precedenti, come se con il procedere delle matrici si creasse un “contenitore attivo” che tende a modificare il “contenuto”, lasciando emergere nuovi sogni e pensieri e trasferendo i precedenti.
Viene adottato un piano di lavoro “compatto” che prevede da tre a cinque matrici intervallate da una o due notti durante le quali compaiono nuovi sogni legati al gruppo e alla situazione che i partecipanti stanno vivendo. Sono stati adottati anche piani di lavoro diversi, meno compatti, che prevedono una sola seduta settimanale, per un periodo che va da quattro a sei mesi, oppure uno schema di incontri settimanali e quindecinali, senza una conclusione stabilita a priori (ongoing).
Le sedute possono essere condotte da un unico conduttore (Host) o da un piccolo staff; la decisione dipende dalle preferenze del conduttore e dal numero delle persone che compongono il gruppo: è preferibile che il gruppo non superi i trenta o trentacinque partecipanti e comunque, con gruppi numerosi è auspicabile che vi sia uno staff di due o tre conduttori.
Per evitare che ogni partecipante sia guardato o guardi negli occhi gli altri e al fine di garantire privacy ed anonimato, il conduttore e i partecipanti non siedono in cerchio ma sono seduti sparsi nella stanza o seguono una linea a spirale in cui lo spazio tra le persone è lasciato vuoto, oppure sono disposti a “fiocco di neve” (le sedie sono disposte lungo linee che guardano verso il centro).
Il lavoro nelle sedute può cominciare in diversi modi: direttamente, con la narrazione di un sogno; con un intervento spontaneo di un partecipante o con una domanda diretta al conduttore o al gruppo.
Potrebbe essere necessario un discorso introduttivo in cui il conduttore comunica le informazioni di base e fornisce indicazioni limitate e sintetiche e spiega ai partecipanti che sono invitati a condividere i loro sogni, a fare associazioni in modo più libero possibile e ad esplorare il significato sociale dei sogni.
Fra le istruzioni che vengono date all’inizio una particolarmente importante riguarda le associazioni ai sogni: il conduttore può sottolineare che, almeno inizialmente, sarebbe meglio che i partecipanti non offrissero associazioni rispetto ai propri sogni, ma che associassero piuttosto sui sogni raccontati dalle altre persone presenti. Un sogno può essere raccontato come associazione al sogno di un altro partecipante. Questa è un’istruzione particolarmente rilevante perchè fornisce implicitamente il suggerimento che i sogni non devono essere considerati come una proprietà privata del sognatore, ma piuttosto qualcosa che è offerto perchè sia condiviso nel gruppo. (Hahn, 1998)
Altre regole che dovrebbero facilitare il buon andamento della discussione sono: permettere ai singoli partecipanti di parlare per non più di dieci minuti in modo da consentire a tutti di intervenire, evitare di rispondere a domande che sono poste direttamente ed evitare di ingaggiarsi in una discussione con un’unica persona o con poche persone.
Un secondo aspetto del lavoro, che implica il contributo di tutti i partecipanti, consiste nel:
• collegare tra loro le immagini, i sogni e le fantasie;
• evidenziare la sequenza dei sogni che sono stati raccontati;
• mettere in luce come sogni differenti possano avere punti in comune;
• riconoscere che un sogno raccontato da un partecipante potrebbe essere stato sognato da un’altra tra le persone presenti;
• capire se i sogni e le associazioni forniscono elementi utili per comprendere alcuni aspetti dell’ambiente sociale e/o dell’organizzazione a cui appartengono i partecipanti;
• mettere in risalto gli elementi sociali dei sogni (Neri 2001).
Attraverso questo lavoro ogni sogno rivela di avere non uno, ma molteplici significati intercorrelati fra loro.
Una persona offre un sogno, seguono un altro e un altro ancora che aggiungono le proprie associazioni: sogni, immagini, fantasie, pensieri; in questo modo il sogno si amplifica, il significato si estende e c’è una continua espansione di conoscenza; a poco a poco prende forma una rappresentazione della realtà sociale che è molto particolare e diversa da quella che potrebbe essere elaborata utilizzando i dati forniti dai membri del gruppo in un diverso setting.
L’ interpretazione dei contenuti viene evitata perché arresterebbe il fluire dell’associazione libera e dell’elaborazione, è piuttosto stimolata l’identificazione di alcuni pattern.
Il conduttore non interpreta i sogni ma aiuta il fluire delle associazioni, l’emergere del “conosciuto non pensato”; collega tra loro immagini, fantasie e sogni ed aiuta a riconoscere il loro significato sociale; facilita la generazione di un sogno collettivo che il gruppo potrà condividere e utilizzare in modo creativo; fa si che le regole del setting siano rispettate pur lasciando ai partecipanti il compito di associare, trovare significati e identificare allegorie e simboli; interviene per facilitare il lavoro ma i suoi interventi sono sempre indirizzati ad aiutare il riconoscimento del significato sociale dei sogni e delle associazioni.
Secondo Lawrence, sia il conduttore sia il gruppo devono, infine, accettare di lavorare con la propria “capacità negativa”, devono cioè imparare a “tollerare la frustrazione grazie alla fede nel fatto che il significato possa, alla fine, essere trovato” (Bion, 1970) , nonostante le incertezze, il mistero, i dubbi che aleggiano nel gruppo e senza rifugiarsi in spiegazioni premature.

