L’Io-Pelle: teoria e clinica

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L’Io-Pelle

L’importanza della sensibilità cutanea per la sopravvivenza dell’individuo e della specie è universalmente riconosciuta.

La cute ha un ruolo decisivo nel mantenimento omeostatico dell’organismo: si può vivere da ciechi, sordi, privi dell’olfatto e del gusto, ma difficilmente si sopravviverà al deterioramento totale della pelle e alla perdita della funzione tattile.

Da un punto di vista filogenetico ed ontogenetico, la cute è il primo ed il più importante organo di senso, quello che ha maggior peso (20% del peso totale del corpo nel neonato e 18% nell’adulto) e che riceve stimoli tattili, termici, dolorifici.

La pelle è un organo di senso, per così dire, “multiplo” (tatto, dolore, pressione, calore) ed è strettamente connessa agli al- tri organi di senso esterni (udito, vista, odorato, gusto) ed alla sensibilità cinestetica e di equilibrio.

Continuamente disponibile a ricevere segnali di ogni tipo, oltre a stimare il tempo e lo spazio, la pelle è il solo organo di senso in grado di combinare la dimensione spaziale con quella temporale.

Oltre a queste caratteristiche sensoriali, si distingue per una poliedrica funzionalità correlabile ad altre attività biologiche: respira e perspira, secerne ed elimina, mantiene il tono, stimola la respirazione, la circolazione, la digestione, l’escrezione e la riproduzione, partecipando, inoltre, alla funzione metabolica.

Accanto ai suoi ruoli specifici ed ausiliari, la pelle svolge una serie di funzioni associate alla corporeità: conservazione del corpo intorno allo scheletro e mantenimento della verticalità, protezione dalle aggressioni esterne, captazione e trasmissione di informazioni utili.

Il primato strutturale della pelle sembra dunque giustificato per almeno tre ragioni: 1) è il solo organo di senso a ricoprire tutto il corpo, 2) contiene essa stessa altre sensorialità specifiche, 3) è l’unico dei cinque sensi esterni a possedere una fun- zione riflessiva (ad esempio, il bambino che tocca con il dito le parti del proprio corpo sperimenta le due sensazioni complementari di toccare e di essere toccato) su cui vanno a costruirsi le altre riflessività sensoriali e la riflessività di pensiero.

Queste considerazioni, d’altra parte, acquisiscono valore su un livello “figurativo” e “simbolico”, tanto che, nel linguaggio comune, la pelle assume significati diversi ed interessanti: “la- sciarci la pelle”, “amici per la pelle”, “avere i nervi a fior di pelle”. La pelle, inoltre, ha una fondamentale funzione comunicativa: permette di inviare al mondo esterno messaggi e segnali molto efficaci, senza la necessità di utilizzare il canale verbale.

Contemporaneamente, sulla pelle e tramite la pelle si veicolano espressioni di esibizionismo, bisogno di espiazione, manifestazioni di disagio psicosomatico.

A partire dalla relazione madre/bambino, il tatto ed il contatto hanno una importanza fondamentale per lo sviluppo psichico: il primo legame affettivo si costituisce proprio grazie al soddisfacimento del bisogno di vicinanza fisica e di calore che il bambino sperimenta all’inizio della sua vita.

Ciò è ovviamente valido non solo per gli esseri umani ma anche per i piccoli di altre specie animali, come hanno dimostrato le ormai classiche ricerche di H.F.Harlow sulle scimmie Rhesus (1959).

Due autori, Esther Bick (1968) in Gran Bretagna e Didier Anzieu (1985) in Francia, hanno sviluppato ed approfondito un punto di vista molto originale sull’importanza e sul significato psichico della pelle nel corso dell’età evolutiva.

La Bick ritiene che la pelle svolga un ruolo di collegamento e contenimento delle componenti intrapsichiche della personalità del bambino, che, nella loro forma più primitiva, non sono ancora integrate.

Anzieu considera essenziali le prime sensazioni cutanee che consentono al bambino di esperire un universo sociale e relazionale sempre più complesso. Ciò avviene fin dalle prime cure di cui il piccolo è oggetto, quando cioè viene tenuto in braccio, lavato, accarezzato, coccolato dalla madre.

