Il gruppo di formazione in psicoterapia

 

19.sergey tyukanov“Ci sono due tipi di conoscenza: conosciamo una cosa per esperienza diretta, o sappiamo dove trovare informazioni a proposito.” 

(Samuel Johnson, da J.Boswell, Vita di Samuel Johnson)

“E’ importante non solo l’idea dello “sviluppo” al posto di quella di “essere dotati per istinto”, ma anche la coscienza del valore di un approccio razionale o scientifico al problema. Così pure, come corollario indispensabile all’idea dello sviluppo, il gruppo (o il singolo) accetta la validità dell’apprendimento dall’esperienza.”

(Wilfred Bion, Apprendere dall’esperienza, 1962)

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Qual è la “valenza” dei fattori gruppali che caratterizzano la formazione in psicoterapia? E’ pienamente esplicativo considerare il gruppo di formazione sulla base del classico modello lewiniano (T-Group), oppure è necessario far si che su questa valida prospettiva converga un’impostazione psicodinamica “più profonda”, che, ad esempio, faccia riferimento alla tradizione specificamente bioniana? E’ lecito ritenere che la relazione empatica nei gruppi di formazione possa essere considerata una “estensione multipersonale” dell’ “alleanza terapeutica”?

Il primo problema può essere investigato facendo riferimento ai “fattori terapeutici” del gruppo, consapevoli di adottare un modello interpretativo che considera la “terapeuticità” nel senso più ampio del termine, cioè quello di “cambiamento positivo” verso modelli esperienziali più adattativi e più utili per lo sviluppo delle capacità – consce ed inconsce – di problem solving.

La letteratura di riferimento ai modelli gruppoanalitici è densa di teorie ed ipotesi cliniche volte ad individuare e sistematizzare tutti i possibili fattori terapeutici del setting gruppale.

In tal senso, meglio di altri, Irving D.Yalom ne fornisce una limpida ed esauriente sintesi (Yalom, I.D., Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo, Boringhieri, Torino, 1997):

  • Infusione della speranza;
  • Universalità;
  • Informazione;
  • Altruismo;
  • Ricapitolazione correttiva del gruppo primario;
  • Sviluppo di tecniche di socializzazione;
  • Comportamento imitativo;
  • Apprendimento interpersonale;
  • Coesione ed identità di gruppo;
  • Catarsi;
  • Fattori esistenziali.

Senza addentrarsi nello specifico di ogni fattore terapeutico sistematizzato da Yalom, le dinamiche di un gruppo di formazione possono essere facilmente identificabili con molti degli elementi sopra indicati.

In particolar modo, la partecipazione ai role playing, la discussione dei casi clinici in gruppo, e la supervisione diventano momenti in cui è difficile non riscontrare fattori quali: Sviluppo di tecniche di socializzazione, Apprendimento interpersonale, Coesione ed identità di gruppo, Catarsi (in qualità di espressione delle emozioni represse), Fattori esistenziali (nel senso di acquisizione di maggior consapevolezza di quegli aspetti fondamentali della nostra vita, quali responsabilità, solitudine, senso di esistenza, elaborazione del lutto, che ognuno, prima o poi è costretto ad affrontare).

Da questi presupposti, è utile tener presente che il gioco relazionale in cui si alternano le valenze individuali e le fantasie transpersonali e collettive prende forma all’interno di un campo esperienziale.

Il concetto di campo risale alla tradizione lewiniana che indica la fenomenologia di uno spazio vitale dato dalla formula C = f (P,A)

Nel modello proposto da Lewin, il comportamento (C) è funzione (f) del campo totale, ovvero dello spazio di vita (SpV) costituito dalla totalità di tutti gli eventi psichici che potrebbero avere un effetto diretto sul comportamento stesso.

Lo spazio di vita si presenta con caratteristiche strettamente psicologiche ed è determinato dall’interazione di due fattori fondamentali: l’ambiente psicologico (A) costituito dalle persone, dagli oggetti e dagli eventi con cui un individuo interagisce, in un determinato momento della sua vita, e la persona (P) definita a sua volta da “sottoregioni”, tra le quali le due principali sono la regione percettivo/motoria (relativa appunto ai processi percettivi e motori dell’individuo ) e la regione interna/personale (relativa ai processi dinamici e cognitivi).

