Ansia, disturbo di panico e agorafobia

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La paura è un’emozione provata in tutto il regno animale, e la sua funzione si esplica nel favorire la sopravvivenza del soggetto ad una situazione pericolosa; irrompe ogni qualvolta si presenti un possibile cimento per la propria incolumità. La paura è funzionale nel momento in cui prepara l’organismo ad affrontare un pericolo, preparandolo alla fuga o all’attacco. Essa provoca rapidi cambiamenti del sistema nervoso simpatico, ed è caratterizzata dal suo innescarsi di fronte ad un pericolo immediato. Nei disturbi d’ansia la persona sembra provare paura senza che nell’ambiente sia presente un vero pericolo. L’ansia ha un valore adattivo in quanto ci aiuta ad individuare future minacce, preparandoci ad affrontare o ad evitarle. Tra i disturbi d’ansia abbiamo quello di panico, che è caratterizzato da attacchi non legati a situazioni specifiche e dalla paura di soffrire di altri attacchi. Secondo il DSM IV questo tipo di disturbo è caratterizzato da attacchi di panico ricorrenti ed inaspettati, seguiti per almeno un mese da 1) preoccupazione persistente di avere un altro attacco, 2) preoccupazioni sulle possibili implicazione conseguenze degli attacchi di panico 3) significativo cambiamento del comportamento correlato agli attacchi ( ad esempio evitare le situazioni in relazione con gli attacchi. L’esordio tipicamente rientra nelle fasce d’età comprese tra 15-19 anni, e i 25-30 anni,ed è un disturbo molto comune, diagnosticato con frequenza doppia nelle donne. Studi fatti all’interno di diverse culture hanno confermato che la prevalenza, il decorso, la distribuzione nei due sessi, l’età di esordio sembrano essere simili in tutto il mondo. Tra i sintomi riscontrati durante l’attacco di panico abbiamo : paura di perdere il controllo ( che indica la paura d’impazzire o di fare qualcosa d’imbarazzante durante un attacco di panico), palpitazioni (sgradevoli ed anomali battiti cardiaci), sensazione di asfissia intesa come stretta/costrizione alla gola, dolore al petto (spesso nella parte sinistra), parestesie ( sensazioni di formicolii, torpore, intorpidimento), depersonalizzazione ( alterazione della percezione di sé caratterizzata da un sentimento di distacco ed estraneità dai propri processi di pensiero o dal corpo), derealizzazione che implica una visione della realtà esterna come estranea ed irreale.

Il DSM opera una distinzione su tre tipologie di attacchi di panico che si differenziano per la presenza/assenza di segnali per l’attacco. Gli attacchi di panico inaspettati spesso si manifestano nel sonno, durante il quale la persona si sveglia in preda al panico. Solitamente questi attacchi si manifestano nella fase N-REM e non sono provocati da sogni. L’attacco di panico può anche essere collegato ad una situazione specifica ( ad esempio si può avere un attacco quando ci si trova in un ascensore affollato), spesso il disturbo di panico è associato ad una fobia specifica o con fobia sociale. Infine vi sono gli attacchi di panico indotti da una situazione: vi sono situazioni in cui l’avere un attacco di panico è più probabile, ma non è costante e la sua probabilità è influenzata da diversi fattori ( es. folla, caldo, umidità..).

Il disturbo di panico presenta un’elevata comorbidità con altri disturbi. Le comorbidità più frequenti comprendono la fobia sociale, disturbo ossessivo- compulsivo, fobia specifica e disturbo d’ansia generalizzato. Vi è elevata comorbidità anche con il disturbo depressivo maggiore; nei due terzi dei casi la depressione si sviluppa in concomitanza con, o dopo l’esordio del disturbo di panico. Un’elevata comorbidità viene riscontrata anche con l’ipocondria, caratterizzata dalla paura o dalla convinzione di avere una grave malattia, basata sull’erronea interpretazione di uno o più sintomi fisici. Sia l’ipocondria che il disturbo di panico, infatti, si basano su una tendenza generale ad interpretare in maniera errata e catastrofica le sensazioni corporee. Il disturbo di panico può essere secondario all’uso di alcol e droghe, o essere una delle cause alla base dell’utilizzo di tali sostanze, in quanto comportano un momentaneo sollievo dagli stati ansiosi.