É infatti grazie a queste prime appaganti e rassicuranti esperienze di contatto che viene acquisita la percezione soggettiva della propria pelle, necessaria affinché possa essere garantita l’integrità dell’involucro psicocorporeo contro le angosce di frammentazione e di svuotamento.

In questo senso, Anzieu ha introdotto il concetto di Io-Pelle, che può essere enucleato come una rappresentazione dell’Io che l’individuo utilizza sin dalle prime fasi dello sviluppo.

Grazie a tale rappresentazione è possibile esperire il proprio Io come contenitore di materiale psichico, di pensieri, di emozioni, a partire dalla consapevolezza di una superficie corporea che garantisce la possibilità di differenziare lo spazio interno da quello esterno.

In questo lavoro, quindi, si cercherà sinteticamente di raccogliere i contributi più interessanti che convergono nella definizione di involucro e pelle psichica, a partire dall’utilizzo metonimico che ne fece S.Freud, sino ad approfondire il pensiero di D.Anzieu che, passando dall’analisi operata da E.Bick, si struttura attraverso assunti teorici e metapsicologici particolarmente utili tanto per la prassi psicoterapeutica duale quanto per quella gruppale.

Nel “Progetto di una psicologia”, inviato a R.Fliess l’8 ottobre 1895 e rimasto inedito sino alla sua morte, S.Freud propose il concetto di “barriera di contatto” (Kontaktsschrank), mai più utilizzato in seguito e, a parte la revisione operata da W.Bion in “Apprendere dall’esperienza” (1962), scarsamente apprezzato da altri psicoanalisti.

Tale concetto appartiene alla speculazione neurofisiologica tanto cara a Freud nella sua giovinezza scientifica e, seppur abbandonato successivamente, fornisce un primo approccio meta- psicologico alla comprensione di quello che, proprio nel Pro- getto, viene chiamato “apparato psichico”.

Se la “barriera di contatto” sembra prototipicamente anticipare la nozione di “involucro psichico”, nella letteratura freudiana il concetto di “involucro” compare per la prima volta nel 1920.

In questo anno, con Al di là del principio di piacere, Freud operò una “svolta” teorica e metapsicologica, sancita con il passaggio dalla prima topica (Conscio/Preconscio/Inconscio) ad un modello strutturale di funzionamento psichico della mente (Io– Es–Super Io).

Durante questa importante revisione critica, Freud paragonò l’organismo vivente ad una “vescichetta […] suscettibile a stimolazione” che è “provvista di uno scudo, di una membrana” (Freud, 1920).

Questo scudo, continua Freud, “assume la forma di un parti- colare rivestimento […] una barriera”, che ha come funzione primaria quella di “proteggere l’organismo dagli stimoli”.

Leggendo nel dettaglio questo passaggio, è interessante sottolineare come il termine tedesco ‘hűlle’, utilizzato da Freud e tradotto in italiano nel senso di ‘rivestimento’, rimandi all’ inglese ‘shell’, cioè involucro.

Tali analogie, tuttavia, non troveranno in altri scritti un successivo approfondimento ed il termine “involucro”, pur restando concettualmente valido, in L’Io e l’Es del 1923, verrà utilizzato nel senso di metafora (“l’Io ha la configurazione di un sacco inglobante”) o di metonimia (“L’Io è la superficie dell’apparato psichico e la proiezione della superficie del corpo su quella psichica”), mentre in Nota sul ‘notes magico’ del 1925 verrà precisata la struttura topografica di tale involucro e confermato implicitamente l’appoggio dell’Io sulla pelle.

Nonostante la superficie del corpo si chiami pelle, Freud sembra preferire un utilizzo implicito di tale denominazione, che, invece, farà la sua comparsa, in modo più esplicito, mezzo secolo più tardi, nelle pagine di E.Bick (La pelle psichica, 1968) e di D.Anzieu (L’Io pelle, 1985).

Il contributo di Esther Bick

La nozione di “pelle psichica” venne elaborata da Esther Bick nel 1968.

La Bick, discepola di M. Klein e di W. Bion, parte dal presupposto teorico secondo cui, primitivamente, le parti della psiche non avrebbero alcun legame specifico, se non quello garantito dall’introiezione di un oggetto esterno capace di soddisfare questa funzione.

