L’Empatia

 

16 dialogo III 50x70 tecnica mista su tela, 2015

Alcune note sul concetto di empatia in psicologia clinica e in psicoterapia

Può sconcertare la disomogeneità delle molteplici definizioni o tentativi di descrizione del concetto di “empatia” presenti nel panorama della letteratura psicologica.

Con il termine “empatia”, generalmente, s’intende la capacità di risonare emotivamente con l’altro o il riprodursi di uno stato affettivo simile a quello dell’altro (G.C. Reda, 1982).

Altresì, l’empatia può essere considerata una delle maggiori capacità di un terapeuta di successo, di un facilitatore o di un membro del gruppo capace di aiutare gli altri (A.M. Freedman, 1984).

La risposta empatica è prevalentemente determinata dalla predisposizione psicologica di ogni individuo e dal suo personale e unico modo di esperire gli eventi emotivi; la persona empatica immagina come ha sperimentato egli stesso eventi simili a quelli che un altro individuo sta sperimentando e, dopo aver rilevato alcune caratteristiche sensibili del campo interpersonale (espressione del viso, gesti, tono di voce ecc.), arriva a quel senso di sentimento comune definito, appunto, “empatia” (T. Levy, 1983).

Nell’ambito dei modelli ad impostazione psicodinamica, la ricerca teorico/clinica sull’applicazione del concetto di empatia si è sviluppata a partire dagli studi di S.Freud, R.Greenson, H.Kohut e R.Schafer.

Nella letteratura freudiana il termine empatia non è mai descritto o definito in modo esplicito e univoco.

Con una connotazione differente, il concetto sembra essere espresso da Freud attraverso l’uso semantico della parola “immedesimazione”.

Come fa notare G.Nebbiosi (“La relazione empatica: dal setting duale al setting di gruppo”, in Marinelli, S., Neri, C., a cura di, Gruppi esperienziali, 2011), l’“immedesimazione”, tuttavia, viene fatta risalire ad una traduzione molto discutibile del termine tedesco “Einfühlung” (lett.: «condizione in cui due o più persone provano uno stesso sentimento»), il quale, diversamente da quello italiano, è del tutto privo dell’alone semantico che rimanda al problema dell’identità: è invece assai più vicino ad empatia (lett.: «fenomeno per cui si crea con un altro individuo una sorta di comunione affettiva»), anche per il valore concettuale che rimanda specificamente alla condivisione di affetti.

Al di la delle questioni “di termine” o semantiche, è interessante focalizzare l’attenzione sul significato attribuito da Freud al concetto di Einfühlung, agli affetti ed agli effetti ad essa connessi, a partire da un studio approfondito sulle caratteristiche e sulla funzionalità dell’umorismo.

Nell’accezione freudiana, a tal proposito:

“[…] l’effetto comico sembra quindi dipendere dalla differenza tra i due dispendi d’investimento – quello dell’immedesimazione [Einfühlung] e quello dell’Io – e non da chi è favorito da questa differenza […] Ora, se i su menzionati procedimenti di degradazione dell’“elevato” me lo fanno rappresentare come un che di familiare, alla cui presenza ideale non debbo ricompormi, anzi posso “prendermela comoda”, come si dice in gergo militare, essi mi risparmiano il maggior dispendio della solenne compostezza, e il confronto di questa maniera di rappresentarmi l’elevato, suscitata dalla immedesimazione [Einfühlung], con quella usata prima d’allora, che cerca di realizzarsi simultaneamente, crea nuovamente la differenza di dispendio che può essere scaricata col riso” (Freud, S., Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, 1905).

È tuttavia possibile fare riferimento ad un’altra accezione, nella quale si evince che:

“[…] la comicità si fonda interamente sulla “immedesimazione” [Einfühlung] e comprende le possibilità più numerose: la comicità di situazione, dell’esagerazione (caricatura) dell’imitazione, della degradazione e dello smascheramento. E’ il caso in cui l’adozione del criterio infantile si rivela più fruttuosa” (Ibidem).

A partire da queste considerazioni, ne Il motto di spirito e la sua relazione con l’Inconscio (1905), Freud sembra sostenere che, in forma efficace ed elaborata, l’ironia poggia totalmente sulla Einfühlung: in tal modo, dunque, l’ “immedesimazione” si rivela uno dei più validi strumenti di comunicazione interindividuale, come capacità a valenza relazionale che, in un certo senso, “aggira” l’Io e consente un contatto diretto con il mondo emotivo dell’altro (o degli altri).

Un successivo approfondimento, tratto da Il delirio e i sogni nella “Gradiva” di Wilhelm Jensen (1906), si dimostra ancor più significativo.

In esso, Freud contrappone la conoscenza psichiatrica a quella artistica: l’una oggettivante, l’altra coinvolgente, l’una che rende “diverso” il dolore psichico di un altro essere umano, l’altra che ce lo rende “empaticamente” vicino (Nebbiosi, ibidem).

Il concetto di Einfühlung, pertanto, tende a sottolineare la presa di posizione freudiana secondo cui, a fronte di un adeguato quadro psichiatrico, il clinico è comunque alle prese con un tipo di conoscenza oggettivante che tende ad allargare il solco tra delirio e normalità.

In chiave metapsicologica, Freud considerava l’“immedesimazione” un principio della tecnica analitica, di fondamentale importanza, dal momento che l’eventuale carenza di questo processo può condurre ad esiti terapeutici fallimentari.