Le sensazioni associate all’arousal sono percepite da molti in maniera negativa; con questa etichetta si intendono le sensazioni associate all’attivazione del sistema nervoso autonomo, incluse palpitazioni, parastesie, dispnea, debolezza e sudorazione. Queste sensazioni posso verificarsi durante stati ansiosi, e i soggetti “ altamente sensibili all’ansia” provano paura in relazione alle sensazioni associate all’arousal, paure che derivano dalle credenze che i soggetti hanno relativamente alle conseguenze dell’arousal stesso. Le credenze hanno, spesso, una natura catastrofica, legata alla paura di morire, d’impazzire e di essere escluso socialmente. Questa premessa ci aiuta a capire il ruolo che la sensibilità all’ansia ricopre nel cosiddetto “ circolo vizioso del panico”. Clark attraverso il suo modello cognitivo del panico ci spiega i processi attraverso i quali si verifica l’attacco di panico. Secondo Clark quando si provano sensazioni fisiche ( es. palpitazioni) si può interpretarle in maniera catastrofica, ad esempio come un segale di morte o perdita di controllo. Quest’interpretazione provoca un aumento dell’ansia, incrementando così l’intensità delle sensazioni temute, e ciò comporta un ulteriore reazione di allarme da parte della persona, sempre più convinta dell’ inevitabilità della catastrofe. Tale aumento della reazione d’allarme a sua volta aumenta ulteriormente l’intensità delle sensazioni di ansia , fino ad innescare un circolo vizioso che sfocia nell’attacco di panico. È importante precisare che non tutte le interpretazioni erronee sono a livello cosciente; alcune possono verificarsi così rapidamente ed automaticamente da essere ben lontani dalla consapevolezza; inoltre le persone possono fare interpretazioni sbagliate anche quando riconoscono correttamente che le sensazioni sono legate all’arousal, in questo caso sovrastimando la pericolosità di questo.

Le terapie comportamentali o cognitive-comportamentali sono tra i trattamenti eletti per i disturbi di panico .Questo tipo di trattamento comprende interventi psico-educativi, esercizi di respirazione, ristrutturazione cognitiva, esercizi di rilassamento, esposizione enterocettiva e situazionale  Gli obiettivi principali dell’assessment in questo tipo d’approccio sono: 1) definire un’accurata diagnosi , 2) ottenere le informazioni necessarie a sviluppare la formulazione del caso, inclusa una valutazione delle variabili predittive dell’esito terapeutico 3) valutare il percorso terapeutico e gli esiti. Il disturbo deve essere inquadrato indagando diverse aree, al fine di comprendere i disturbi presentati dal paziente, mettendo quindi il clinico in grado di sviluppare un intervento terapeutico più appropriato. Le aree da esaminare per ottenere una valutazione completa del paziente che si presenta per il trattamento del disturbo di attacchi di panico consistono in: valutazione medica in cui devono essere escluse condizioni mediche con sintomatologia simile al disturbo di attacchi di panico, o le eventuali condizioni mediche che potrebbero esacerbare il disturbo da attacchi di panico. La diagnosi deve avvenire in Asse I e II del DSM e deve essere valutato anche il funzionamento globale; valutare le caratteristiche dei sintomi ( come la frequenza, intensità, caratteristiche temporali). Deve essere inclusa la valutazione dell’ambiente e dello stile di vita del paziente, focalizzandosi sul funzionamento familiare, lavorativo/ scolastico, rete sociale, eventi di vita negativi…; inoltre anche le strategie di coping del paziente, anamnesi del disturbo ( esordio, eventuali psicopatologie precedenti, familiarità psichiatrica), valutare gli aspetti cognitivi in relazione al panico come la presenza di beliefs disfunzionali spesso riguardanti convinzioni relative all’attivazione fisiologica, presenza di immagini catastrofiche ed attenzione rivolta al corpo. Deve essere valutata l’eventualità di dover trattare il disturbo con altri tipi di trattamento, incluso quello farmacologico. Risulta importante anche la valutazione della motivazione del paziente al trattamento psicologico.