Basato su un attento lavoro di osservazione clinica, tale tipo di approccio sembra quindi operare una revisione del modello psicoanalitico classico, nel senso di una integrazione verso le dinamiche conflittuali che caratterizzano le relazioni oggettuali.

Seguendo l’analisi operata dalla Bick, nei primi mesi di vita l’introiezione dell’oggetto ottimale (la madre o il seno come oggetto parziale), identificato con questa funzione di oggetto contenitore, darebbe luogo ad un mondo oggettuale interno caratterizzato da rappresentazioni fantasmatiche.

Focalizzando l’attenzione sul livello esperienziale, l’oggetto contenitore introiettato è vissuto allora come una pelle, che è in primo luogo psichica.

L’introiezione di un oggetto contenitore, tale da dare alla pelle la sua funzione di limite, è preliminare alla messa in opera dei processi difensivi che, attraverso la scissione e l’idealizzazione del Sé e degli oggetti, consentono una primissima modalità di rapporto ed adattamento alla realtà esterna.

Clinicamente, in accordo con l’accezione teorica proposta dalla Bick, nel caso in cui l’introiezione delle funzioni contenitive dovesse risultare inadeguata o fallimentare (ad esempio quando la funzione contenente non viene svolta in modo adeguato dalla madre o viene danneggiata dalla prevalenza delle fantasie distruttive del bambino) risulterà manifesto un impiego continuo e patologico dell’identificazione proiettiva, eziologicamente correlabile ai disturbi psichiatrici gravi che, su un pia- no strutturale, sono caratterizzati dalla diffusione dell’identità.

Nel percorso evolutivo, quindi, il bambino è attivamente impegnato nella ricerca di un oggetto che gli permetta di mantenere un’attenzione unificante sulle parti del suo corpo e gli con- senta di esperire, almeno temporaneamente, quel senso di integrazione che, ad esempio, Daniel Stern definisce Sé emergente (1985).

Egli, inoltre, cerca di tenere unito se stesso attraverso il rap- porto con questi oggetti, che, sul piano del comportamento manifesto, possono essere riconducibili alla ricerca di attaccamento verso la madre.

L’involucro psichico nella teoria di D. Anzieu

Il contributo fornito da D.Anzieu ad una lettura psicodinamica della pelle arricchisce il linguaggio psicoanalitico con la nozione di Involucro psichico ed Io-Pelle.

Sottolineando l’interesse verso il lavoro di E.Bick, Anzieu elabora l’assunto teorico secondo cui l’involucro psichico sarebbe costituito da due livelli, che differiscono per struttura e funzione.

Lo strato più periferico, che rappresenta il “para-eccitazione” (funzione che tra l’altro S.Freud aveva riconosciuto all’Io sin dal Progetto di una psicologia del 1895), è il livello più rigido, quello rivolto verso il mondo esterno, che fa da schermo agli stimoli, in primo luogo, psicochimici.

Lo strato più interno, più sottile, svolge invece una funzione ricettiva, quella cioè che consente di percepire segnali ed indizi.

Tale strato è pellicola ed interfaccia: la pellicola ha due facce, una rivolta verso il mondo esterno, l’altra verso il mondo in- terno; l’interfaccia separa questi due mondi e li mette in relazione.

Nell’accezione teorica di Anzieu, inoltre, l’esistenza di un solo strato di “para-eccitazione”, rivolto quindi verso l’esterno, determinerebbe il motivo della maggiore difficoltà ad affrontare l’investimento pulsionale rispetto a quello alla stimolazione di natura esogena.

I due strati della membrana possono essere considerati come due involucri che variano a seconda degli individui e delle circostanze: l’involucro di eccitazione e quello di comunicazione o di significato.

L’apparato psichico del bambino acquisirebbe un Io quando comincia ad emergere questa struttura topografica a doppio involucro.

L’indifferenziazione originaria dei due strati dell’involucro psichico produce quella che D.Meltzer (1975) ha definito come “esperienza estetica”, la cui intensità proviene proprio dalla non-differenziazione tra sensazione ed emozione.