Ancora più significativo è il fatto che Freud indichi, come contrapposto all’Einfühlung, un punto di vista ideologico o “moraleggiante”; secondo il principio teorico e tecnico che vede al centro della relazione clinica l’empatia, è tanto necessario un modello d’intervento psicologico-clinico che aiuti a promuovere e capire l’ “immedesimazione” con il paziente, quanto frustrante una ideologia che induca moralisticamente a giudicarlo (ibidem).

Nel 1913, in Nuovi consigli sulla tecnica psicoanalitica, sono formulati tutta una serie di importanti consigli inferenti all’Einfühlung: 1) non ci si dovrebbe precipitare a interpretare in ogni momento tutto quello che si vede; 2) si dovrebbe evitare di umiliare l’analizzando rispondendo in maniera non analitica a manifestazioni di transfert, cioè con la predica, l’acquiescenza, il rifiuto; 3) non si dovrebbero formulare soluzioni prima che il paziente non vi si trovi vicino da dover fare un breve passo per impadronirsene; 4) è importante non sopravvalutare la capacità di sublimazione dell’analizzando; 5) fin dai primi momenti del rapporto bisogna mostrare un atteggiamento cordiale di comprensione e di interessamento; 6) è essenziale mantenere una certa flessibilità riguardo al processo analitico che l’analizzando imboccherà e anche riguardo al livello a cui egli funzionerà; 7) ciò che conta è la consapevolezza incrollabile di dover essenzialmente supervisionare e facilitare con l’empatia l’ulteriore sviluppo dell’analizzando attraverso l’analisi.

E’ del resto evidente come e quanto Freud insistesse sul principio di “neutralità” dell’analista. Tuttavia, non sembra contraddittorio sostenere che Freud intese proporre un atteggiamento in un certo senso “empatico” e allo stesso tempo “neutrale”, soprattutto nel credere che questa posizione si ponga come un rigoroso paradosso attraverso il quale può finalmente esprimersi la paradossale realtà dell’Inconscio e delle sue poliedriche espressioni, più o meno “mascherate”.

Il senso e la verità del paradosso si rivelano nella comprensione corretta del termine “neutrale”. In esso va riconosciuto il pathos della distanza, un atteggiamento cioè che non contrappone ma anzi unifica il confine professionale alla passione, considerandoli elementi indispensabili del conoscere” (Nebbiosi, Ibidem).

Attraverso una lettura “allargata”, dunque, nell’impostazione freudiana emerge un modello di presa in carico del paziente fondato su ciò che alcuni modelli teorici considerano come il principio dell’“alleanza terapeutica”:

“Quando dobbiamo iniziare le comunicazioni all’analizzato? Quando è il momento di svelargli il significato recondito delle sue idee improvvise, di introdurlo ai presupposti e alle procedure tecniche dell’analisi? La risposta non può essere che una sola: non prima che si sia instaurata nel paziente un’efficace traslazione, un vero e proprio rapporto con il medico. La prima meta del trattamento rimane quella di legare il paziente alla cura e alla persona del medico. A questo scopo non occorre far altro che lasciargli tempo [….] Naturalmente ci si può giocare questo primo successo se dall’inizio si adotta un punto di vista che non sia quello dell’immedesimazione [Einfühlung], per esempio un punto di vista moraleggiante, oppure se ci si atteggia a rappresentante o mandatario di una parte, per esempio dell’altro membro della coppia coniugale e simili” (Freud, S., Tecnica della psicoanalisi, 1911–1912).

Nella letteratura freudiana possono essere rilevate alcune citazioni che risultano preziose al fine di un approfondimento dell’Einfühlung anche nella situazione gruppale.

Freud sottolinea come, al di là dei risultati ottenuti dallo studio dell’identificazione nella psicologia collettiva, possano ipotizzarsi processi più profondi e complessi, di primaria importanza per la comprensione interpersonale.

Questi processi, quindi, possono essere concettualmente riferiti all’Einfühlung.

E’ opportuno riflettere sul fatto che Freud aveva appena scoperto che i legami affettivi (libidici) fra i membri del gruppo sono fondamentalmente dovuti alla condivisione di uno stesso “catalizzatore intrapsichico” che porterà alla teorizzazione dell’Ideale dell’Io:

“Siamo già in grado di intuire che il legame reciproco tra gli individui componenti la massa ha la natura di quest’ultima identificazione dovuta ad un’ importante comunanza affettiva; e possiamo supporre che questa comunanza sia data dal tipo di legame che si stabilisce con il capo. Ma intuiamo anche un’altra cosa: che siamo lungi dall’aver trattato esaurientemente il problema dell’identificazione e che ci troviamo in presenza del processo che la psicologia chiama “immedesimazione” [Einfühlung], e che più di ogni altro ci permette di intendere l’Io estraneo di altre persone […] Dall’identificazione parte la strada che, passando per l’imitazione, giunge all’immedesimazione [Einfühlung] ossia all’ intendimento del meccanismo mediante il quale ci è comunque possibile prender posizione nei confronti di un’altra vita psichica” (Freud, S., Psicologia delle masse ed analisi dell’Io, 1921).