Tra le complicazioni più comuni del disturbo di panico si riscontra quello dell’agorafobia che consiste nel timore di situazioni sociali nelle quali, in caso di attacco di panico, sarebbe difficile fuggire o ricevere aiuto. Spesso le limitazioni imposte dall’evitamento interferiscono con le attività quotidiane, che il paziente non è più capace di svolgere o, se lo fa, deve essere presente un accompagnatore. Gli orientamenti psicoanalitici più recenti si sono sempre più orientati a considerare l’agorafobia come una patologia dell’identità e del limite, particolarmente presente all’interno dell’universo femminile, proprio a causa delle maggiori difficoltà che la donna incontra nel processo di differenziazione rispetto alla propria madre. Queste concettualizzazioni risultano essere molto interessanti in quanto focalizzano l’attenzione sulla fragilità dell’identità dell’individuo per spiegare la sindrome agorafobica, così come l’attacco di panico e l’angoscia di separazione. Mentre in una prima fase, sotto l’influenza del pensiero freudiano, l’origine delle fobie era collocata a livello edipico del processo di sviluppo, si è successivamente passati a considerare fasi sempre più precoci rispetto a quella del complesso edipico; così i contributi più recenti allo studio dell’agorafobia si sono sempre più focalizzati sulle frasi pre-edipiche mettendo in rilievo i temi di “fragilità dell’identità” e del compagno fobico. A questo proposito è molto interessante considerare il contributo di Barbara Milrod nel considerare l’aspetto del “Vuoto” che caratterizza la persona con agorafobia: essa infatti avrebbe una assenza a livello del suo spazio interno e di strutture di simbolizzazione adeguate. Questo vuoto rende il proprio Sé incompleto, e questa incompletezza richiama e necessita della presenza di un Altro ( solitamente il compagno fobico) che rappresenta una sicurezza per il proprio Sé, delineandone i confini. L’altro esiste in funzione di sostegno del proprio Sé e tende quindi ad essere svuotato della sua sfera individuale; rappresenterebbe, al contrario, un prolungamento del proprio spazio vitale. L’agorafobia, contiene in sé una doppia valenza: da una parte implica paura degli spazi aperti, della piazzo, dall’altro include tutto ciò che ha che fare con il sentirsi soli, privi di oggetto, di contenitore, di confini. Si realizza anche nell’allontanamento da persone e luoghi che sono un fondamentale riferimento per l’integrità dell’identità di quel soggetto. Infatti, il senso d’identità può essere altamente vincolato a certi luoghi, così che il soggetto può trovarsi in una situazione di confusione e disorientamento quando è lontano da questi. Risulta, quindi, essere fondamentale nel vissuto agorafobico il vissuto di solitudine, l’isolamento, la separazione e la perdita dei confini. Questo disagio psichico è espresso da forti crisi d’angoscia acuta che assumono la forma degli attacchi di panico e dell’agorafobia. Avendo sottolineato l’importanza del tema identitario nella genesi dell’agorafobia, si può cercare di approfondire la relazione tra genere e questo tipo di disturbo. La prevalenza di questo disturbo è soprattutto femminile, e questo sembra essere collegato alle maggiori difficoltà incontrate dalle donne nel portare a termine il processo di separazione- individuazione dalla propria madre. Il compito che ciascun individuo deve affrontare durante il proprio sviluppo è separarsi, individuarsi e differenziarsi dall’originale situazione di fusione e indifferenziazione con la propria madre. L’identità femminile segue un percorso di sviluppo che si differenzia da quello maschile; per un maschio la sola consapevolezza della sua differenza anatomica rappresenta una spinta fisiologica verso la differenziazione psicologica rispetto alla relazione primaria con la propria madre. Per la femmina questo processo è più complesso in quanto, accanto ad una spinta alla differenziazione vi è uno sviluppo anatomiche che progressivamente la rende uguale alla propria madre: la crescita porta ad un processo di separazione ed individuazione, mentre l’acquisizione dell’identità di genere femminile imlica il diventare uguale alla propria madre a livello corporeo. È importante puntualizzare la non neutralità del ruolo paterno all’interno di questo processo. La bambina durante il periodo edipico si rivolge al padre in modo tale da slegarsi dal legame simbiotico con la propria madre. Si può ipotizzare che nelle situazioni in cui si presenta un vissuto agorafobico vi sia l’assenza del padre, nel processo di separazione dalla madre, in relazione alla sua funzione di terzo che dovrebbe introdursi nella coppia madre-bambina. Un ruolo fondamentale nell’eziopatogenesi dell’agorafobia è, quindi, l’impossibilità di sperimentare il sentimento di separatezza, e quindi di differenziare il Sé dal non.Sè. Questa inadeguata differenziazione porterebbe ad un’incapacità di tollerare le separazioni, che vengono vissute in modo angoscioso; infatti la separatezza ( considerata come una conquista evolutiva che permette il formarsi di un’identità personale) provoca un forte stato di angoscia, e provoca un sentimento di minaccia per l’integrità stessa del proprio Io. In questo senso, la presenza del “ compagno fobico” che deve accompagnare e stare vicino al soggetto, è quella di un “magico protettore”, funzionante per la riduzione della stato d’angoscia. La sua presenza ha la funzione di evitare la separazione (angosciosa) e la percezione di separatezza, fungendo da garante esterno dell’integrità dell’identità. L’analisi ha come obiettivo quello di costruire una sicurezza dei confini, la progressiva costruzione di uno spazio psichico interno, affrontare i problemi che sottostanno alla sintomatologia claustro- agorafobica, legati al processo di raggiungimento della differenziazione e dell’autonomia, favorendo quindi lo sviluppo della capacità di simbolizzazione.

