La formazione in psicoterapia

Le ragioni della formazione in psicoterapia

Se l’unico arnese nella tua cassetta è un martello, molte cose cominceranno ad apparirti simili ai chiodi. (Abraham Maslow)

La lente psicodinamica ci aiuta a considerare l’esistenza umana nei termini di una evoluzione dagli aspetti “terminabili” (biologici, oggettivi) ed “interminabili” (psichici, soggettivi).

Nel momento in cui la psicologia clinica sembra accettare il paradigma della complessità dei suoi oggetti d’indagine, lo sviluppo umano non è circoscrivibile ad una successione preordinata e riduzionistica di fasi o stadi, ma diventa un lungo processo scandito da “crisi”, dai passaggi e dai rituali volti a reificare pubblicamente il significato di una dimensione privata.

I riti di passaggio hanno quindi una valenza poliedrica (personale, sociale, culturale, legale, ecc.) e spesso si svelano come parti di un mito gruppale condiviso.

Quando si inizia un percorso si è più o meno consapevoli che questo potrà presentare svincoli, ostacoli, o aree di sosta; spesso, ciò che si ricorda del viaggio è che molta parte di strada è stata percorsa, nel bene e nel male, con amici, famigliari o colleghi: i compagni di viaggio.

Per chi percorre la strada della formazione in psicoterapia, il momento di discussione della tesi di specializzazione diventa, allo stesso tempo, un punto a cui si arriva e da cui si parte assieme ad un gruppo.

Alla luce di queste considerazioni, qual’è dunque l’ “anima” della formazione in psicoterapia? Quali sono gli elementi che ne caratterizzano e ne accompagnano lo sviluppo?

Nel cercare di rispondere dignitosamente a queste domande, sembra utile focalizzare l’attenzione sulle origini della formazione in psicoterapia.

Del movimento psicoanalitico e della sua evoluzione teorica si è detto e si è scritto tutto, o quasi tutto.

Nell’approfondire i grandi temi della letteratura freudiana, si ha la sensazione che la rivoluzionaria complessità di cui la psicoanalisi è stata portatrice lasci spazio a riflessioni potenzialmente creative ma mai completamente originali.

Nel campo delle scienze psicologiche, i modelli psicodinamici sembrano quelli maggiormente esposti al pericolo della “ridondanza” teorica.

Questo, forse, perché Freud ebbe la capacità di tracciare la strada per una psicologia del profondo che, al di là delle indicazioni concettuali e tecniche, poggia su un impianto metapsicologico di infinita “applicabilità”, perché inesauribile e mai interamente “saturo”.

La metapsicologia psicoanalitica diventa epistemologia e, quindi, assume le qualità proprie di una filosofia della scienza in grado di spiegare, a livello contenutistico, una molteplicità di eventi fenomenici.

Con questa consapevolezza, Freud scriveva che la peculiarità del suo modello scientifico fosse tale da garantirne una eccezionalità esplicativa:

‹‹L’applicazione della psicoanalisi non è affatto confinata al campo dei disturbi psicologici, ma si estende anche alla soluzione di alcuni problemi negli ambiti dell’arte, della filosofia, della religione. In tale direzione la psicoanalisi ha già prodotto parecchi punti di vista nuovi e si è rivelata in grado di fornire delucidazioni preziose su temi come la storia, letteraria, la mitologia, la storia delle civiltà e la filosofia delle religioni.›› (Freud, S., Bisogna insegnare la psicoanalisi nell’Università?, 1918)

‹‹Una delle prime applicazioni della psicoanalisi consistette precisamente nel farci comprendere questa ostilità che il mondo contemporaneo ci dimostrava perché ci occupavamo di psicoanalisi. Altre applicazioni, di natura obiettiva, possono rivendicare un interesse più generale. Il nostro primo intento fu quello di comprendere i disturbi della vita psichica umana […] la psicoanalisi divenne psicologia del profondo e, dal momento in cui nulla di ciò che gli uomini creano o fanno è comprensibile senza l’aiuto della psicologia, le applicazioni della psicoanalisi in numerosi campi del sapere […] si imposero […] Il risultato fu che gli analisti […] fecero incursioni in campi del sapere quali la mitologia, la storia delle civiltà, l’etnologia, la scienza delle religioni, eccetera. […] In tutti i campi sta aumentando il numero delle persone che studia la psicoanalisi con l’intento di dare il cambio, come colonizzatori, a quelli che sono stati i pionieri. […] Le applicazioni della psicoanalisi sono sempre altresì sue conferme.›› (Freud, S., Introduzione alla psicoanalisi, 1930-1938)

Tuttavia, è curioso notare come il fondatore della psicoanalisi abbia lasciato pochissime indicazioni teorico/tecniche sulla specificità della formazione e dei processi di apprendimento in ambito psicoterapeutico.