Nel leggere le indicazioni freudiane, come fa brillantemente notare Nebbiosi (2011), le conclusioni più rilevanti a cui si può giungere sono che:

  • L’Einfühlung è il processo psichico che promuove più efficacemente la comunicazione tra gli individui, quantomeno nell’umorismo, nell’arte e nelle masse, ed è indispensabile per l’instaurarsi del rapporto analitico.
  • E’ opportuno non proporre interpretazioni, affrontare cioè la conoscenza, da parte del paziente, delle sue dinamiche inconsce, prima che egli abbia sviluppato un rapporto di fiducia, e poi di traslazione, con l’analista: cioè prima che il paziente senta che, quale che sia nel bene e nel male il suo mondo interno, l’analista ne riconoscerà con empatia il diritto all’esistenza restando per un certo periodo di tempo (talvolta anche lungo) in una posizione di “immedesimazione” che è propedeutica a quella ermeneutica.
  • Più in generale, accanto all’atteggiamento neutrale, Freud colloca un atteggiamento empatico verso il paziente. Roy Schafer ha notato come negli scritti sulla tecnica (1911–1914) Freud proponga una disposizione cordiale di comprensione e di interessamento e “[…] una certa flessibilità riguardo al percorso analitico che l’analizzando imboccherà ed anche riguardo al livello a cui egli funzionerà nei diversi momenti” (Freud, S., Tecnica della psicoanalisi, 1911–1912).
  • Freud elabora e consiglia un punto d’equilibrio fra empatia e neutralità (pathos della distanza): quest’ultima dovrebbe mettere al riparo la coppia analitica dalla collusione, dalla condiscendenza, dall’eccitamento e dalla seduttività, mentre la prima propone con forza la responsabilità dell’analista di capire e condividere, per poi promuovere l’attività interpretativa e la trasformazione nel processo analitico.

Evoluzione del concetto di empatia in psicologia clinica e in psicoterapia

Nell’ambito psicologico-clinico il significato e il concetto di empatia si sono sviluppati attraverso differenti impostazioni teoriche e metapsicologiche.

Storicamente, da fenomeno circoscritto, ambivalente, inframezzato, temporaneamente limitato alla fase iniziale della comprensione emotiva e sottodeterminato rispetto alla fase di spiegazione interpretativa e razionale, l’“empatia” si allargò a tutto il processo psicoterapeutico, divenne un concetto operativo cardine per il trattamento psicologico-clinico e anche le indagini psicologiche iniziarono ad abbracciare questo termine non tanto come funzione teorica quanto come tecnica e processo.

In particolar modo, rispetto allo studio specifico dell’empatia, si può fare riferimento alla “conoscenza emotiva” di R.Greenson, all’“introspezione vicariante” di H.Kohut e all’“empatia generativa” di R.Schafer.

L’empatia nell’accezione teorica di R.Greenson

Per sgombrare il campo da eventuali fraintendimenti metateorici, Greenson (1960) pose le origini dell’empatia nel contatto non verbale, di pelle, di intonazione della voce tra madre e bambino durante le prime fasi dello sviluppo e distinse l’empatia dalla simpatia, dall’imitazione, dall’identificazione, considerandola come capacità di sperimentare e condividere i sentimenti di un’altra persona allo scopo di raggiungere la comprensione del paziente.

In questo modello teorico, l’empatia comporta un certo grado di scissione dell’Io del terapeuta e uno spostamento da una posizione di osservatore verso una posizione di soggetto partecipe, all’interno di un “movimento” che, bidirezionalmente, avviene in un senso e nell’altro più volte.

Greenson intese enumerare una sequenza di eventi che sono insiti nella funzione empatica e nel processo empatico e che si possono osservare solo retrospettivamente a causa della rapidità e, a volte, della contemporaneità degli accadimenti: il terapeuta passa da una posizione di osservatore esterno ad una posizione di osservatore “dal di dentro”, sintonizzandosi con il “modello operativo” del paziente, emergente e ri-costruito nel corso della relazione terapeutica.

Tutto ciò che riguarda la persona del terapeuta viene messo in secondo piano, tranne le esperienze e le reazioni simili a quelle del paziente che rimangono in prossimità del suo modello operativo e che servono a dare corpo ad esso.

Attraverso questa serie di movimenti empatici, si verifica un’esperienza di contatto emotivo e le comunicazioni del paziente suscitano nel terapeuta quella piacevole sensazione di comprendere qualcosa che fino a un attimo prima era oscuro (esperienza di «Ah!»).

L’esperienza emotiva che caratterizza la relazione empatica risveglia l’“Io analizzante” che era rimasto relativamente isolato e che, entrato in primo piano, tenta di appurare il significato degli avvenimenti all’interno del modello relazionale emergente.

Da un altro punto di vista, l’“Io analizzante” soppesa l’opportunità di fare delle comunicazioni al paziente, realizzando un nuovo passaggio da ruolo di osservatore a quello di partecipante; le reazioni a livello del modello operativo determineranno il dosaggio, la tempestività e il tatto degli interventi. L’insieme dinamico di questo processo preconscio non avviene in sequenza lineare ma attraverso continue oscillazioni e simultaneità che garantiscono sempre una fuga adattativa dal rischio di situazioni terapeutiche “cristallizzate”, in cui il paziente può cronicamente sviluppare sentimenti di dipendenza verso il terapeuta.

Kohut e lo studio sistematico dell’empatia

Nella teoresi di H. Kohut (1984) l’empatia viene considerata come “l’operazione che definisce il campo della psicoanalisi” e, parallelamente, come una necessità clinica senza il cui impiego non è possibile alcuna psicologia degli stati profondi, in quanto la patologia del Sé è il risultato di fallimenti empatici all’interno dei differenti campi relazionali a cui partecipa l’individuo nel corso dell’età evolutiva.