Ad una lettura psicoanaliticamente orientata, il concetto di involucro psichico risulta perciò complesso, poliedrico, caratterizzato da una significativa ricchezza di connotazioni.

Seguendo Anzieu, è possibile, tuttavia, operarne una definizione esaustiva sulla base di quattro denotazioni principali, prese a fini esplicativi come parametri in base a cui analizzare quelli che emergono come principali nuclei di senso:

Un primo significato si fonda su una prospettiva evoluzionistica per cui la maggior parte dei mammiferi protegge l’equilibrio termico dell’organismo avvolgendolo nel pelame. Da ciò deriva un beneficio secondario: i picco- li, che hanno conquistato l’autonomia di movimento, si aggrappano ai peli della madre per essere, nello stesso tempo, portati e rassicurati. Nel corso dell’evoluzione, la perdita della maggior parte dei peli, che si riducono alla protezione ed alla valorizzazione della testa e del sesso, ha consentito alla specie umana di sviluppare una sensibilità tattile senza pari, a partire dalla quale la sua intelligenza ed i suoi schemi comportamentali si sono evoluti secondo nuove modalità. La pelle “denudata” pone così a stretto contatto con gli altri e con il mondo e, al contempo, stimola lo sviluppo del cervello. La nostalgia di un involucro peloso troverebbe quindi una compensazione nell’erotizzazione della chioma e del velo pubico. Sulla base di tali considerazioni, inoltre, risulterebbe possibile spiegare come l’angoscia forse più profonda della specie umana sia quella della caduta, del vuoto, dell’abbandono, di essere lasciati andare.

Il secondo significato è, invece, topologico: l’involucro è una superficie chiusa (la sfera) in cui ci sono delle aperture. In riferimento alla corporeità umana, è impor- tante distinguere l’orefizio (luogo di passaggio che assi- cura l’entrata, l’uscita e lo scambio di sostanze) dalla tasca (luogo di conservazione, spazio transizionale, ad esempio tra la madre e il mondo esterno, che si configura come una sorta di dimensione del dentro-fuori).La pelle si incava in tasche che proteggono i diversi organi di senso e della sessualità (i testicoli come tasche esterne nell’uomo e la vagina come tasca interna della donna).Per analogia, l’apparato psichico può essere considerato una tasca, che ripara e contiene i pensieri (il cui significato psichico è stato elaborato da W.Bion con il concetto di contenitore/contenuto), mentre l’Io si svela come metafora della superficie. Inoltre, i pori disseminano la superficie della pelle allo scopo di espellere quelle secrezioni che, fisiologicamente, sono significativi segnali di specifiche emozioni di base (paura, rabbia, gioia), e che, a loro volta, stanno in rapporto mutuevole con la morbidezza, la dolcezza, la temperatura dell’epidermide. Queste osservazioni psicofisiologiche sottolineano come l’apparato psichico operi una scarica della tensione energetica che passa dalla pelle, prima o contemporaneamente rispetto all’ “acting” muscolare. A partire da tali premesse, se si considera l’involucro corporeo come una “sfera”, una figura intermedia tra questa ed il “piano” è il “pallone bucato”. Se, nel corso dello sviluppo psichico, dovesse emergere il vissuto esperienziale di una sfera che perde volume (come appunto un “pallone bucato”) l’individuo vivrebbe un senso di appiattimento, depersonalizzazione, estraneità (da qui il ricorso all’alcool, al tabacco, alla droga, alla masturbazione compulsiva per ripristinare un’illusione di consistenza e di replezione). Una figura inversa si può invece verificare quando la sfera psichica si rivolta come un guanto: questo si svela come meccanismo del- la percezione dell’endogeno, che bisogna proiettare all’esterno affinchè sia percettibile.

   La terza denotazione proviene dal maternale: la madre, o un suo sostituto, avvolge il bambino con le proprie cure cercando di soddisfarne i bisogni fisici (quelli primari secondo K.Lewin) e psichici. Se i suoi sforzi sono riusciti, il bambino interiorizza la madre come un oggetto “sufficientemente buono”, capace di fornire “continuità esistenziale” (Winnicot, 1970), ed una base si- cura per l’esplorazione e l’autonomia (Bion, 1962). Questo spazio consente l’emergere dell’esperienza di rapporto con un Sé “vero”, che avvolge l’Io e che ne assicura l’identità, la protezione, la continuità ad esistere.