La “Matrice”, spazio per l’esplorazione dei sogni
Lawrence sviluppa un approccio al gruppo centrato sul concetto di “relazionalità” (relatedness), riferendosi con questo termine ai modi in cui l’esperienza e il comportamento di un individuo riflettono e sono ordinati da costrutti consci e inconsci del gruppo o dell’organizzazione che sono presenti nella sua mente.
Nel 1982 vengono realizzate le prime sedute, chiamate “Matrici di Social Dreaming”. Lawrence utilizza il termine “matrici” per indicare sia la seduta, nella quale i partecipanti forniscono sogni e associazioni, sia “un posto dal quale nasce qualcosa”, sia in riferimento al gruppo stesso, che richiama alla mente l’idea di un numero di persone riunite in una stanza.
L’autore vuole porre l’attenzione su ciò che “sta” tra le persone e che è alimentato dalla loro presenza e che stimola sogni, fantasie e pensieri.
La parola “matrice” deriva da Foulkes (1964), il quale afferma che il gruppo è un organismo vivente, con propri umori, reazioni, affetti; la matrice viene definita da Foulkes come qualcosa che è comune a tutti i membri di un gruppo e che riguarda tre dimensioni: trans-personali, inter-personali e sovra-personali.
Alla matrice fanno riferimento tutte le comunicazioni verbali e non verbali che avvengono nel gruppo e da essa dipendono il significato e l’importanza di ciò che accade.
Lawrence fornisce una visione differente della matrice rispetto a Foulkes: egli considera la matrice come “biosfera”, “organo germinativo”, utero, contenitore in cui qualcosa può nutrirsi e svilupparsi e dal quale può nascere.
La matrice, contenitore del sogno, è nello stesso tempo sia una forma sia un processo. Come forma è rappresentata da un collettivo di persone che insieme creano un contenitore per pensare ai sogni, ai loro contenuti, e ai possibili significati. Come processo, la matrice è il sistema, la rete di pensieri, emozioni, connessioni presenti in ogni relazione ma non sempre riconosciuta né presa in considerazione.

Lavoro durante le matrici
I sogni vengono sviluppati ed elaborati attraverso due tecniche fondamentali, le libere associazioni (contributo di Freud) e l’amplificazione emotiva e tematica dei contenuti (contributo di Jung). Lo scopo dell’incontro è di “fare associazioni, il più liberamente possibile, ai sogni resi disponibili alla matrice, in modo da stabilire legami e trovare connessioni alle quali non si era mai pensato fino a quel momento”.
Le libere associazioni sono stimolate non solo da una linea di pensieri o da ciò che viene detto dagli altri membri del gruppo, ma anche dall’atmosfera emotiva e da ciò che viene avvertito in seduta come presente (Gaburri, 2002). Immagini, pensieri, sogni, fantasie, vengono collegati tra loro, attraverso il contributo di tutti i partecipanti: sogni diversi possono avere molti punti in comune.
Nelle matrici di Social Dreaming si produce un’atmosfera onirica nella quale “i sogni vengono sognati una seconda volta” (Neri, 2001), si creano e si perdono le possibilità di identificazione, si creano e si perdono i confini tra io-noi tanto che a volte i partecipanti, ascoltando i sogni altrui, credono di averli sognati loro stessi.
I sogni condivisi, non costituiscono una traccia del vissuto privato del parlante, ma un innesco associativo messo a disposizione del gruppo, per tirar fuori i fantasmi, le fantasie, i vissuti conosciuti ma non pensati, che derivano e si connettono alla realtà esperenziale condivisa con gli altri a livello sociale.
Nelle matrici di SD si cercano gli elementi sociali che emergono nei sogni ed è per questo che i partecipanti non devono interpretare i contenuti ma devono associare, trovare significati, allegorie, simboli: l’interpretazione dei sogni non solo sarebbe controproducente ma intensificherebbe anche il “senso di costrizione” dei partecipanti, in una situazione che di suo è potente e intrusiva.
Il conduttore, dal canto suo, non deve interpretare ma deve “condividere un sogno”, deve accompagnare l’altro o gli altri quando sognano i loro sogni, proteggendoli dalle intrusioni, dai giudizi, dalle minacce; inoltre, non interviene né sulle dinamiche di gruppo né sull’eventuale formazione di sottogruppi.
In alcune occasioni l’intervento può mirare a sviluppare un collegamento tra alcuni elementi del sogno e l’insieme del discorso sviluppato in quella seduta o in una serie di sedute. Queste sono associazioni orientate, corrispondono a fantasie o pensieri che vengono in mente al conduttore come associazioni, ma nello stesso tempo servono a chiarire un legame o un aspetto del funzionamento del gruppo.
In altre parole, il suo ruolo è sia creare uno spazio in cui i sogni si connettino ad altri sogni, sia favorire un sognare “sociale” che tuteli i diritti degli individui favorendo un’interazione fluida e non gerarchica fra i partecipanti.