Questo tipo di formulazione ha valore tanto per lo studio delle dinamiche individuali quanto per quelle collettive:

‹‹si può parlare del campo entro il quale esistono un gruppo o un’istituzione, attribuendo a ciò esattamente lo stesso significato di quando si parla di spazio di vita del soggetto nella psicologia individuale. Lo spazio di vita di un gruppo, pertanto, è costituito dal gruppo e dal suo ambiente così come questo esiste per il gruppo›› (Cartwright, 1951).

Per definire strutturalmente lo spazio di vita di un gruppo è necessario in primo luogo analizzarne i fattori dinamici che lo costituiscono, ovvero l’insieme degli elementi che rientrano a farne parte; in secondo luogo, stabilire il tipo di relazione che esiste tra questi elementi, al fine di valutare l’organizzazione interna del campo e la sua “profondità” temporale.

Con il principio dell’esistenza Lewin intese dare una precisa collocazione spaziale agli elementi che rientrano o meno nel campo psicologico.

Considerare gli elementi collettivi nei termini di esistenza consente metodologicamente di isolare e definire tutti quei fattori che devono essere presi in considerazione per avanzare previsioni, il più possibile valide, sulla dinamica dei gruppi.

Tale impostazione muove da una prospettiva fenomenologica nella misura in cui fa rientrare nello spazio di vita solo quei fattori che, in un momento dato, esistono “esperienzialmente” per il soggetto e, pertanto, ne influenzano direttamente, in modo più o meno cosciente, il vissuto.

In generale, per quanto riguarda il campo esistenziale di un individuo, possono essere inclusi nello spazio di vita (P,A): i bisogni, le motivazioni, i fini, le mete, gli umori, gli ideali, l’intelligenza, la personalità, la struttura cognitiva.

Nel campo relativo ad un gruppo entrano invece a far parte gli aspetti “transpersonali”: atmosfera, organizzazione, differenziazione, rigidità, fluidità.

Il tipo di rapporto tra gli elementi del gruppo costituisce la base della definizione di campo come “totalità dinamica”, usata sin dall’epoca de Le Forme Fisiche (1920) di Kohler.

Il campo è infatti concepito come un sistema di forze, che caratterizzano una complessa struttura dinamica, definita dall’interdipendenza tra gli elementi che la compongono.

Le relazioni di interdipendenza determinano il mutamento del campo, così come il suo stato di equilibrio, e coinvolgono sempre e necessariamente l’intero sistema dinamico e mai solo una parte di esso (così come il cambiamento dello stato di una parte del campo modifica quello di tutte le altre e quindi dell’intero sistema).

In altri termini, l’interdipendenza e la qualità dei rapporti interpersonali spiegano l’effetto e la relazione parte/tutto che caratterizza le totalità dinamiche.

Da tali considerazioni emerge come il gruppo:

‹‹è qualcosa di più, o meglio dire, qualcosa di diverso dalla somma dei suoi membri: ha una struttura propria, fini peculiari, e relazioni particolari con altri gruppi. Quel che ne costituisce l’essenza non è la somiglianza o la dissomiglianza riscontrabile tra i suoi membri bensì la loro interdipendenza. Esso può definirsi come una totalità dinamica. Ciò significa che un cambiamento di una sua parte o frazione qualsiasi interessa lo stato di tutte le altre. Il grado di interdipendenza tra le frazioni del gruppo varia da una massa indefinita ad una entità compatta. Dipende, tra gli altri fattori, dall’ampiezza, dall’organizzazione e dalla coesione del gruppo.›› (Lewin, 1951)

La dimensione temporale del gruppo è definita in base al concetto di contemporaneità, che applicato alla teoria del campo determina una situazione dinamica in cui lo spazio di vita perdura nel tempo, viene modificato dagli eventi ed è il prodotto di un “fluire” storico.

In ogni momento, le relazioni interpersonali sono influenzate dalla configurazione attuale del campo:

‹‹una delle asserzioni fondamentali della teoria psicologica di campo è la seguente: qualsiasi comportamento o qualsiasi altro mutamento entro un campo psicologico dipende soltanto dalla particolare configurazione del campo psicologico a quel dato momento.›› (Ibidem).

Questo principio è stato spesso mal interpretato come una negazione dell’influenza delle esperienze passate sul comportamento presente e, di conseguenza, in aperta contrapposizione con gli assunti fondamentali della teoria psicodinamica (in cui il processo evolutivo, e quindi la dimensione diacronica, sono considerati centrali nello studio della personalità).