Psicosomatico e Somatopsichico

101857709-b06064e8-b415-473e-9c8c-9d274ea7c67fCon il termine “disturbi psicosomatici” solitamente  si intendeno quei disturbi che esprimono significati inconsci rimossi  attraverso la somatizzazione. La caratteristica comune dei Disturbi Psicosomatici (o Somatoformi) è la presenza di sintomi fisici che fanno apparentemente pensare ad un problema di “natura organica”, ma che non sono giustificati da una condizione medica generale o dagli effetti diretti di una sostanza o da un altro disturbo mentale. I Disturbi Psicosomatici possono essere considerati delle vere malattie fisiologiche che possono provocare problemi e danni a livello organico, scatenate da personali e patologiche dinamiche psico-emotive. In questi stati patologici, l’ansia, la sofferenza, le emozioni troppo dolorose per poter essere vissute e sentite, trovano una via di scarico immediata nel soma. Non sono presenti espressioni simboliche capaci di mentalizzare il disagio psicologico e le emozioni, pur essendo presenti, non vengono percepite. In genere il paziente psicosomatico si presenta con un buon adattamento alla realtà, con un pensiero sempre ricco di fatti e di cose e povero in emozioni. Spesso si tratta di pazienti che hanno difficoltà a far venire alla luce emozioni , che separano dalle cose ogni elemento di fantasia. Tutte le loro capacità difensive tendono a tener lontani contenuti psichici inaccettabili, a costo di distruggere il proprio corpo.

