L’autolesionismo

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Le modalità autolesive più frequentemente utilizzate e riconosciute in ambito psicologico-clinico sono il tagliarsi (cutting), il bruciarsi (burning), le scarificazioni, l’interferire con il processo di cicatrizzazione delle ferite, mordersi, inserirsi oggetti sotto la pelle e sotto le unghie (Pattison & Kahan, 1983; Favazza 1998). In questi casi, il corpo, può rappresentare un luogo di espressione della sofferenza psichica oppure lo strumento per comunicare i propri bisogni e conflitti evolutivi (Armstrong et al., 2004). L’atto violento rivolto contro di sé rappresenta una modalità distruttiva e patologica di difendere la propria identità narcisistica (io decido del mio corpo e della mia vita). L’adolescente, accanto a sentimenti di potenza e talvolta onnipotenza, si scontra con l’impotenza, la confusione e il dover dipendere. La condotta autolesiva può attenuare il conflitto tra il bisogno dell’oggetto e la paura di esperire questa dipendenza. In particolare, il cutting ha la funzione di gestire stati emotivi particolarmente intensi come la rabbia, la frustrazione, la vergogna e il vuoto (Suyemoto & McDonald, 1995; Connors, 1996) e di autoregolare l’affettività (Figueroa, 1988). Le parti del corpo più frequentemente attaccate sono le braccia, le gambe, il torace ed altre aree sulla parte frontale del corpo, essendo, da un lato, le zone più facilmente accessibili e, dall’altro, più facilmente occultabili. Ciò porta chiedersi perchè la pelle venga attaccata in questo modo. La pelle rappresenta l’elemento di separazione, di confine tra il mondo interno ed il mondo esterno, di comunicazione e di interazione tra i due mondi e di distinzione tra il dentro e il fuori; “il corpo, e soprattutto la sua superficie, è il luogo dove possono generarsi contemporaneamente percezioni esterne e interne” (Freud, 1922). Molto interessante è anche la teoria di Anzieu, che definisce l’Io-Pelle come “una rappresentazione di cui l’Io del bambino si serve, durante le fasi precoci dello sviluppo, per rappresentarsi se stesso come Io che contiene i contenuti psichici, a partire dalla propria esperienza della superficie del corpo. L’Io-Pelle è, quindi, un “involucro psichico” un contenitore somato-psichico di quanto il bambino ha sperimentato nel contatto con la madre.  Attualmente, gli studi ad orientamento psicodinamico analizzano come il contatto cutaneo tra madre e neonato sia un fattore determinante per lo sviluppo psichico del bambino e, quindi, per le dinamiche emotivo-affettivo e cognitive e per la costruzione dello schema e dell’immagine corporea (Orlandelli, Garcovich & Satta, 2002). In questa prospettiva, è importante mettere in rilievo il ruolo della pelle: il self-injurer sente il bisogno di attaccare il proprio confine, in questo modo il dolore potrebbe trovare sfogo al fine di essere regolato e calmato. La ferita è una forma ritualizzata che consente all’individuo di riconfigurare a suo piacimento i confini tra il sé ed il mondo che lo circonda.

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