Nelle Opere di Freud, questa tematica, che oggi sembra invece un “punto d’urgenza” istituzionale e professionale, sembra concretamente “sottodimensionata”.

La letteratura freudiana comprende davvero pochi passaggi dedicati alla metodologia formativa specifica per l’esercizio della professione psicoterapeutica:

‹‹Prima di giungere alla psicoanalisi vera e propria, sarebbe necessario un corso introduttivo che si occupasse dettagliatamente delle relazioni tra vita psichica e vita fisica – base di ogni tipo di psicoterapia –, che descrivesse i vari tipi di procedimenti suggestivi, e che infine dimostrasse come la psicoanalisi sia l’esito ed il coronamento di tutti i metodi precedenti di trattamento psichico. […] L’insegnamento della psicoanalisi dovrebbe procedere su due livelli: un corso elementare […] ed un corso di lezioni specialistiche.›› (Freud, S., Bisogna insegnare la psicoanalisi nell’Università?, 1918)

‹‹Quando noi diamo ai nostri allievi un insegnamento teorico in psicoanalisi, ci è facile costatare quanto questo sia inefficace. Essi accolgono le dottrine analitiche con la stessa indifferenza con cui hanno accolto le altre astrazioni di cui si sono fino allora nutriti. […] Perciò noi chiediamo che chiunque voglia esercitare l’analisi sopra altri si sottoponga egli stesso ad una analisi. Soltanto nel corso di questa “autoanalisi”, come impropriamente viene chiamata, e dopo aver effettivamente provato sulla propria pelle – più esattamente sulla propria anima – i processi asseriti dalla psicoanalisi, i nostri allievi acquistano quelle cognizioni di cui si serviranno più tardi come analisti. […] Con tutto ciò, rimane sempre qualcosa che corrisponde all’ “equazione personale”, e questo fattore avrà sempre nella psicoanalisi maggiore importanza che altrove.›› (Freud, S., Il problema dell’analisi condotta da non medici, 1926).

In tutto, quindi, solo pochi accenni.

Rispetto agli Istituti di Specializzazione presenti all’epoca (quello di Max Eitingon a Berlino, di E. Jones a Londra, e la “Società psicoanalitica di Vienna”), Freud sottolinea che:

‹‹I candidati vengono presi essi stessi in analisi; ricevono inoltre una preparazione teorica mediante lezioni relative a tutti i principali campi della psicoanalisi, e possono giovarsi della guida di analisti più anziani e più esperti quando vengono autorizzati a compiere le loro prime esperienze su casi più facili. Per una tale preparazione occorrono circa due anni. Naturalmente dopo un tale periodo si è soltanto principianti e non maestri. Quel che ancora manca deve essere acquisito esercitando l’analisi e frequentando le riunioni scientifiche delle società psicoanalitiche, dove i soci possono incontrarsi ed avere uno scambio di idee con quelli più anziani.›› (Ibidem.)

‹‹Il piano di studi per l’analista è ancora da creare. Esso dovrà comprendere materie tratte dalle scienze dello spirito, dalla psicologia, dalla storia delle civiltà, dalla sociologia, oltre che elementi di anatomia, biologia e storia dell’evoluzione.›› (Ibidem.)

Pensando all’enorme impianto esplicativo della metapsicologia freudiana e al meticoloso approfondimento su molti altri “obiettivi” psicoanalitici, è sorprendente il relativo ed eccezionale semplicismo con cui Freud tratta una tematica così complessa ed articolata, soprattutto pensando al contesto storico e culturale della sua epoca.

Come un rasoio di Occam, la discussione sembra risolversi in una sintesi che appare effettivamente riduttiva, da cui emerge come le Istituzioni psicoanalitiche intendessero la formazione sulla base di pochi punti fermi che, tra l’altro, appaiono scarsamente sistematizzati: a) didattica propedeutica di base per la durata di due anni, b) training personale, c) supervisione e d) una non meglio specificata “equazione personale”:

‹‹La preparazione per una attività analitica non è dunque tanto facile e semplice, il lavoro è pesante e la responsabilità grave. Quegli però che si è sottoposto a questo apprendistato, che è stato egli stesso analizzato, che ha appreso la psicologia dell’inconscio o almeno quel tanto che fino ad oggi se ne conosce, che si è messo al corrente con cognizioni scientifiche sulla sessualità, che ha imparata la delicata tecnica analitica, l’arte dell’interpretazione, il modo di trattare le resistenze e di maneggiare la traslazione, quegli non è più un profano nel campo della psicoanalisi. Egli è divenuto capace di intraprendere il trattamento di disturbi nevrotici, e col tempo sarà in grado di realizzare tutto ciò che a questa terapia si può chiedere.›› (Ibidem.)