In un certo senso, la questione psicosomatica in ambito clinico rappresenta il nucleo originario attorno al quale si è originato il movimento psicoanalitico. L’elaborazione teorica di Freud, infatti, si avviava dal problema della sintomatologia organica dell’isteria. Tale problema era stato messo in evidenza già dal 1878 da Jean Martin Charcot nel corso dei suoi famosi esperimenti di ipnotismo. Charcot era in grado di rimuovere sotto ipnosi i più diversi sintomi somatici dell’isteria, come l’anestesia, le contrazioni e la paralisi e su questa base sperimentale aveva ipotizzato la possibilità che la paralisi potesse essere prodotta da un’idea, visto che un’idea opposta poteva farla sparire. Freud era rimasto fortemente impressionato da una delle dimostrazioni preferite da Charcot. La riflessione su tali fenomeni è all’origine della nozione di “conversione”. La disposizione alla conversione è un tratto caratteristico dei pazienti isterici, attraverso la quale tali soggetti «rendono inoffensive rappresentazioni ed idee insopportabili, incompatibili, trasformando la loro somma di eccitazione in qualcosa di somatico».

Quando un contenuto psichico è incompatibile con l’Io, l’affetto ad esso associato è rimosso dalla coscienza con la repressione e convertito in un disturbo senso-motorio che simboleggia ed esprime a livello corporeo il contenuto inaccettabile, così risolvendo parzialmente il conflitto psicologico originario.

Nel fenomeno della conversione risiedeva dunque il problema del «salto dallo psichico al somatico» che Freud intendeva inizialmente risolvere in termini fisiologici, ma per il quale non riuscì mai a fornire una spiegazione soddisfacente.

Più tardi, Freud evidenziò anche un’altra causa dei sintomi somatici psichicamente condizionati: l’«equivalente dell’attacco d’angoscia» nelle nevrosi d’angoscia. In questa sindrome, infatti, associati all’angoscia, si manifestano sintomi fisici che possono includere palpitazioni, sudorazione, nausea, diarrea, tremore, alterazioni della respirazione, mal di testa , Freud non riteneva che i sintomi somatici delle nevrosi d’angoscia fossero il prodotto di una rappresentazione rimossa o di un conflitto intrapsichico in quanto non riusciva ad affrontarli psicanaliticamente. Essendo il risultato dell’attivazione del sistema nervoso autonomo, per Freud, doveva essere lasciato all’indagine biomedica, sottolineando il peso del fattore costituzionale ereditario. Al posto della capacità di conversione si trova nella nevrosi d’angoscia una estraniazione tra il somatico e lo psichico.

A questo proposito, quindi, Freud anticipava teoricamente quella spaccatura del movimento psicosomatico in due approcci distinti e non comunicanti, l’uno orientato in senso fisiologico, l’altro in senso psicanalitico.

All’interno della teoria psicosomatica si ipotizzano due diverse modalità di formazione dei sintomi psicosomatici. Il primo, collegato con l’isteria, considera la situazione di conflitto come la conseguenza di desideri istintuali inconsci, conflitti che danno origine a rappresentazioni mentali talmente inconciliabili che per difendersi dall’angoscia che ne deriva, la persona inconsciamente li rimuove. Il soggetto mette in atto dei meccanismi di difesa che rende tali raffigurazioni dimenticate e innocue. Tali contenuti rimossi rimangono attivi a livello inconscio , la loro energia psichica si scarica nel corpo dando origine a sintomi che, pur manifestandosi a livello somatico, non hanno basi né correlati organici. I sintomi di conversione hanno valore di compromesso e di mediazione tra tendenza a soddisfare il desiderio e il meccanismo di difesa che tende reprimerlo, esprimendo dunque il desiderio istintuale e originale e le esigenze difensive.

Il secondo modulo è quello degli equivalenti d’angoscia, che si hanno quando stati psichici penosi vengono proiettati verso l’ esterno e trovano nel corpo il terreno dove manifestarsi. Si tratta di stati talmente inconsci che vengono fatti emergere sia pure in modo deformato affinché la persona si accorga del suo significato.

Progressivamente, dunque, accanto alla conversione, anche la malattia psicosomatica viene vista come simbolizzazione corporea dell’inconscio e si fa avanti sempre di più l’idea del linguaggio corporeo e del disturbo psicosomatico come simbolo di un conflitto psichico.