In realtà, il problema della contemporaneità si riferisce al presupposto che nel campo non può essere compreso qualsiasi fenomeno passato o futuro, ma solo le prospettive che il soggetto ha del passato, del presente e del futuro, e che, pertanto, hanno un incidenza sul suo comportamento presente nella dinamica collettiva.

A partire da un tale vettore interpretativo, il campo psicologico esistente ad un momento dato tende a contenere i punti di vista da cui l’individuo guarda al suo futuro e al suo passato.

Di conseguenza, l’individuo ha il senso non soltanto della sua situazione presente, ma ha anche delle aspettative, dei desideri, dei timori che gli sono propri.

Al fine di un’analisi esplicativa delle dinamiche umane (individuali e gruppali), Lewin sottolineava quanto sia importante capire che il passato e il futuro psicologico sono parti simultanee del campo psicologico esistente ad un dato momento t.

Se quindi la prospettiva temporale muta continuamente, in base alla teoria del campo psicologico:

‹‹qualsiasi tipo di comportamento dipende dal campo totale, compresa la prospettiva temporale del momento, ma non anche da qualsiasi altro campo passato o futuro.›› (Ibidem)

Anche in questo caso, Lewin preferiva utilizzare strumenti matematici al fine di chiarire il significato del concetto di contemporaneità.

L’equazione Ct = f <St esplicava in modo abbastanza chiaro che il comportamento C, inteso come qualsiasi mutamento nel campo psicologico nel momento t, è una funzione della situazione totale S esclusivamente nel momento t, e non anche una funzione della situazione passate S t-n o future S t+n.

A partire da queste considerazioni, si arriva alla conclusione che la struttura di un campo psicologico è determinata non tanto dall’insieme degli elementi o delle parti che la compongono, quanto piuttosto dagli specifici rapporti che intercorrono fra di essi, e che variano continuamente nel tempo.

Come risultante, il campo di un gruppo, ad esempio, ha una struttura che non è osservabile a partire dalla descrizione dei suoi membri, dei loro fini, della loro stabilità e della loro personale organizzazione.

La struttura del campo di un gruppo si basa essenzialmente sui diversi tipi di interdipendenza, ovvero di relazioni affettive e di interazioni lavorative, esistenti tra i membri o tra i sottogruppi, e tra questi e l’ambiente psicologico rilevante.

In una tale prospettiva, i fatti, gli eventi e i fenomeni che si verificano in un gruppo devono essere concepiti come funzioni di una particolare dinamica presente nel campo, a sua volta correlata con la particolare struttura del campo stesso.

I principi e le leggi che governano tale dinamica sono considerati di fondamentale importanza in quanto stabiliscono e descrivono i rapporti tra gli elementi costruttivi in un complessivo “modello causale/condizionale” dei fenomeni psicologici.

Considerata in quest’ottica, la teoria di Lewin, spesso interpretata in termini puramente psicosociologici, converge sull’interpretazione psicodinamica e clinica del campo gruppale, dove quest’ultimo può essere esplicitato nei termini di:

Setting e contenitore degli aspetti not changing della personalità (Bleger);

Deposito o pool transpersonale (Correale);

Rete e Matrice (Foulkes);

Stato mentale (Bion).

Nel pensiero bioniano, la nozione di campo come stato mentale arricchisce la teoresi sull’oscillazione tra assunti di base e gruppo di lavoro.

In quest’ultimo assetto, il gruppo (che si è lasciato sullo sfondo quei primordiali meccanismi di funzionamento che ne caratterizzano l’arroccamento difensivo) è considerato in base ad una dinamica interpersonale finalizzata alla realizzazione di un compito specifico e, quindi, al raggiungimento degli obiettivi attraverso un processo “razionale” e “scientifico” in cui sono stabilite quelle regole procedurali (consce ed inconsce) tese ad indirizzare le varie forme di cooperazione.