La terapia basata sull’empatia tende alla promozione dell’“introspezione vicariante”, intesa da Kohut “come il tentativo di sperimentare, da parte di una persona, la vita interiore di un’altra, pur conservando nello stesso tempo la posizione di osservatore imparziale.”

La centralità del concetto di “empatia” nell’opera di Kohut è evidentemente esclusiva e fondamentale.

Nella consapevolezza che tentarne in questa sede una trattazione esauriente sarebbe impossibile, è forse utile limitarsi a enucleare, dal corpo del suo pensiero, alcuni tratti essenziali ai fini della ricerca sul valore teorico e clinico dell’empatia.

Ritornando all’analisi critica di Nebbiosi (2011), fin dai suoi primi lavori Kohut ha molto insistito nel sovradeterminare una precisa analogia esplicativa: da una parte i cinque sensi come strumenti per la conoscenza del mondo esterno, dall’altra l’introspezione e l’empatia (“introspezione vicariante”) come strumenti per la conoscenza del mondo interno.

Le ultime e più esaurienti formulazioni kohutiane risalgono al saggio “Il ruolo dell’empatia nella guarigione psicoanalitica” (1984) pubblicato postumo, attraverso cui è possibile evidenziare come:

“L’empatia è l’operazione che definisce il campo della psicoanalisi. Senza l’impiego dell’empatia, non è possibile alcuna psicologia degli stati psichici complessi. Essa è uno strumento neutrale di osservazione che: 1) può portare a risultati corretti o non corretti; 2) può essere usata con intenti di compassione, ostilità o imparzialità-neutralità; 3) può essere usata rapidamente e in modo inconsapevole oppure lentamente e deliberatamente con attenzione cosciente e concentrata.”

In secondo luogo, Kohut amplifica esemplarmente la funzione dell’empatia nella psicoanalisi:

“Non ci passerebbe per il capo di tacciare di derealtà un pittore che, usando la prospettiva, disegnasse uomini, case ed animali (che di per sé hanno dimensioni costanti) più grandi o più piccoli a seconda della loro distanza dall’osservatore; ma, semplicemente, diremmo che il pittore ha trovato, attraverso le variazioni di dimensione, un modo di rappresentare lo spazio. In modo analogo non tacceremmo di derealtà un paziente che desse un’enorme importanza, per esempio, alle piccole variazioni di orario della seduta: diremmo che il paziente ha trovato un modo di rappresentare gli affetti transferali” (Ibidem).

Il terzo elemento sottolinea e definisce:

“[…] lo spostarsi continuamente ripetuto dell’analista da una posizione di comprensione ad una di spiegazione […] Nella fase di comprensione, l’analista verbalizza al paziente di aver capito ciò che il paziente prova: egli cioè descrive al paziente lo stato interiore di lui, permettendogli di rendersi conto di essere “compreso”, vale a dire che un’altra persona è stata capace di provare, almeno approssimativamente, ciò che egli stesso ha provato […] In alcune analisi, l’analista non deve limitarsi alla fase di comprensione nemmeno all’inizio del trattamento: piuttosto, può impiegare fin da principio la sequenza comprensione-spiegazione […] Ma durante particolari fasi di molte analisi, soprattutto nelle analisi di alcuni pazienti gravemente traumatizzati, lo stadio della comprensione deve restare l’unico per un periodo molto lungo del trattamento. Verso la fine però, l’intera sequenza in due stadi può essere impiegata sempre di più senza rischio di traumi per l’analizzando, anche nel caso di analizzandi che all’inizio dell’analisi erano traumatizzati da qualunque azione dell’analista che andasse oltre la semplice comunicazione della sua comprensione” (Ibidem).

Nel seguire il puntuale excursus interpretativo di Nebbiosi (2011), questa lunga citazione merita alcune importanti considerazioni:

  • Dire che l’empatia è l’operazione che definisce il campo della psicoanalisi vuol dire collegarsi a quella parte del pensiero freudiano che considera la Einfühlung un tratto essenziale dell’atteggiamento analitico.
  • E’ necessario mettere l’accento su un particolare tipo di relazione. La relazione analitica, connotata di empatia è, a vederla da vicino, centrata su tre vertici: il paziente, il suo mondo interno, l’analista. Quest’ultimo è considerato in continuo dialogo col proprio mondo interno attraverso l’introspezione: il suo compito è anche quello di operare una “introspezione vicariante” tra il paziente e il suo [del paziente] mondo interno.
  • Garantire nella relazione analitica un dialogo intenso e fluido tra questi tre vertici è compito essenziale nell’approccio kohutiano. Soprattutto è importante e prioritario che il paziente avverta questa attenzione continua calda e rispettosa da parte dell’analista verso il suo mondo interno, in quanto egli [il paziente] è spesso sofferente proprio perchè ciò gli è stato negato nelle sue esperienze primitive (infantili). Questa posizione ha come corollario epistemologico una valorizzazione del “progetto esistenziale” rispetto alla conoscenza. Ciò non vuol dire che la conoscenza sia svalutata, vuol dire semplicemente che essa non è considerata l’unico valore (o il valore dominante) nell’esperienza analitica: alla formula “conoscere è esistere” (che pervade così diffusamente la cultura occidentale da Platone in poi) Kohut sostituisce “bisogna poter esistere per poter conoscere”.
  • Lo stesso atto interpretativo è visto, alla luce della relazione empatica, in modo nuovo. (o forse non del tutto, visto che un grande merito di Kohut è quello di avere rese esplicite e ben articolate a livello teorico prassi e consuetudini cliniche importantissime, ma “erratiche”, le quali non trovavano poi un modello che potesse dar conto di esse). L’interpretazione non è vista come tensione allo scioglimento di resistenze, ma come svelamento empatico delle strategie usate dal mondo interno del paziente per potere continuare ad esistere, salvare le potenzialità del suo Sé, o come dice Kohut stesso: «realizzare quindi il programma nucleare del su Sé».
  • Questo ed altri modelli analitici mettono in crisi il modello pulsionale della mente.