La letteratura sui fenomeni psicosomatici ha inoltre ritrovato che essa può essere in relazione con i problemi dello sviluppo e della psicologia del sé, o meglio con i suoi aspetti di immaturità, di mancato sviluppo e di residui arcaici.

È infine necessario citare la teoria bioniana sul pensiero protomentale, secondo la quale nell’ambito di uno sviluppo disturbato a livelli precoci, si può ritrovare che elementi sensoriali sono in realtà di ordine psichico e viceversa, così come la proprietà specifica di alcuni eventi consiste nell’appartenere e presentarsi in modo indifferenziato sul versante somatico o psichico. Nel sistema protomentale il fisico e lo psicologico si trovano in uno stato indifferenziato, un’attività successiva li promuove ad un livello di differenziazione. Sembra che questi livelli protomentali costituiscono la matrice delle malattie. Come Bion stesso specifica, le malattie possono manifestarsi e talora sono evidenti solo nell’individuo, “ma hanno delle caratteristiche che dimostrano chiaramente come sia il gruppo più che l’individuo ad esserne affetto”. Di conseguenza la sede utile per indagare le malattie psicosomatiche sembra essere il gruppo. Il soggetto gruppale, per la natura arcaica e collettiva, sembra essere in grado di indicare transizioni veloci dal corporeo al mentale, e viceversa secondo spinte che non appaiono descrivibili e verbalizzabili. Un lavoro analitico di individuazione e di enucleazione di elementi misti o miscelati potrebbe creare uno spazio evolutivo- trasformativo atto restituire nuove proprietà agli elementi della scena.  G. Brown, gruppoanalista che si è interessato notevolmente ai disturbi psicosomatici, ritiene che l’analisi di gruppo permetta di spostare la difficoltà da una internalizzazione e somatizzazione di difficoltà emozionali alla loro comprensione e risoluzione all’interno di una rete di relazioni. I disturbi psicosomatici sono delle regressioni a stati preverbali primitivi ( il protamentale di Bion). Brown fa inoltre riferimento al concetto di alexitimia di Nemiah e Sifneos per indicare l’incapacità di trovare le parole per esprimere sensazioni, emozioni, sentimenti, fantasie e impulsi, proprie di queste persone. I sintomi fisici rappresentano un blocco della comunicazione e nello stesso tempo sono una comunicazione indiretta. Il loro trattamento implica la creazione di significato e simbolizzazione da parte di individui che rimangono legati alla somatizzazione della prima infanzia. Il lavoro gruppoanalitico consiste nello scoprire il significato di questi sintomi fino al livello più primitivo (proto mentale) per essere desomatizzato, tradotto in parole e mentalizzato. Il gruppo, oltre a svolgere la funzione di contenitore, aiuta i pazienti a sviluppare gradualmente la verbalizzazione. La comunicazione avviene a vari livelli: da un livello psicosomatico indifferenziato, primario a livelli maggiormente simbolici verbali e astratti. La relazione, la condivisione, il clima di apertura e di comprensione condivisa sono fattori essenziali. La traduzione dei messaggi può aiutare le persone a superare l’abituale fiducia nei disordini psicosomatici ed esprimere quegli aspetti di sé delle loro relazioni che non possono essere espresse in altra maniera. Progressivamente i pazienti psicosomatici abbandonano la dipendenza da forme somatiche di comunicazione. Il gruppo si dimostra un contenitore migliore della propria madre e famiglia, la frustrazione non attiva più inevitabilmente lo psicosoma primitivo. Il gruppo facilita la comunicazione ad un livello primitivo più profondo ed il conduttore deve trasformare le sue sensazioni controtransferali in consapevolezza, deve facilitare la comunicazione ai livelli primitivi più profondi ed infine tradurli in parole. Il gruppo permette la capacità di pensare su sensazioni e relazioni che in precedenza erano cosi minacciose da essere impensabili nella originaria matrice materna, familiare e sociale. Possiamo dire che il gruppo analitico offre uno spazio transizionale di contenimento dove transfert scissi possono essere sperimentati e integrati, dove può aver luogo il movimento dall’isolamento all’adattamento empatico e dove i livelli corporei possono essere esplorati.