Poiché la “razionalità” gruppale è costantemente “giocata” su un terreno inconscio e sincretico (gli assunti base), il contesto formativo in psicoterapia diventa il luogo privilegiato di uno spazio anzi entro la cui dimensione è possibile recuperare, metabolizzare ed integrare il senso e le potenzialità delle fantasie istituzionali, “automatiche” e collusive che caratterizzano la stessa domanda di formazione:

‹‹Proponiamo di definire “il gruppo” quale luogo di relazione ove sia stata sospesa l’azione trasformativa e ove emergono le dinamiche istituzionali.›› (Carli, Paniccia, Lancia, 1988)

Il gruppo di formazione tende a strutturarsi come:

‹‹contesto relazionale ove i componenti dell’organizzazione sono riuniti al fine di interrogarsi sulle loro modalità di relazione, senza la contempo essere impegnati nei compiti trasformativi usuali e specifici della loro appartenenza organizzativa […] In ogni gruppo è sempre presente l’organizzazione o, se si vuole, “il gruppo di lavoro”. Ed è la sospensione dell’azione produttiva che definisce, al contempo, l’oggetto di lavoro del gruppo (l’analisi dell’istituzione emergente) e la funzione dei suoi membri […] Il gruppo, in altri termini, il gruppo è il luogo più adatto per sperimentare l’esperienza “anzi”, per affrontare la confusione categoriale e per poter strutturare su basi nuove la dinamica individuale di adattamento sociale, quale si invera nel contesto gruppale.›› (Ibidem)

Ma qual è il collante della dimensione gruppale? In altri termini, qual è “l’anima del gruppo di formazione?”

In tal senso, una prima riflessione porta a sottolineare come il setting gruppale tenda a promuovere le potenzialità di autorappresentazione e rispecchiamento empatico stimolate attraverso le caratteristiche peculiari dell’oggetto-Sé.

L’oggetto-Sé è una funzione interna all’individuo che si sviluppa e si mantiene attraverso il costante rapporto con un oggetto del mondo esterno che ha la capacità di alimentarla.

L’oggetto del mondo esterno che fornisce alimento alla “funzione oggetto-Sé” può essere oltre che una persona, anche un gruppo, mentre il complesso delle relazioni oggetto-Sé sono differenzialmente definite da una particolare e specifica funzione:

  1. a) Oggetto-Sé gemellare o alter-egoico (fornisce una continua presenza, non soltanto intellettuale ma anche corporea; consente un’esperienza di fiducia, presenza, certezza);
  2. b) Oggetto-Sé ideale (come funzione di ideale “positivo” che mette a disposizione del gruppo un sano sentimento narcisistico condivisibile e fruibile);
  3. c) Oggetto-Sé speculare (caratterizza il rispecchiamento e la spontaneità della partecipazione affettiva).

Nella dimensione gruppale le tre “funzioni oggetto-Sé” strutturano il rapporto tra i contenuti della comunicazione manifesta e gli elementi della costellazione affettiva che caratterizza il campo del gruppo attraverso un processo di mimèsi.

Nell’approccio filosofico di Platone, la nozione di mimèsi indica il rapporto di imitazione che intercorre tra le idee e le cose sensibili.

Come sottolinea Benjamin (Sulla funzione mimetica, 1933), se questo principio suggerisce una ripetizione passiva e gregaria (per cui l’imitazione è una copia), l’impostazione aristotelica recupera il senso positivo della funzione mimetica nel gruppo e ne sottolinea la valenza dinamica e conoscitiva per cui il rapporto stabilito dalla mimèsi è un rapporto attivo e propositivo perché rappresenta un oggetto co-costruito e reso presente (come è espresso nel concetto bioniano di trasformazione in K ed evoluzione in O).

E’difficile quindi pensare che la complessità di questo gioco dinamico possa produttivamente evolversi senza un terreno affettivo condivisibile.

Sia che la si voglia definire in termini psicosociologici (Lewin), clinici (Carli) o propriamente psicoanalitici (Bion), la relazione empatica può essere quindi considerata il minimo comune denominatore degli elementi che strutturano il campo gruppale e la forza interpersonale che “compatta” le diverse realtà psichiche.

La fenomenologia empatica conferisce quella valenza affettiva fondamentale per un vero processo di trasformazione basato sull’apprendimento e garantisce al contesto formativo una stabilità “climatica” che fonda la convivenza del rapporto “sociale” e della compartecipazione all’esperienza.

Il concetto di empatia sembra davvero il cardine esperienziale intorno a cui si costruisce il progetto di formazione e dà corpo all’ipotesi di considerarla come il “precipitato” gruppale del concetto di “alleanza terapeutica”.

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