Rispetto al ruolo dell’analista didatta, Freud aggiunge che:

‹‹[…] gli analisti insegnanti dovranno aver ricevuto una preparazione particolarmente accurata. […] occorrerà fornir loro la possibilità di attingere esperienze da casi particolarmente istruttivi e probanti, e poiché gli uomini sani e che non siano spinti da una particolare sete si sapere, non si sottopongono all’analisi, dovranno ancora essere i nevrotici a costituire il materiale umano sul quale, sotto un controllo scrupoloso, questi analisti insegnanti si eserciteranno per la loro futura attività non terapeutica.›› (Ibidem.)

 Curiosamente, la chiosa del discorso contraddice un rigido ordinamento professionale:

‹‹Tutto ciò richiede una certa libertà e non è compatibile con una gretta regolamentazione burocratica.›› (Ibidem.)

Se non si legge questa sorprendente tendenza attraverso il principio dell’ “eleganza teorica” (intesa come eccezionale capacità di spiegare in modo semplice e sintetico concetti altamente complessi) universalmente riconosciuta a Freud, ci si accorge che il problema è preferibilmente trattato in termini “politici”.

E’ infatti “politicamente orientato” il modo attraverso cui Freud difende la categoria professionale degli psicoanalisti di fronte ai dubbi ed alle resistenze – interpretate in senso sociale, culturale e propriamente psicoanalitico – di un ambiente scientifico che metteva in forte discussione le capacità e le competenze di un “semplice psicologo” nel trattamento clinico dei pazienti psichiatrici.

Solo in questo caso, i riferimenti alla formazione in psicoterapia diventano più numerosi ed approfonditi, segno di un interesse così ampio da meritare un significativo (quasi cento pagine) e specifico saggio, Il problema dell’analisi condotta da non medici. Conversazione con un interlocutore imparziale (1926).

L’avvertenza editoriale allo scritto sopra citato sottolinea come questo sia stato pubblicato in risposta ad una azione giuridica, sorta in seguito ad una querela per esercizio abusivo della medicina, sporta contro Theodor Reik da un suo paziente, che riteneva di essere stato danneggiato dal trattamento psicoanalitico subito.

Anche per l’intervento di Freud presso una persona influente, la causa fu archiviata perchè il querelante risultò uno squilibrato.

La questione dell’ “analisi profana” (come finì con l’essere indicato il problema se anche i non medici possano, in seguito ad una adeguata preparazione, esercitare l’analisi) fu risolta sul piano giuridico, anche se non mancarono spiacevoli strascichi (si veda in proposito il libro di E.Jones, Vita e opere di Sigmund Freud, vol.3, p.348).

Paradossalmente, la discussione fu l’incipit di una polemica “interna” allo stesso movimento psicoanalitico, in quanto investiva il problema, anche pratico, se accettare o meno nelle varie Società psicoanalitiche la candidatura di analisti non medici.

Come racconta Jones, si delineò all’interno dell’Associazione psicoanalitica internazionale una scissione piuttosto grave tra il gruppo dei nordamericani (fortemente contrari all’ammissione dei non medici) e quello europeo più vicino alle tesi di Freud.

Freud stesso fu molto turbato da quella che riteneva, come scrisse a Ferenczi il 27 aprile 1929:

‹‹l’ultima maschera assunta dalla resistenza alla psicoanalisi, e la più pericolosa di tutte.››

In definitiva, lo scisma si tradusse con una sorta di soluzione radicale, per cui le varie Società nazionali adottarono criteri differenti, tutt’ora in auge.