Nella storia dei pazienti psicosomatici si trova spesso che la madre, la quale non è riuscita a trovare e a sviluppare una propria identità nell’ambito del gruppo primario o dell’ambiente in genere, è oppressa da un modello, appartenente all’Io ideale, di madre buona e perfetta di un bambino a sua volta buono e perfetto. La madre vive il neonato, a causa del suo corpo incompleto e impotente, come una grave afflizione narcisistica. Lo percepisce come difettoso e insufficiente e di conseguenza sente i suoi bisogni come un’ afflizione continua. Per difendersi da questa afflizione, la madre riversa sul figlio il proprio desiderio inconscio di un bambino perfetto, tramite una serie di regole tese al controllo di ogni manifestazione vitale del bambino e delle sue funzioni corporali. Alla protesta del bambino contro questa violenza che non gli lascia spazio per i propri bisogni, la madre reagisce con ostilità e incomprensione. Solo la malattia fisica del bambino permetterà alla madre di confermare l’immagine inconscia del proprio Sé come madre buona e perfetta e, in cambio di ciò, di premiare il bambino malato con cure ed attenzioni. Di fronte a questa situazione la madre risponderà alla malattia del figlio con reazioni contraddittorie, in cui si esprime la scissione d’identità del suo Io. L’atteggiamento materno è estremamente ambiguo; infatti il bambino è posto costantemente a confronto con la richiesta di essere un bambino perfetto, ma ad ogni passo compiuto in direzione di una percezione autonoma dei proprio bisogni, riceve risposte in termini di divieti e forte angoscia. In più vediamo che la madre cessa di prodigarsi al bambino una volta guarito, e riassume la sua funzione di madre solo quando il figlio le segnala, riammalandosi, che ha rinunciato al suo bisogno di indipendenza e autonomia.

L’affezione somatica ha una doppia valenza:

-permette alla madre di sfuggire all’ambivalenza conflittuale verso il figlio, assumendo un atteggiamento di dedizione che si accorda con i propri desideri e angosce inconsce;

-consente al bambino, adattato all’ambivalenza conflittuale della madre, per mezzo della malattia, uno spazio per lo sviluppo del suo Io.

