Coronavirus e paura liquida: ansia e attacchi di panico

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Dieci anni fa Zygmunt Bauman chiamò “paura liquida” quello stato di costante minaccia che il mondo contemporaneo ha iniziato a vivere dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. 20 anni dopo, ai tempi del coronavirus, la paura, che dopo anni di Guerra Fredda e di nuovo terrorismo globale sembrava affievolirsi e resa inoffensiva dalla capacità tecnico-scientifica di dominare e di prevedere tutto, è tornata, in forma diversa rispetto al passato, perché più simile all’ansia, a un’incessante e pervasiva sensazione di allarme, un qualcosa di emotivamente multiforme, esasperante e destabilizzante nella sua vaghezza.

“Paura liquida” è anche il termine attraverso cui è possibile definire l’incertezza, la precarietà, la mancanza di un futuro (vicino o lontano) dove il pericolo è difficile da afferrare e quasi impossibile da combattere, come un virus senza vaccino. Questo vissuto può scalfire anche i momenti più insignificanti della vita quotidiana e intaccare, come sta accadendo, ogni strato della quotidiana convivenza a cui prima eravamo abituati.

Nessuno sembra poter indicare cosa fare, anche la cultura psicologica, sempre foriera di spiegazioni, che si interessa ai legami umani, che si frantumano al pari dello spirito di solidarietà durante le necessarie misure di distanziamento sociale. In questo clima generale di diffidenza basta poco perché l’altro sia percepito come un potenziale nemico, un untore, ritenuto colpevole o “positivo” fino a prova contraria. Il mondo in cui ci troviamo è in subbuglio e i suoi abitanti vivono in quel particolare stato di ansietà che lo psicoanalista Henry P. Laughlin definiva “tensione apprensiva, irrequietezza che nasce dal sentire un pericolo imminente ma vago e di origine sconosciuta”. Come possiamo esprimere quello che proviamo quando entriamo in una stazione o in un aeroporto, quando andiamo al supermercato, quando ci sottoponiamo al rituale di indossare guanti e mascherine o quando siamo in metrò? Cosa temiamo? In altri termini, come gestire il già complicato rapporto che l’individuo occidentale ha con i fantasmi della morte? Come porsi di fronte alla sua immancabile spettacolarizzazione mediatica? Tutto questo, ma anche altro. L’ansia non ha un contenuto definito e ai tempi del coronavirus sembra essere innescata da un detonatore sconosciuto, “qualcosa di più interno”, un’aspettativa mentale che potrebbe anche essere solo qualcosa di immaginato, con relative possibilità di verificarsi, che non sono certezze. La parola “ansia” viene dal latino anxietas,che deriva dal greco angh, radice etimologica utilizzata per significare “oppresso” o “turbato”, ovvero “angosciato”; il suo significato iniziale si riferisce a sensazioni fisiche quali tensione, costrizione, disagio.

Le emozioni che proviamo in uno stato di ansia si configurano come un magma affettivo dove si mescolano insieme stati d’animo, sentimenti, esperienze vissute. L’ansia, alla pari di altre emozioni, non è qualcosa di omogeneo o di distinto, ma di stratificato, che può essere comunicato in diversi modi e di cui oggi i social network e i telefoni cellulari moltiplicano l’effetto su scala planetaria, amplificando la suggestione. Gli storici hanno dimostrato come in passato la paura fosse soprattutto un sentimento collettivo: il timore del buio, di Satana, delle streghe, della magia, delle eresie, della peste. Prima che si andasse a trasformare il rapporto con la religione – da fenomeno generale in evento vissuto più individualmente – i comportamenti collettivi definivano l’atteggiamento verso la paura e lo “normavano”. Ora sta accadendo qualcosa di simile? L’ansia diventa un fenomeno comune e non più solo una singola esperienza emozionale? Alla fine degli anni Quaranta si viveva sotto il timore della bomba atomica, nell’incubo dell’apocalisse, dell’esplosione fine-del-mondo descritta poi con geniale sarcasmo da Stanley Kubrick nel suo Il dottor Stranamore, ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba. L’ansia, forse più di altre emozioni, è contagiosa.

Viviamo tutti in un atteggiamento di attesa, di anticipazione. Mentre nella paura l’anticipazione riguarda se e come una minaccia attuale causerà danni, nell’ansia invece l’anticipazione coinvolge l’incertezza sulle conseguenze di una minaccia che è presente ma che può anche non verificarsi. Questo è lo stato d’animo collettivo in ci troviamo di fronte alle drammatiche immagini di ospedali in affanno o di bare trasportate da camion militari che ogni giorno affollano i palinsesti dei Tg o le prime pagine dei quotidiani online: ci preoccupiamo di una minaccia futura, un virus, che può nuocerci come collettività e come singoli, ma non sappiamo bene in realtà cosa ci accadrà e se poi ci riguarderà davvero.

L’ansia, che attacca in primo luogo il corpo, è quindi il cartellino del caro prezzo della libertà umana nel nuovo millennio? E’ questo il destino del nuovo villaggio globale?

Psicologo, Psicoterapeuta

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