   L’ultima denotazione deriva da un aspetto della pratica linguistica: dopo aver scritto una lettera la riponiamo in un involucro – la busta – (il termine involucro deriva etimologicamente dal latino involucrum, che significa appunto busta) e vi scriviamo l’indirizzo del destinata- rio. Allo stesso modo, metaforicamente, l’apparato psichico veicola messaggi indirizzati a noi – o che lo sono stati un tempo – che restano non solo archiviati ma an- che “stampati” sull’apparato stesso.

L’ Io-Pelle: derivazione, concetto, funzioni

In primo luogo, da un punto di vista speculativo, la nozione di Io-Pelle elaborata da Anzieu si svela all’incrocio di molte catene semantiche: viscosità, vischiosità, adesività, attaccamento, aggruppamento.

Il “viscoso” è uno degli stati della materia, intermedio tra il liquido ed il solido. Ad esempio, tale è definito un fluido (liqui- do o gas denso) che non scorre facilmente. Questa qualità appartiene alle secrezioni organiche, soprattutto quelle relative all’apparato sessuale.

Ciò che è denominato “fluido”, tuttavia, ha un senso inverso: “facile da mettere in movimento”. Se i fluidi viscosi sono perlopiù grassi ed oleosi, quelli “vischiosi” sono invece gommosi, collosi, “attaccaticci”.

Il concetto di vischiosità si riduce tuttavia a tale denotazione: ”fluido in cui gli spostamenti delle molecole sono frenati da interazioni o associazioni molecolari”.

Questa definizione fisica sembra aver fornito a S. Freud un modello da cui partire per elaborare il concetto di fissazione, che, pur non contenendo un principio esplicativo, possiede un incontestabile valore descrittivo.

Nella metapsicologia freudiana, la fissazione determina la persistenza di caratteri anacronistici della sessualità, con il blocco nello sviluppo della libido a causa delle interazioni e del- le associazioni che questa incontra.

Se una caratteristica dei fluidi vischiosi è quella di “incollar- si” alla pelle di chi li tocca, la sostanza vischiosa permette, a sua volta, di “incollare” due superfici.

Questa, del resto, è una proprietà delle resine estratte dalla corteccia di certi alberi: la colla (da cui collante), la pece (da cui appiccicoso), l’amido (da cui inamidato).

La colla presenta una connotazione sessuale metaforica (le secrezioni sessuali sarebbero resine prodotte dalla corteccia de- gli esseri umani). Incollare, inoltre, significa “far aderire con la colla” (o con altre sostanze vischiose) due superfici messe a contatto. L’incollaggio ha per risultato l’adesività (metaforica- mente lo stesso si può dire dell’incollaggio amoroso) e ha per condizione il contatto.

In questi termini, dunque, l’adesione è la forza che si oppone alla separazione di due corpi messi a contatto.

Questa prima linea di derivazione porta al concetto, proposto da D.Meltzer (1975), di “identificazione adesiva”, secondo cui il neonato si vive incollato alla madre.

In tal caso, il ruolo della colla sarebbe svolto dalla libido e dal forte potere di attrazione che questa esercita all’interno della coppia madre/bambino.

Rispetto al punto di vista elaborato da Meltzer, D.Anzieu parla del fantasma di una pelle comune (alla madre e al bambi- no) piuttosto che di identificazione adesiva: affinché si abbia identificazione è necessario, secondo Anzieu, che le persone soggetto e oggetto della identificazione stessa siano distinte.

Nel momento evolutivo in cui sia la madre sia il bambino vivono l’ “altro” come una parte di Sé, la qualità dell’esperienza relazionale è meglio interpretabile sulla base del fantasma di una pelle comune piuttosto che su una dinamica interpersonale identificatoria.

Anzieu parte dall’assunto secondo cui le diverse configura- zioni psichiche che caratterizzano l’Io-Pelle sarebbero varianti di una struttura topografica di base, il cui carattere universale fa pensare che essa sia inscritta in forma preprogrammata nello psichismo nascente e la cui attualizzazione risulta, in senso epigenetico, come un fine evolutivo da raggiungere.