Il bambino paga questa stabilizzazione del rapporto simbiotico con la madre con la limitazione del suo sviluppo. Più precisamente si fa carico dell’ambivalenza conflittuale della madre e della sua incapacità di delimitare la propria identità. In questo modo la madre spinge il bambino a dire no a se stesso e a porsi al servizio della madre come portatore di un sintomo che è relativo al conflitto d’identità della madre. Questa dinamica patogena risponde al bisogno della madre di mantenere il bambino in uno stato di costante dipendenza, corrispondendo con la malattia al bisogno inconscio della madre e, allo stesso tempo, il bambino si procura la sicurezza della protezione materna dal pericolo di essere abbandonato. La malattia del bambino serve alla madre per difendersi dai suoi bisogni di dipendenza infantile e per poter avere nella cura del bambino una conferma continua delle sue inconsce fantasie di onnipotenza. C’è dunque un intimo legame tra conflitto inconscio della madre e affezione psicosomatica del figlio. Il sintomo serve alla madre in quanto impersonifica il conflitto inconscio d’identità che essa possiede in relazione al suo ruolo materno e per rendere controllabile questo conflitto. La madre può così fungere solo da pseudo-madre, la quale mentre accudisce il bambino al contempo lo fa ammalare, così come il bambino ricorre alla sua falsa identità di malato psicosomatico per colmare il “buco dell’Io” della madre. Il comportamento psicosomatico segue una dinamica interpersonale, in cui il bambino è obbligato a rinunciare al suo sviluppo e alla delimitazione della propria identità ed è costretto ad assumere l’identità del malato, grazie alla quale la madre riesce a conservare intatta la sua pseudo-identità. Tale dinamica si estende anche all’intero gruppo primario. Quest’ultimo può infatti permettere ad uno dei suoi membri di costruire e realizzare la propria identità, solo se possiede una propria identità e se è in grado di darsi una delimitazione nei confronti dell’ambiente. L’evento psicosomatico si delinea quindi come un evento interpersonale. Va dunque ricondotto a un disturbo patologico nell’interazione del gruppo, di cui il malato è membro e a cui serve come portatore di sintomi. La madre non fa parte solo della diade madre-bambino, ma ha anche una funzione di mediazione per cui per un lato rappresenta il gruppo primario e per l’altro si pone nei confronti del gruppo come rappresentante dei bisogni del bambino. Da ciò che avviene nell’interazione simbiotica deriverà il buono o cattivo esito dello sviluppo dell’Io corporeo e della formazione dell’identità corporea, che costituisce la base di ogni sviluppo. Grazie all’interiorizzazione dei diversi aspetti dell’Io ausiliare della madre e del “facilitating environment” del gruppo primario, si costituisce un confine dell’Io e un gruppo di oggetti interni. I disturbi dello sviluppo sono sempre legati alle dinamiche inconsce dei processi di gruppo. Per quanto riguarda il comportamento psicosomatico, esso esprime sempre un conflitto inconscio della madre, riguardante il bambino, se stessa e le persone con cui è in rapporto, conflitto respinto dalla madre e dal gruppo primario. Il comportamento del bambino mette in luce questi conflitti. Sembra infatti che il disturbo psicosomatico del bambino si risolve nel momento in cui si riesce a portare la madre a una presa di coscienza dei propri conflitti e ad aiutarla nella loro elaborazione , nell’ambito ad esempio del gruppo dei genitori o nell’ambito di una terapia psicoanalitica. La madre può diventare così capace di riconoscere e capire i bisogni vitali del bambino e di corrispondere soprattutto alla sua richiesta di dedizione emotiva. Spesso tale affezione si manifesta quando il bambino viene strumentalizzato dalla madre e usato come arma per affrontare i conflitti inconsci o anche quando la madre percepisce la richiesta di dedizione del figlio come una minaccia alla propria persona e si tira indietro dal punto di vista emotivo. In tali casi la psicodinamica della simbiosi è invertita: è il bambino ad assumere una la funzione protettiva verso la madre e a servirle da Io ausiliare, mentre quest’ultima non è più in grado di percepire la propria funzione da Io ausiliare nei riguardi del bambino. Il conflitto inconscio si esprime nel fatto che la madre, pur riuscendo a percepire e a soddisfare singoli aspetti della personalità e dei bisogni del figlio, non è in grado di percepirlo come una personalità a pieno diritto e a rispettarlo come tale. Ci troviamo di fronte ad un rifiuto conscio o inconscio da parte della madre della totalità del figlio, spesso ciò si riferisce alla fisicità del bambino che le appare imperfetta. La ragione di ciò va ritrovato nella mancanza di un Io corporeo integrato della madre o nell’atteggiamento del gruppo circostante, quale quello familiare, che impedisce alla madre di avere alcun contatto fisico-emotivo con il suo bambino. Il sintomo psicosomatico è il segnale di questa interruzione nella comunicazione con la madre. Una situazione familiare tipica del gruppo psicosomatogeno è caratterizzato da genitori iperadattati alle richieste dell’ambiente sociale, incapaci di offrire al bambino un ambiente protettivo in cui svilupparsi. La famiglia funge da pseudo-comunità e la comunicazione tra genitori si limita ad una superficiale preoccupazione sulla salute del figlio. Il bambino è tenuto in uno stato di dipendenza simbiotica affinché i genitori possano avere un settore in cui difendersi per mezzo del bambino malato dal loro conflitto inconscio d’identità, mettendolo contemporaneamente in atto.