In questa accesa diatriba politica, istituzionale e giuridica, la posizione di Freud sembra piuttosto chiara:

‹‹I medici non hanno alcun diritto storico al monopolio dell’analisi; essi, piuttosto, fino a poco tempo fa si son sforzati con ogni mezzo , dalla più banale ironia alle più gravi calunnie, di nuocerle. […] Per la legge “ciarlatano” è colui che tratta ammalati senza essere in possesso di un diploma statale che lo abiliti all’esercizio della medicina. Io preferisco una definizione diversa: ciarlatano è colui che intraprende un trattamento senza possedere le conoscenze e le capacità necessarie. In base a questa definizione, non esito a sostenere che i medici, e questo non solo in Europa, forniscano alla psicoanalisi un contingente considerevole di ciarlatani. Essi esercitano assai spesso l’analisi senza verla appresa e senza capirci nulla.›› (Freud, S., Il problema dell’analisi condotta da non medici, 1926)

Con questa arringa, Freud prende una personale rivincita nei confronti delle Istituzioni mediche della sua epoca (con le quali ebbe un rapporto proverbialmente conflittuale) e, alludendo alle Società psicoanalitiche nordamericane, in toni sarcastici (che in base ad una tipica interpretazione psicoanalitica esprimerebbero in forma “sublimata” le pulsioni distruttive legate a rabbia ed aggressività eterodiretta) critica anche le scelte dei suoi colleghi analisti statunitensi:

‹‹Il problema dell’analisi condotta da non medici non può infatti essere risolto soltanto in base a considerazioni pratiche, né la situazione locale americana può essere la sola a determinare la nostra decisione. La risoluzione dei nostri colleghi americani contro l’analisi condotta da non medici, presa essenzialmente in base a motivi pratici, mi sembra davvero poco pratica, giacchè è incapace di modificare uno solo degli elementi fondamentali della situazione. Il suo valore è più o meno quello di un tentativo di rimozione.›› (Ibidem.)

La questione degli analisti non medici si sposta anche su un piano prettamente formativo:

‹‹Il medico nel corso dei suoi studi ha acquistato una preparazione che è circa l’opposto di quella preparazione di cui avrebbe bisogno per l’analisi. La sua attenzione è stata attratta sopra i fatti obiettivi dimostrabili, anatomici, fisici, chimici […] E il problema della vita è ricondotto a questo punto di vista; […] Per il lato psichico del fenomeno vitale non viene risvegliato alcun interesse. […] la preparazione scolastica del medico non serve a nulla per una valutazione e un trattamento della nevrosi, assolutamente a nulla. […] Pazienza se l’insegnamento medico si limitasse a non fornire ai medici alcun orientamento nel campo delle nevrosi; ma esso fa di più: fornisce punti di vista falsi e dannosi.›› (Ibidem.)

Come se non bastasse, la presa di posizione è costantemente rinforzata:

‹‹I medici, nei quali non è stato risvegliato alcun interesse per gli elementi psichici della vita, sono indotti a disprezzarli e a riderne come di cose non scientifiche. Per questo non possono prendere sul serio nulla di quanto si riferisce a quegli elementi […] ignoranti come sono, non hanno alcun rispetto per l’indagine psicologica […] quanto meno capiscono tanto più sono intraprendenti.›› (Ibidem.)

 La chiarezza di questo passaggio rende superfluo ogni commento.

Al di là dell’interessante diatriba politica (locale, nazionale ed internazionale) che investì la psicoanalisi in qualità di movimento culturale e scientifico in continua espansione, sembra utile riferirsi al modo attraverso cui Freud descriveva la sua cerchia di collaboratori, discepoli e psicoanalisti in formazione.

Un quadro piuttosto esauriente emerge in un saggio del 1914, Per la storia del movimento psicoanalitico:

‹‹Dall’anno 1902 una schiera di giovani medici mi si fece attorno con l’esplicita intenzione di imparare, esercitare e diffondere la psicoanalisi. A ciò li aveva indotti un collega [Wilhelm Stekel], che aveva sperimentato su sé stesso i benefici effetti della terapia analitica. In serate determinate ci si riuniva nella mia abitazione, si discuteva secondo certe regole, si cercava di orientarsi in questo campo di indagine sconcertante per le sue novità, e di conquistare ad esso l’interesse di altre persone. […] La piccola cerchia non tardò ad allagarsi mutando ripetutamente, negli anni successivi, la propria composizione.›› (Freud, S., Per la storia del movimento psicoanalitico, 1914)

‹‹Nelle riunioni dei gruppi locali di cui l’associazione internazionale era composta, si doveva il modo di esercitare la psicoanalisi e fornire l’addestramento a quei medici sulla cui attività fosse possibile dare una sorta di garanzia. Mi pareva inoltre auspicabile che i seguaci della psicoanalisi si incontrassero per mantenere rapporti amichevoli e aiutarsi a vicenda. […] Tutto questo e nient’altro io volevo ottenere con la fondazione dell’ “Associazione psicoanalitica internazionale”.›› (Ibidem.)