In accordo con la metapsicologia freudiana, Anzieu fa notare come la fase orale non può essere limitata al piacere della suzione e all’esperienza della zona bucco/faringea: se la bocca fornisce la prima esperienza di un contatto differenziante, in questa prima fase di sviluppo l’esperienza forse più centrale risulta essere quella della replezione, cioè dell’essere pieno, dell’essere un centro di gravità.

Come viene meglio sottolineato nei modelli che fanno riferimento alla teoria dell’attaccamento, in occasione della poppata e delle cure, il bambino fa inoltre un’importantissima e cruciale esperienza, quella di essere in contatto con l’altro materno, attraverso canali per mezzo dei quali è possibile sperimentare calore, odori, suoni, immagini visive, movimenti.

Tali attività portano il bambino a differenziare progressiva- mente una superficie interna ed una esterna, che assume quindi il significato esperienziale di una interfaccia funzionalmente de- finita dalla possibilità di essere un involucro contenitore e, allo stesso tempo, di separare un “dentro” ed un “fuori”, un ed un non Sé.

Questa interfaccia consente di sviluppare il mondo intrapsichico ed interpersonale del bambino in un sistema funzionalmente sempre più aperto e differenziato, pur basandosi su scambi interattivi mutevoli ma tendenzialmente simbiotici che, dinamicamente, si svelano attraverso il fantasma inconscio di una pelle comune con l’altro materno.

Se l’ambiente di cura è tale da consentire il superamento (non privo di dolore) delle angosce legate a tali fantasmi, il bambino può sviluppare internamente la rappresentazione di un Io-Pelle che gli è propria, attraverso un processo di doppia interiorizzazione:

   dell’interfaccia che diventa un involucro psichico che consente di pensare i propri pensieri (Bion, 1962).

   dell’ambiente maternale, che diventa il mondo inter- no dei pensieri, delle immagini, di quegli affetti che sono vitali. Nello specifico, alla luce di quanto è stato evidenziato, l’Io- Pelle acquista e svolge nove funzioni:

1)  conservazione della vita psichica

2)  contenitore

3)  para-eccitazione

4)  individuazione del Sé

5)  intersensorialità

6)  sostegno dell’eccitazione sessuale

7)  ricarica libidica

8)  iscrizione delle tracce sensoriali

9)  autodistruzione

Con l’Io-Pelle, dunque, Anzieu va ad indicare:

una rappresentazione di cui si serve l’Io del bambino […] per rappresentare se stesso come un Io che contiene i contenuti psichici, a partire dalla propria esperienza della superficie del corpo.

Se ogni attività psichica ha un suo correlato biologico, l’Io- Pelle, allora, trova la sua base dinamica nella cute e nelle molteplici funzioni che questa assolve.

La pelle prima funzione, come viene chiamata da Anzieu, è l’involucro che contiene gli oggetti buoni.

La pelle seconda funzione è invece rappresentata dalla barriera che consente protezione e differenziazione tra una dimensione interna ed una esterna.

La pelle terza funzione, infine, è luogo e mezzo di comunicazione, principio di intersoggetività e di relazioni significative con gli altri.

Il precipitato psichico di tale origine epidermica e propriocettiva è un Io che sperimenta se stesso come un contenitore di rappresentazioni e di un mondo oggettuale interno che gli appartiene, perché protetto, ma che può essere potenzialmente condiviso con gli altri.

Applicazioni cliniche

Dai tempi di S.Freud, la psicoanalisi è stata applicata e si è rivolta a patologie che rientravano nei casi di nevrosi chiare, isteriche, ossessive, fobiche o miste.

Oggi, come fa notare Anzieu, un’alta percentuale della clientela che richiede un trattamento psicoanalitico è costituita da quelli che vengono chiamati i casi borderline di personalità e/o personalità narcisistiche.

Etimologicamente, è possibile individuare in modo sintetico queste patologie come stati al limite tra la nevrosi e la psicosi, che, in altri termini, raccolgono cioè tratti rilevanti di entrambe le categorie tradizionali.