Social dreaming nelle organizzazioni
Il Social Dreaming è utilizzato in diversi contesti ma è particolarmente indicato nei sistemi che non godono di “buona salute”, cioè di sistemi che fanno del pensiero psicotico gruppale la modalità di esistere e di interagire.
Il SD ha in sé una doppia impostazione e una duplice natura: una sistemica e un’altra analitica. Per natura sistemica si intende la caratteristica di base di impostare il lavoro sempre sulla “gestalt”, mai sul singolo individuo separato dal sistema di riferimento; la dimensione analitica, invece, sta a significare che il SD si concentra sul sogno (e sulla sua lettura sociale) e permette di conoscere e di osservare i processi inconsci e di pensiero sottostante l’organizzazione, il suo divenire, gli aspetti trasformativi; il SD non si interessa mai dello studio dell’individuo né tantomeno delle sue personali psicopatologie.
Lawrence impiegò questa tecnica per capire meglio ciò che accade nelle organizzazioni, considerando la vita onirica delle persone che ne fanno parte.
In certe fasi della vita di un’organizzazione le tensioni e i conflitti raggiungono dei picchi; in queste fasi di crisi, una gran quantità di energie è impiegata per trovare risposte, invece sarebbe più proficuo che a svilupparsi fossero le domande.
Per far ciò è necessario avere a disposizione un contenitore adeguato, un sogno, nel quale le domande possano svilupparsi e possano così essere elaborate.
Durante i conflitti, che si possono creare in un’organizzazione, le parti contrapposte, cercano di controllare ognuna i pensieri e i comportamenti dell’altra; il Social Dreaming aiuta a comprendere e non a comprendersi l’uno con l’altro, aiuta a vedere un medesimo sogno (problema, questione) da prospettive diverse, multiple e anche contrapposte.
I benefici che un’organizzazione può ottenere dal Social Dreaming sono:
1. Massimizzare il pensiero laterale e divergente consentendo di affrontare i paradossi
2. Permettere l’integrazione del pensiero inconscio nel tessuto organizzativo
3. Incrementare il pensiero creativo attraverso l’esperienza
4. Raffinare il pensiero utile nell’impresa promuovendo la capacità creativa dell’organizzazione come sistema.

Conclusioni
Il successo del Social Dreaming è confermato dal fatto che, da quando Lawrence ha messo a punto questa tecnica, ci sono stati notevoli sviluppi: non solo vari programmi in diversi paesi del mondo (Israele, Gran Bretagna, America, Australia, Sud Africa, Rwanda, Italia, Francia, Olanda ecc.), ma anche sempre più numerose applicazioni in organizzazioni e gruppi specifici della società.
A mio parere il punto di forza del SD, in quanto metodologia di ricerca-intervento, è l’innovativa visione del “sognare socialmente” che promuove la salute del sistema in modo creativo e nuovo rispetto alla classica psicoterapia di gruppo.
Il SD permette di accedere a quel “conosciuto non pensato” che è presente in ogni organizzazione e che, una volta che viene fatto emergere, è sempre portatore di novità rilevanti, soluzioni creative che facilitano il cambiamento.
Lawrence (1998) definisce questa caratteristica come la capacità di riconoscere un “multiverso” piuttosto che un “universo”. La capacità di utilizzare questo “multiverso” implica un movimento verso la confusione e la minaccia di una disintegrazione a partire dalla quale nuove visioni possono emergere e coesistere all’interno di una struttura coerente.

BIBLIOGRAFIA
Foulkes S.H. (1964). Therapeutic Group Analysis. Karnac Books, London;
Lawrence W.G. (2004). Esperienze nel Social Dreaming. Borla;
Lawrence W.G. (2008). Introduzione al Social Dreaming. Trasformare il pensiero. Borla;
Neri C. (2001). Gruppo. Borla;
Neri C., Pines M., Friedman R., (2005). I sogni nella psicoterapia di gruppo. Borla
SITOGRAFIA
http://www.socialdreaming.com
http://www.funzionegamma.it
http://www.psychomedia.it