Il contributo di Roy Schafer e la formulazione del concetto di attività empatica

Focalizzando l’attenzione sul concetto di empatia, Roy Schafer (1983) ebbe il merito di elaborare un nuovo approccio teorico, tecnico e metapsicologico su cui basare l’intervento clinico.

La sua accezione critica rispetto al modello freudiano, muoveva da una profonda critica allo “strutturalismo” della metapsicologia psicoanalitica classica, considerato troppo rigido, artificioso ed antropomorfico nell’introdurre e sovradeterminare rappresentazioni di ordine superiore (Es, Io, Super Io) che diventano le strutture agenti degli eventi psichici e, quindi, dei dati psicoanalitici e clinici.

Schafer, di contro, indicava come soluzione alternativa quella di fornire un modo sistematico (e quindi teorico) di formulare i dati psicoanalitici (clinici) come azioni (Nebbiosi, 2011).

Promuovendo così un preciso “linguaggio dell’azione”, la psicoterapia avrebbe potuto acquisire due tipi di vantaggi, relativi al mantenersi coerente rispetto: 1) alla clinica e 2) alla teoria del raffinato linguaggio proprio alla metapsicologia classica (o, nello specifico, “linguaggio della struttura”):

“Questo progetto di sistemazione implica l’abbandono dell’abituale bagaglio di sostantivi e relativi aggettivi e l’impiego invece, nel linguaggio descrittivo/esplicativo della psicoanalisi di verbi, modificati da avverbi e complementi. Questo equivale ad abbandonare l’idea che si capisca di più o si spieghi di più dicendo che le entità e le funzioni mentali, lavorando autonomamente e secondo un certo ordine gerarchico, producono, chissà come un’esistenza psicologica più o meno continua e coerente. E’ eminentemente teorico procedere sulla base di un assunto alternativo, che cioè sia sufficiente constatare, dal punto di vista specifico della psicoanalisi e a un livello di astrazione appropriato, quello che le persone fanno, come lo fanno e quali ragioni hanno per farlo. Al tempo stesso è eminentemente clinico procedere in questo modo; infatti è il modo in cui procedono gli analisti nella pratica, per quanto figurativo possa essere il linguaggio che impiegano nelle interpretazioni” (Schafer, L’atteggiamento analitico, Feltrinelli, Milano, 1983).

Da tali premesse, Schafer propose un linguaggio psicoanalitico rinnovato, arricchito di concetti quali “attività empatica” ed “empatizzare”.

In tal senso, di fondamentale importanza clinica risulta essere la risonanza da parte del terapeuta con i modelli mentali del paziente.

E’ conseguente il fatto che, abbandonando gli assunti positivisti che affermano la netta distinzione tra soggetto e oggetto ed interpretano la realtà emotiva come un dato singolo conoscibile senza ambiguità, l’indagine scientifica deve confrontarsi col fatto che l’analista fa comunque uso di una teoria, e che “può empatizzare con l’analizzando quale esiste in tale modello”. Questo modello, o “idea dell’analizzando”, può naturalmente variare durante il percorso terapeutico ma, in linea di principio, essendo un modello implicito, per incoerente che possa essere, è sempre presente nel campo clinico bi-personale che si instaura tra paziente e terapeuta (Nebbiosi, ibidem).

L’impostazione teorica avanzata da Schafer sembra corretta e molto utile nel ricondurre il problema dell’empatia a livello teorico.

Spesso l’attività empatica è vista come fatto empirico e “ingenuamente” spontaneo, a tal punto da poter essere riferita ad una realtà emotiva ed umana che può prescindere da riferimenti concettuali/epistemologici.

Sulla base di quanto sostiene Schafer, è utile ricollocare l’empatia all’interno di una scelta di modello, sottolineando che non è possibile conoscere una realtà (soprattutto quella delle emozioni e dei sentimenti) oggettiva.

Da tali premesse, risulta coerente un atteggiamento terapeutico volto a conoscere una realtà (emotiva) in base a modelli e strumenti concettuali che, pur potendo e dovendo trasformarsi, siano il più possibile chiari e coscienti, nei loro pregi e nei loro limiti, nella mente dell’analista.

Schafer specifica che, nella costruzione dei modelli dell’analizzando, oltre all’orientamento teorico dell’analista, si deve tener conto del fatto che nella situazione clinica il terapeuta non vede mai il paziente nella sua interezza, perchè i pazienti, nel foggiare la presentazione di se stessi, reagiscono sempre ai propri scopi mutevoli e al modo di pensare e reagire del terapeuta.

In merito al problema dell’impostazione scientifica che caratterizza l’intervento psicologico-clinico, adottando la sottile intuizione di Bateson e Ruesch (1976), il ricercatore (e quindi per estensione il terapeuta) può essere paragonato al visitatore di un museo d’arte intento ad osservare una statua.