Freud, dunque, si riconosce come leader di un gruppo di professionisti (una “cerchia”) che appare omogeneo rispetto ad una esplicita domanda di formazione e specializzazione; dimostra di intuirne le dinamiche di socializzazione, interdipendenza e rispecchiamento empatico necessarie alla elaborazione di un campo gruppale condiviso.

Ma cosa accadde a quel gruppo?

Freud ammette che:

‹‹Di cattivo auspicio erano solo due circostanze, che finirono per estraniarmi intimamente da quella cerchia. Non riuscii a stabilire quell’amichevole accordo che dovrebbe regnare tra uomini che svolgono il medesimo difficile lavoro, né a soffocare le dispute di priorità, cui il lavoro comune forniva numerose occasioni. Le difficoltà connesse all’insegnamento della pratica psicoanalitica, notevolissime in effetti ed alle quali sono imputabili molti dei dissidi odierni, erano peraltro già presenti in quella privata Società psicoanalitica di Vienna. ›› (Ibidem.)

Il “cerchio” si ruppe con relativa facilità.

La posizione interpretativa di Freud restò in linea con le potenzialità applicative del suo modello psicoanalitico:

‹‹L’autonomia e la precoce indipendenza dal maestro danno sempre una soddisfazione psicologica a chi svolge un lavoro intellettuale; ma da un punto di vista scientifico si trae una vantaggio da questi atteggiamenti solo se in questi ricercatori si realizzano alcune condizioni personali che non sono molto frequenti. ›› (Ibidem.)

In molti scritti seguenti sono indicati i “colpevoli” dello “scissionismo interno” (Jung, Reik, Adler, Abraham, ecc.); spesso, l’interpretazione delle dinamiche interne al gruppo dei pionieri della psicoanalisi è data ad personam (malgrado il primo gruppo di psicocanalisti in formazione fosse naturalmente “iperselezionato”!) e, chiaramente, manca dei presupposti che caratterizzano il modello teorico e tecnico proprio alla gruppanalisi.

Spostando il vertice interpretativo dal singolo (unipersonale) al gruppo (multipersonale), questo modello può aiutare a comprendere le possibili cause per cui l’Associazione psicoanalitica presieduta da Freud si “scollò” in modo sorprendente e, forse, evitabile.

Il problema non fu quello di “sovradeterminare” (come nel modello bioniano) o “sottodeterminare” (come nel modello di psicoanalisi in gruppo proposto da Slavson) la forza delle dinamiche di gruppo: tutti i membri delle prime Associazioni psicoanalitiche si dimostrarono completamente “miopi “di fronte alla pressione delle esigenze collettive e “transpersonali” “non manifeste”.

Un primo livello d’analisi porta ad evidenziare come la speranza di istituire un gruppo di lavoro si perse in un clima collettivo di scarsa empatia e forte “personalismo” (responsabilità di cui Freud, con ogni probabilità, non era esente).

Un secondo, più interpretativo, lascia ipotizzare che il “gruppo di Freud” viaggiasse difensivamente sulle fantasie proprie agli assunti di base (dipendenza, attacco/fuga, accoppiamento) come indicati dalla teoresi bioniana.

Probabilmente, i sottogruppi creatisi all’interno del movimento psicoanalitico ne agevolarono lo sviluppo extraterritoriale e ne favorirono l’evoluzione teorica; tuttavia, il prezzo in termini emotivi fu, come riconosciuto da tutti i protagonisti, molto alto e ben lontano da quei gentlemen’s agreements di cui la storia della psicoanalisi è ed è stata foriera.

Freud dimostrò l’enorme capacità intuitiva di anticipare la dimensione affettiva che domina una condizione gruppale (“quell’amichevole accordo che dovrebbe regnare tra uomini che svolgono il medesimo difficile lavoro” e “mi pareva inoltre auspicabile che i seguaci della psicoanalisi si incontrassero per mantenere rapporti amichevoli e aiutarsi a vicenda”) in cui vi sia la tendenza verso una dimensione di lavoro comune, ma i dogmi della sua “psicologia unipersonale” gli impedivano di svolgere in modo tecnicamente adeguato il ruolo di conduttore (ancor prima che di analista) del suo gruppo di formazione.

Da questo indiretto ed involontario insegnamento, emerge il senso dell’importanza delle dinamiche gruppali nel “progetto” formativo che porta all’apprendimento della psicoterapia e che ne caratterizza la dimensione processuale.

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