Le emozioni

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“A quanto pare, tutti sanno che cos’è un’emozione fino a quando non si prova a definirla” (D’Urso e Trentin, 1988).

Il senso comune ci spinge ad affermare che le emozioni sono prima di tutto esperienze. Molti sono d’accordo anzi nel ritenerle le esperienze più importanti di un individuo, quelle che danno valore e sapore all’esistenza.

Dopo essere state da sempre trascurate dal mondo scientifico, che ha posto maggiore attenzione ai processi mentali cognitivi, a discapito di quelli emotivi, le emozioni sono state oggetto di studio in psicologia e, più recentemente, sia dal punto di vista neurobiologico che computazionale.

Le emozioni sono state definite come reazioni affettive, in genere brevi ma intense, che insorgono all’improvviso in risposta a degli stimoli ambientali che per un qualunque motivo ci colpiscono. La differenza che le contraddistingue dai sentimenti è che questi ultimi non dipendono da uno stimolo esterno ma dai nostri interessi, dai nostri valori, dalle influenze del nostro contesto culturale, persistono nel tempo, indipendentemente dalla presenza vicino a noi di ciò che ci attira.

Gli psicologi hanno diviso le emozioni in primarie e complesse. Le emozioni primarie sono sette: la paura, la rabbia, la tristezza, l’accettazione, il disgusto, l’attesa e la sorpresa. Dalla combinazione di queste sette emozioni derivano tutte le altre.

L’utilità delle emozioni consiste nel permetterci di valutare nell’immediato se uno stimolo ci sorprende, ci piace oppure no, se può esserci utile o dannoso ed infine, se siamo in grado di affrontarlo o è meglio allontanarsi da esso.

Nonostante però le conoscenze provenienti dai diversi approcci si vadano incastrando in modo sempre più efficace, esistono ancora importanti differenze concettuali e metodologiche, tali da non aver reso ancora possibile l’elaborazione di una teoria unificata delle emozioni.

Per avere una spiegazione completa delle emozioni dobbiamo ricorrere a tutte queste teorie. Dobbiamo accendere tutte le luci disponibili per illuminare tutte le facce di questa “complessa struttura” che chiamiamo emozione.

     La teoria evoluzionista ci insegna che le emozioni sono il risultato di una selezione naturale dovuta al fatto che gli individui che le provavano sono sopravvissuti e si sono riprodotti. Oggi, i geni in cui sono scritte le nostre emozioni, continuano ad aiutarci a sopravvivere e a riprodurci, facendoci provare paura di fronte ai pericoli e gioia nelle relazioni con gli altri.

     La teoria fisiologica ci dice che prima di tutto è il nostro corpo ad emozionarsi. Proviamo quello che proviamo perché ci accorgiamo che il corpo reagisce ad un evento. Hai presente quello che accade quando eviti istintivamente un ostacolo? Il tuo corpo reagisce immediatamente, un istante dopo senti gli effetti della scarica di adrenalina per il pericolo scampato e provi quella sensazione che definisci “paura”.

Già le ricerche di Antonio Damasco avevano messo in luce i correlati neurali del rapporto tra emozioni e stati corporei associati. Nel sistema dei neuroni specchio è possibile ora identificare il substrato biologico dell’empatia, cioè della possibilità di avere un’esperienza delle emozioni altrui “dall’interno”, come se fossero provate in prima persona.

   La teoria cognitivista ci dice che l’emozione che proviamo in risposta ad un evento dipende da quel che noi pensiamo dell’evento. L’emozione è il risultato di un processo cognitivo attraverso il quale classifichiamo gli avvenimenti. E’ stato creato un modello secondo il quale le emozioni vengono definite in base alla gradevolezza, prevedibilità, controllabilità, origine dell’avvenimento.

Ad esempio, l’ira sopravviene quando un evento viene classificato da un soggetto come imprevisto, sgradevole, incontrollabile, originato da altri, mentre l’ansia si prova quando un evento è previsto, sgradevole, controllabile.