É ovvio che in funzione della sua distanza e posizione, egli potrà ammirarne porzioni più o meno ampie; girando intorno ad essa, modificando cioè il proprio punto di vista, potrà apprezzare aspetti e particolari inizialmente non osservati, tanto che ad ogni mutamento prospettico la scultura gli potrà apparire sempre un po’ diversa da quella iniziale. In ogni caso, tuttavia, è evidente che egli non riuscirà mai a guardare contemporaneamente frontale e posteriore del suo oggetto d’osservazione, a coglierlo cioè nel suo insieme:

“ […] lo scienziato si trova nell’identica posizione di chi osserva una statua, tranne per il fatto che, per comprendere meglio ciò che sta facendo e ciò che avviene in natura, egli non si limita alla percezione e all’osservazione” (Ruesch, Bateson, 1976).

A livello epistemologico, ciò che Bateson e Ruesch intendono sovradeterminare è il così detto paradigma della complessità, che allargato alla dimensione terapeutica, tutela l’intelligenza emotiva di ogni paziente che, in quel luogo e in quella occasione clinica, è il protagonista di una storia vivente, narrata attraverso un continuo sforzo critico, relazionale ed emotivo.

Forse, più di ogni altra valenza, il paradigma della complessità rende giustizia ad uno degli aspetti più salienti della percorso terapeutico: l’accaduto, nel senso dei “vissuti” che si caratterizzano come evento, incontro con l’altro da Sé, difficilmente interpretabili attraverso concetti teorici saturi anche se coerenti su un piano scientifico.

Ritornando all’impostazione di Schafer, sulla base del modello dell’empatia, il terapeuta è stimolato ad usare un’organizzazione psichica definita “secondo Sé” (con il quale è in genere molto più capace di empatizzare) che può essere “continuo” e coerente rispetto al Sé del paziente nei rapporti non clinici, ma non necessariamente identico o ugualmente accessibile, e che è analogo all’“autore implicito” presentato dagli scrittori creativi.

La caratteristica più importante del “secondo Sé” del terapeuta è il suo orientamento positivo: con l’attività empatica, il terapeuta presuppone che qualsiasi cosa il paziente faccia o provi è essenziale che lo faccia o lo provi a causa delle difficili situazioni della sua realtà psichica.

In questa realtà sono presenti gli eventi terrorizzanti della perdita totale dell’oggetto d’amore, della castrazione, e delle punizioni arcaiche e terrifiche a carattere superegoico.

Nel sovradeterminare l’importanza della relazione empatica, l’ultimo aspetto su cui Schafer insiste è il concetto di “tenacia” (nei termini dell’azione: “empatizzare deciso, fermo e paziente”):

“Improvvisare empaticamente diversi modi di organizzazione dell’esperienza genera sempre una certa dispersione dell’identità. E benché a volte noi analisti sembriamo dimenticare che siamo anche noi degli esseri umani, e non Dei o macchine, abbiamo costantemente bisogno di ricreare il vissuto della nostra personale coesione e coerenza […] Gli analisti che mantengono con sicurezza la propria coesione non vengono tanto danneggiati o confusi dalle escursioni empatiche. Questi analisti hanno tenacia.”

Controversie metapsicologiche sul tema dell’empatia

Negli ultimi anni, soprattutto con l’emergere dell’impostazione neuroscientifica e della prospettiva ermeneutica radicale, le critiche alle teorie psichiatriche e psicoanalitiche hanno accentuato l’attenzione sull’empatia e sull’approccio empatico come l’unico capace di valorizzare la verità della persona nell’ambito della relazione diadica paziente-terapeuta.

L’intenso dibattito sull’argomento spazia in un vasto campo culturale, dove dominano ancora questioni e dialettiche parzialmente irrisolte: quali sono i fattori terapeutici? Cos’è la neutralità analitica? Qual è l’atteggiamento terapeutico più adeguato per la presa in carico della domanda d’intervento clinico? [1]

Nello scorrere le varie impostazioni teoriche, è evidente che il concetto di empatia si impone spesso come linea di confine tra i vari fronti paradigmatici che operano in ambito psicologico e che ci si adopera o a riempirlo di significati e a sopravvalutarlo o, in parte, a svalorizzarlo in favore delle tecniche interpretative di matrice psicoanalitica.

Tale termine, dunque, sembra fluttuare tra tempestose contraddizioni, ora accostandosi all’aspetto dell’umana esperienza di affettività, di comunicazione intersoggettiva, di scambio empatico, ora affiancandosi alle rive più sicure delle sistematizzazioni psicologiche già esistenti, estensione conosciuta ma non esplicitata di esse.

In effetti, è evidente che l’uso che si fa del termine “empatia” può risultare così ampio da lasciare disorientati.

Emergono altresì alcune importanti questioni: limitandone il significato e l’uso può ancora rimanere abbastanza flessibile e crescere in connotazione senza perdere la capacità di denotazione? E’ possibile prendere in considerazione l’empatia senza sconfinare dal campo metapsicologico, senza offuscarlo e sottodeterminarlo rispetto alle più consolidate tecniche psicoanalitiche?

Basch (1983) sviluppa sulla comprensione empatica uno spunto che sembra interessante percorrere non solo per l’esplicazione di questo concetto, ma anche per attribuire alla relazione empatica una giusta collocazione nell’ambito della psicoterapia: poiché l’empatia dipende dalla trasmissione delle emozioni che caratterizzano il campo relazionale, sarebbe possibile fornire una spiegazione soddisfacente di questo processo continuamente sfuggente attraverso l’elaborazione di una precisa psicologia degli affetti.