Sul piano psicodinamico e sintomatologico, i pazienti borderline soffrono di una mancanza di limite, di un’incertezza delle frontiere tra l’ Io psichico e l’Io corporeo, tra l’Io reale e l’Io ideale, tra ciò che dipende dal e ciò che dipende dagli altri.

Le brusche fluttuazioni che contraddistinguono queste frontiere sono accompagnate da crisi depressive di particolare natura, sensazioni di vuoto croniche, indifferenziazione delle zone erogene, confusione tra esperienze dolorose e piacevoli, indistinzione pulsionale, incapacità di tollerare le frustrazioni, marcata paura di abbandono, rabbia (Gabbard, 1998).

Le caratteristiche di tale organizzazione sembrano riflettere una intensa vulnerabilità narcisistica, causata dalla debolezza dell’involucro psichico che determina un malessere diffuso ed a volte difficilmente localizzabile, un senso di non vivere la pro- pria vita, di vedere funzionare il proprio corpo ed il proprio pensiero dal di fuori, di essere spettatori di qualcosa che non è la propria esistenza o che non viene esperita come tale.

Dopo gli anni Sessanta, la maggiore difficoltà emersa in ambito nosologico, clinico e tecnico è sembrata riguardare l’opportunità di differenziare, più o meno nettamente, i disturbi narcisistici dalle organizzazioni borderline di personalità.

Ad esempio, negli USA il dibattito è stato molto acceso tra due personaggi di spicco nel panorama psicoanalitico contemporaneo, H.Kohut e O.Kernberg, rispettivamente promotore ed oppositore di tale distinzione.

Se i casi borderline sono esposti a regressioni analoghe a quelle degli episodi psicotici transitori, il cui recupero, sempre difficile, richiede l’incontro nel percorso analitico con un Io ausiliario funzionalmente rappresentato dalla figura del terapeuta, i disturbi narcisistici di personalità riguarderebbero un senti- mento più evoluto, quello della coesione del Sè, in rapporto con uno sviluppo insufficiente di questo.

All’interno di questa complessa materia, l’Io Pelle formulato da Anzieu sembra quindi poter fornire un modello utile al fine di operare una più chiara definizione di quegli aspetti che qualificano in modo significativo queste due gravi alterazioni strutturali. Uno sviluppo adeguato, armonico, “fisiologico” dell’Io- Pelle fa si che questa struttura non tenda a circondare completamente l’apparato psichico, attraverso la rappresentazione psichica di una doppia faccia, interna ed esterna, con uno scarto che lascia la possibilità di un certo “gioco” dinamico.

Nelle personalità narcisistiche, tale “gioco” e tale scarto scompaiono, perché, secondo Anzieu, “il paziente ha bisogno di bastare a se stesso con il proprio involucro psichico”, di non conservare cioè con nessun altro una pelle comune che definisca un qualunque rapporto di dipendenza.

L’Io-Pelle, quindi, risulta particolarmente fragile e la conseguente “ferita narcisistica” necessita il bisogno di rafforzarlo attraverso due operazioni.

La prima dinamica difensiva ha lo scopo di abolire lo scarto tra le due facce dell’ Io-Pelle, quelle che consentono di definire una dimensione interna ed una esterna, tra stimoli esogeni e stimoli endogeni, tra immagine che si ha di se e quella che vie- ne rimandata dagli altri.

L’involucro si solidifica sino a diventare un centro di interesse e di gravità assoluto, per se e per gli altri, e tende a comprendere in modo ipertrofico e grandioso la totalità dello psichismo (escludendo l’opportunità di rappresentare un mondo oggettuale interno in cui le relazioni con gli altri alimentano una dinamica intrapsichica ed interpersonale significativa).

La seconda operazione difensiva tende a raddoppiare esteriormente l’Io–Pelle, a corazzarlo, cementificarlo come una pel- le materna simbolica che Anzieu paragona all’egida di Zeus.

La madre diventa quindi un oggetto sadico, che innesca una rappresentazione fantasmatica masochistica: in questo caso, la pelle materna è esperita come un dono “avvelenato”, che sottende l’intenzione di riprendersi l’Io-Pelle, di strapparlo dolorosamente all’interessato, di innescare una condizione “sadica” di dipendenza. Nel fantasma narcisistico non esisterebbe la rappresentazione di una pelle comune, perché la madre la attribuisce al bambino conferendogli un involucro smodatamente ideale, quasi eroico, che spinge sino all’illusione di invulnerabilità.