   La teoria culturalista ci insegna a considerare le emozioni come reazioni apprese in un contesto sociale. L’intensità nell’esprimere e manifestare ma anche nel provare certi tipi di emozioni varia da cultura a cultura.

Le emozioni sono un fenomeno complesso, un processo che coinvolge tutto l’organismo.          

Le emozioni si formano attraverso il vissuto psicologico di ciascuno, perciò sono uniche ma paradossalmente uguali per tutti. Sono “sentite” in modo del tutto soggettivo (i sentimenti) ma dichiarate attraverso le stesse espressioni fisiche; si manifestano, infatti, in modelli di comportamento tipici e stereotipati. Questi modelli sono definiti dalle espressioni del volto, dal comportamento e dal coinvolgimento del sistema nervoso autonomo (non volontario).
Le emozioni, quando si manifestano, provocano una serie di reazioni a livello somatico, vegetativo e psichico.

Le risposte somatiche possono essere direttamente osservate e consistono nell’arrossire, tremare, sudare, respirare più velocemente, la pupilla può cambiare le sue dimensioni.

Le risposte vegetative, al contrario, possono essere misurate solo con apparecchiature speciali e consistono in accelerazioni del battito cardiaco, aumento della pressione, alterazioni nella salivazione, nella secrezione da parte delle ghiandole, della conduttanza cutanea.

A livello psicologico, una persona molto emozionata riduce la capacità di autocontrollo, di ragionare in modo logico e critico.

Le persone esprimono inoltre le emozioni attraverso la mimica del volto, la postura del corpo ed il linguaggio.

Nella nostra cultura, purtroppo, le espressioni del corpo e delle emozioni sono censurate e rigidamente filtrate: fin dall’infanzia ci viene proibito di manifestare apertamente la collera, la paura, la tristezza, il dolore, la gelosia, la gioia, il desiderio. L’inibizione dell’emozione così come l’inibizione dell’azione alimentano nevrosi e psicosi, malattie psicosomatiche e disturbi sociali.

Ognuno di noi ha un modo del tutto personale di reagire agli eventi, anche in relazione alla personalità ed alle esperienze di vita.

Studi sempre più numerosi evidenziano l’importanza di riuscire a comunicare le proprie emozioni, sia verbalmente che attraverso la gestualità del corpo.

Le emozioni sono l’essenza della qualità e della varietà delle esperienze umane; senza la capacità di emozionarsi la vita non avrebbe colore né spessore. Ovvio, perciò, considerare l’emozione una caratteristica che permette di conoscere meglio la realtà, una forma evoluta di apprendimento.

La connotazione emotiva della realtà e del nostro essere nel mondo ci fornisce il senso della nostra unicità e originalità.

Le emozioni non provengono dal mondo della ragione, non sono “giuste” o “sbagliate”, così come non hanno valenza morale. Si provano indipendentemente dalla nostra volontà o intenzionalità.

La Terapia Gestaltica considera le emozioni come un sistema di orientamento, biologicamente determinato che, di continuo, guida l’azione.

“La consapevolezza delle emozioni e la capacità di gestirle sono la “conditio sine qua non” di una cura di successo” (Perls, 1969). Il lavoro terapeutico, quindi, può essere considerato come un addestramento sistematico del paziente alla consapevolezza emotiva, attraverso il “contatto continuo con il flusso emotivo” (inteso come la percezione senza soluzione di continuità delle variazione dell’esperienza affettiva) e l’incoraggiamento dell’espressione consapevole delle emozioni stesse.

Nella terapia della Gestalt viene dato spazio all’espressione delle emozioni quale processo catartico, di liberazione, poichè come affermava Perls “il solo modo per uscirne è di passarci attraverso”.

La dinamica fondamentale della vita psichica è, per gli autori della Gestalt, la consapevolezza delle emozioni suscitate dall’incontro dell’individuo con il mondo interno ed esterno. Questo incontro è, in ogni istante, unico ed irripetibile, avviene nel “qui ed ora” in una zona di confine secondo un processo di avvicinamento/allontanamento, definito ciclo del contatto, che presenta configurazioni sia filogenetiche che ontogenetiche condivise dall’epistemologia di diverse culture.