Nell’accezione di Rapaport, uno dei massimi esponenti di quella che viene riconosciuta come Psicologia dell’Io, le attuali implicazioni teoriche non permettono e anzi sconsigliano “la formulazione definitiva di una vera e propria teoria aggiornata degli affetti”.

In altri termini, descrivere la varietà dei fenomeni affettivi, attraverso un’interpretazione che vada al di là delle certezze neurofisiologiche, è un’impresa ardua per la facilità con la quale si può essere fuorviati, sopratutto per il rischio di conclusioni riduzionistiche rispetto alla complessità della tematica in oggetto.

D’altra parte, non è possibile non considerare gli affetti, in quanto guidano il lavoro quotidiano del terapeuta. Del resto, la “rievocazione” o la “comprensione” conseguente alle possibili interpretazioni del conflitto psichico non producono alcun progresso terapeutico senza essere accompagnate da un’intensa partecipazione affettiva.

A tal proposito, Rapaport (1986) afferma che “ci si potrebbe perfino chiedere se una teoria metapsicologica della tecnica e della teoria sia addirittura concepibile prima di aver chiarito la posizione metapsicologica degli affetti, che occupano una posizione centrale nei processi terapeutici”.

Da queste premesse, si dipanano ulteriori questioni essenziali: che ruolo hanno gli affetti nel lavoro clinico? In che rapporto sono con l’interpretazione? A quale metodo di rilevamento ci si deve ispirare? Può essere l’empatia questo mezzo di rilevamento? Qual è la sua natura psichica?[2]

Nel seguire gli studi di Rapaport sulla questione della coscienza e dei suoi stati, è possibile sovradeterminare l’attenzione terapeutica sugli affetti e sulle pulsioni ad essi sottostanti, come elementi che organizzano i ricordi e trasformano le tracce mnesiche in idee, facendo si che l’esame di realtà senza il contributo affettivo vada a trasformarsi in magia ossessivo-paranoica.

Gli oggetti esterni che entrano nel campo relazionale diventano significativi a seconda della loro relazione con l’organizzazione istintuale e pulsionale che caratterizzano la personalità individuale, promuovendo una sistematizzazione dei concetti per cui non può esservi pensiero senza sentimento.

Il pensiero puro non esiste, come non esiste il sentimento puro senza il suo pensarsi e una sua specifica ed elaborata rappresentazione.

In ogni condotta comportamentale, le motivazioni e il dinamismo energetico dipendono dall’affettività, mentre le tecniche e l’adeguamento dei mezzi impiegati al fine dell’adattamento con l’ambiente vanno a costituire l’aspetto cognitivo della personalità stessa.

Su tali basi, dunque, l’empatia può essere più chiaramente definita come una funzione superiore, una struttura formale e relazionale complessa, prodotta dalla maturazione delle strutture intellettive e dalla loro sintonizzazione con i sistemi affettivi “intra” e “inter” psichici.

Nell’ambito dell’intervento psicologico-clinico, in altri termini, l’empatia può essere considerata come una funzione dell’Io di cui conosciamo molti aspetti che probabilmente non riusciamo ad integrare in un’unica globalità operativa e, al contempo, come una parte delle capacità intellettive del terapeuta, al pari di una funzione simile, per intenderci, al pensiero ed al linguaggio.

Tuttavia, è anche vero che l’empatia è una condizione necessaria ma non sufficiente a garantire il buon esito del processo terapeutico.

Altra questione saliente è la difficoltà per la nostra organizzazione di pensiero a conciliare la realtà del sentire soggettivo e dei fenomeni emozionali con la concezione scientifica di una realtà totalmente oggettiva e verificabile.

Da molti anni, ormai, la psicoterapia è stata sottoposta a una serie di esami e osservazioni tesi alla ricerca di una prova di validazione scientifica.

La sua struttura logica e il suo contenuto empirico sono stati immessi nei canali teorici dell’epistemologia medica e ne sono usciti, spesso, con un preciso marchio di non scientificità; contemporaneamente, molti psicoterapeuti a orientamento psicoanalitico si sono rifugiati nel campo delle neuroscienze o in quello delle scienze storiche attraverso la via dell’ermeneutica.

Il fatto che la psicoanalisi e la psicoterapia in generale si occupino del soggettivo, che l’osservatore sia parte integrante del campo bi-personale o multi-personale (in riferimento alla teoria e alle tecniche della dinamica dei gruppi) e che il suo metodo sia inevitabilmente complesso, porrebbero l’approccio psicologico-clinico al di fuori dei precisi e verificabili parametri oggettivanti su cui si basa la rigorosità scientifica.

In quest’ottica, inoltre, il processo empatico, storicamente separato dalla classica interpretazione psicoterapeutica, in quanto legato ad un ineffabile “sentire clinico” non meglio specificato, è maggiormente squalificato e squalificante.

Sembra cioè ritornare l’annosa diatriba che oppone l’idea di psicoterapia intesa come Weltanschauung (ossia “visione del mondo”) a quella di psicoterapia come scienza.

Sarebbe forse più opportuno continuare una ricerca e un approfondimento nel campo della psicoterapia ritornando all’elaborazione del difficile e tuttora irrisolto problema “mente-corpo”.