Pur mantenendo una certa coerenza interna ed una certa integrità di pensiero, questa che appare come una “doppia pare- te” narcisistica crea un “contenitore di contenuto” estremamente rigido, difficilmente permeabile dall’esterno.

Sulla base dell’impostazione eziologica proposta da Anzieu, nei casi borderline, invece, il danno narcisistico non si limita ad influenzare la funzionalità strutturale “periferica”.

Ciò che viene alterata e compromessa sarebbe infatti la struttura d’insieme dell’ Io-Pelle: le due facce dell’Io-Pelle sono confuse a tal punto che strutturalmente risultano unite in una unica superficie, che disturba la normale rappresentazione psichica di un “interno” e di un “esterno” differenziati.

Relativamente a queste patologie, la funzione di interfaccia svolta dall’Io-Pelle si aliena rispetto al sistema percezione- coscienza che, secondo Anzieu, “è rigettato nella posizione di osservatore esterno”.

Da questa radicale scissione, il paziente borderline è come se fosse collocato in una posizione esterna, al di fuori del funzionamento del proprio corpo e della propria psiche, che lo rende quasi “spettatore disinteressato della propria vita”.

La parte “isolata” del sistema percezione/coscienza garantisce al soggetto una possibilità di adattamento sicuramente maggiore rispetto ai disturbi psicotici di personalità; tuttavia, la produzione fantasmatica correlata alla possibilità di esprimere adattativamente il mondo psichico interno ed il suo utilizzo produttivo e creativo risultano estremamente deficitarie.

Il carattere distorto dell’Io-Pelle rende particolarmente critica la gestione degli affetti che, spostati all’esterno della persona, tendono a diventare inconsci, non rappresentabili, frammentati, come pezzi di un Sé maligno il cui distruttivo ritorno alla coscienza è angosciosamente temuto.

Questo Sé, privato di quegli affetti primari esperiti e vissuti come minacciosi, nelle organizzazioni borderline di personalità diventa quindi un contenitore vuoto, che soffre per questo vuoto e che lo trasforma in quella profonda angoscia di frammentazione che J.Lacan, approfondendo un’intuizione di M.Klein, chiamava afanisi (Fiumanò, 1991).

Considerazioni conclusive

Il riferimento clinico da cui parte il modello psicodinamico proposto da D.Anzieu sottolinea come, soprattutto in questo particolare periodo storico e sociale, le psicoterapie si trovano a confrontarsi con stati patologici caratterizzati da una mancanza di confine e da limitazioni del proprio essere.

Il concetto di Io-Pelle, intorno a cui ruota questo modello, offre un utile contributo al recupero teorico e metapsicologico di quelle funzioni del corpo ritenute mezzi di comunicazione, di contatto e di difesa dagli stimoli interni ed esterni.

Al tempo stesso, tale funzionalità corporea è ricondotta alla dinamica psichica che caratterizza le rappresentazioni interne, i simboli, le fantasie, in rapporto alla dimensione epigenetica dello sviluppo che, in alcuni casi, prevede “crisi” particolarmente traumatiche. Partendo da una revisione critica, ma non per questo oppositiva, della metapsicologia freudiana, Anzieu rinnova ed approfondisce quindi l’importanza del corpo come nucleo in base a cui si evolve l’Io e consente di recuperare la complessità di questa struttura attraverso una visione globale che ne mette in evidenza funzioni, potenzialità, ruolo svolto nella rappresenta- zione oggettuale e nella dinamica fantasmatica.

Da tali premesse, i risvolti clinici orientano verso una visione della sofferenza psichica rappresentata come malattia del carattere, della personalità, delle idee, degli affetti, della psicosomatica in relazione a stati della mente correlati alla fantasia inconscia e alla capacità o meno di poter “pensare i propri pensieri” attraverso l’utilizzo di un contenitore che, prima di svelarsi nella sua dimensione psichica, riflette un locus d’origine prevalentemente corporeo.

Bibliografia

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