Le emozioni sono il nucleo del processo motivazionale e della tendenza all’azione. Potenziare nei pazienti la consapevolezza delle emozioni è quindi un mezzo per accrescere il loro potenziale di soluzione dei problemi.

La consapevolezza delle nostre emozioni fa scaturire il contatto con i bisogni individuali e comunitari, fa attivare il contatto con l’ambiente e con l’intero pianeta. Le emozioni, in ogni caso, vanno portate alla luce e vissute con consapevolezza e responsabilità verso se stessi e il proprio equilibrio psicofisico e verso gli altri ai quali siamo legati nel quotidiano.

Riconoscere e sperimentare le emozioni ci permette di avere il potere personale di esprimerle, modularle, gestirle a tutto vantaggio nostro e del nostro ambiente.

Le emozioni ci orientano e ci guidano sia nel processo di individuazione e di differenziazione dall’altro che nel processo di connessione.

“Una tristezza non sentita e condivisa si cronicizza nel nostro corpo e nella nostra mente, colora il nostro sentire, trasformandosi infine in una somatizzazione, che segnala l’antica tristezza” (Menditto).

Se, al contrario, neghiamo le emozioni per salvaguardare un’immagine ideale di noi, o nella speranza di salvare rapporti e relazioni, ci anestetizziamo, compromettendo il nostro benessere e i nostri legami.

La consapevolezza costruttiva delle emozioni rende possibile contestualizzarle e scegliere come, dove, quando e se esprimerle.

E’ veramente importante  ritornare in contatto con le proprie emozioni e viverle pienamente per giungere presto o tardi a comprendere come e perché esse nascono.

Indubbiamente dobbiamo fare un distinguo tra la spontaneità dell’emozione esperita e la “presa di decisione” circa ciò che decidiamo di fare dei nostri stati emotivi.

Non tutte le esperienze e le espressioni emotive sono adattive. Vale la pena di precisare che vivere pienamente le proprie emozioni non vuol dire cavalcare l’onda emotiva della rabbia, della malinconia, della paura o della gioia, ma piuttosto ‘stare-nel-mezzo’, – senza esprimerle e senza reprimerle -, ‘semplicemente’ rimanendo consapevoli.

Il processo di cambiamento che coinvolge le emozioni non segue una strada univoca ma è caratterizzato da una varietà diacronica delle via di accesso agli stati emotivi.

In certe fasi delle terapia può essere utile potenziare la capacità di gestire le emozioni, in altre situazioni è importante favorirne l’espressione e le progettualità implicite che ne derivano. In altre ancora vi può essere la necessità di una ristrutturazione della rappresentazione interna degli stati emotivi (Greenberg & Safran, 1987).

La concettualizzazione delle emozioni come potenzialmente adattive ha delle implicazioni di grande importanza per la pratica della psicoterapia, dal momento che sostiene una visione delle emozioni nei termini di un alleato nel processo di cambiamento. I fenomeni disadattivi sono spesso il risultato dell’evitamento di una esperienza emotiva temuta ed il lavoro terapeutico è volto a consentire l’avvicinamento all’esperienza affettiva sottostante.

L’esperienza dell’integrazione  piena di una esperienza emotiva nei sistemi di controllo di un paziente, porta all’emergere di nuove risposte creative e funzionali alle situazioni problematiche.

Cresce via via la capacità di essere ‘il testimone’: colui che è presente a tutto quanto accade dentro di noi, senza identificazione e attaccamento. Da questo comportamento, che è accettazione di quello che sta accadendo nel momento, nasce, quando il tempo è maturo, una nuova comprensione. E’ questa comprensione di se stessi che permetterà di dissolvere le difese erette inconsciamente dalla personalità, di vivere il dolore dell’assenza di questa o quella qualità – amore, valore, forza, creatività … – senza cercare compensazioni. Solo in questo modo l’essenza perduta riprende a fluire.

 

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