Tutti i fenomeni mentali, sia consci che inconsci, visivi, uditivi, pensieri o dolori, sono processi che avvengono nel cervello ma che si esplicano attraverso un sistema, quello umano, che ha un forte carattere bio-psico-sociale.

D’altro canto, questa complessità rende necessario affrontare la questione relativa a cosa sia veramente terapeutico nell’intero processo di cura psicologico, se l’empatia o l’interpretazione e le altre tecniche d’analisi dell’inconscio e dei modelli operativi interni.

Quasi sempre, questi due aspetti sono stati separati in compartimenti stagni, come due dimensioni indipendenti e sostanzialmente differenti dal punto di vista qualitativo, contrapposti in coppie dicotomiche come irrazionale-razionale, soggettivo-oggettivo.

La prima non poteva essere confusa con la seconda pena la perdita di credibilità e di scientificità dell’interpretazione stessa.

Varie tecniche hanno auspicato il predominio di una parte sull’altra, ora gonfiando l’interpretazione a scapito dell’empatia, ora, soprattutto negli ultimi anni, enfatizzando l’approccio empatico come fattore terapeutico fondamentale senza il cui apporto sarebbe difficile poter promuovere una buona e sana alleanza terapeutica.

Si è anche affermato che occorre distinguere una diversa temporalità di attuazione dei due processi: in un primo tempo sarebbe necessario usare solo l’empatia per fondare l’alleanza terapeutica e preparare la strada all’interpretazione, la quale assurge così alla parte elevata e terminale del processo.

E’ tuttavia altrettanto vero che una tale distinzione temporale, qualitativa e concettuale, appare in parte “forzata”, in quanto i due processi sono talmente compenetrati da risultare inscindibili: una buona empatia contiene un’esatta lettura e interpretazione della situazione al di là del fatto che produca silenzio e verbalizzazione o qualsiasi altro atteggiamento del terapeuta, così come una buona interpretazione non può non avere un fondamento empatico se non altro nei suoi aspetti comunicativi.

Il nucleo logico operativo dell’empatia è in fin dei conti rapido e quello dell’interpretazione è forse poco definito e conosciuto; le parole, e non solo esse, con le quali si comunica qualcosa al paziente, sono solo l’ultimo atto di un lungo e complesso processo in cui la percezione empatica affianca costantemente una serie di operazioni più interpretative ed astratte, frutto di ipotesi terapeutiche circa l’eziologia o le prospettive di cambiamento del conflitto psichico sottostante al sintomo ed al malessere psicologico.

L’aumento d’interesse e attenzione per l’empatia e la sua posizione centrale nel processo clinico sono certamente riconducibili al fatto che gli psicoterapeuti abbiano focalizzato il loro interesse sui disturbi precoci dello sviluppo e su forme psicopatologiche più gravi di quelle nevrotiche.

Quindi, un discorso scientifico sull’empatia non può non dipendere dalla diagnosi e dalle costruzioni teoriche da cui questa deriva.

In conclusione, pertanto, correndo il rischio di fornire una visione insatura del processo terapeutico che caratterizza la psicologia-clinica, è forse necessario sottolineare che la domanda sulla valenza terapeutica dell’empatia diventa inevitabilmente anche una domanda sulla valenza terapeutica dell’intero processo psicologico di cura a cui, ancora, non è dato fornire una risposta oggettiva ed oggettivante, strettamente riconducibile ai parametri evocati dal concetto di “scienza”, almeno nel senso aristotelico del termine.

[1] Molte accuse sono state rivolte a Kohut per la pretesa di aver “inventato” l’empatia già presente in tutta la letteratura psicologica, anche se non nominata esplicitamente o sovradeterminata rispetto ad altri concetti. Shapiro (1981) e Buie (1981) furono i più accaniti critici alla concezione di Kohut, considerata troppo distante dai parametri scientifici, autoreferente ed incamminata verso il misticismo e la sensitività. S.Olinick (1984) si è avvicinato al problema attraverso la distinzione tra simpatia ed empatia, considerando quest’ultima come un fattore terapeutico né mistico né scientifico, ma come uno strumento consueto del terapeuta, essenziale per la comprensione comunicativa. Molti filoni di pensiero tendono ad associare gli aspetti mistici dell’empatia con qualche versione mitologica dell’interazione madre-bambino. A tal proposito, Olden (1958) sostiene che il fenomeno dell’empatia è profondo come “nei primi giorni di vita, quando non c’è il mondo esterno, nessun Io, quando la completa unicità con la madre procura solo la esperienza soggettiva di conforto e sconforto.”

L’empatia materna determinerebbe la natura dell’autorappresentazione del bambino e la sua capacità di empatia da adulto (Lebovici 1986). Lichtenberg (1981) considera l’empatia come una “piattaforma di osservazione”, focalizzando l’attenzione sulla relazione tra affetto e cognizione, su cosa sia terapeutico nella terapia, se sia cioè l’interpretazione o la conoscenza empatica a permettere una riorganizzazione dei vissuti emozionali.

[2] Nel seguire l’accezione di Rapaport, Jacobson e Glover sono i due autori che hanno meglio tentato una classificazione sistematica degli affetti e delle loro implicazioni psichiche nel sistema complesso delle relazioni umane: la prima riformulando la teoria conflittuale e strutturale degli affetti originati da tensioni intra e intersistemiche, il secondo sottolineando come i fenomeni affettivi richiedano, più di qualsiasi altra manifestazione psichica, una grande varietà di approcci.

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