Il gruppo esperienziale: caratteristiche, funzioni, fattori terapeutici

surreal-face-text-20062686Il modello dei gruppi esperienziali si inserisce in una tradizione più che decennale.

Dalla fine della seconda guerra mondiale, si diffuse negli Stati Uniti la tendenza ad istituire progetti di formazione basati su gruppi specifici, caratterizzati da un piccolo numero di partecipanti e rivolti a membri di organizzazioni industriali, sociali e sanitarie.

Il fine scientifico era quello di usare l’esperienza di gruppo per l’apprendimento personale e per il cambiamento di atteggiamenti collettivi e relazionali.

Un tale approccio – meglio conosciuto col nome di T-Group – ha conosciuto per moltissimi anni una certa popolarità.

Caratteristiche di questo tipo di gruppi erano: il numero limitato di utenti, l’eterogeneità della composizione e la breve durata, spesso compensata dalla intensività dell’incontro.

Sull’onda dei T-Groups, ha preso sempre più piede, specie nei paesi anglosassoni, il modello degli Encounter Groups (gruppi di incontro), che si rivolgevano a tutti coloro che, lavorando, a vario titolo, in Istituzioni di tutti i tipi, erano interessati ad un’esperienza di apprendimento della realtà psichica e interpersonale dall’ “interno” e non come oggetto di studio didattico e, quindi, per molti aspetti, “distanziato”.

Questa metodologia ha dato origine a numerose variazioni e modelli differenziati (gruppi di formazione, gruppi esperienziali, gruppi di sensibilizzazione), ma omogenei rispetto ad alcuni parametri costanti: la breve durata, il focus sul valore fondante della partecipazione diretta all’esperienza, l’importanza della dinamica collettiva per la comprensione di tematiche prettamente riconosciute come individuali.

In particolare, l’approccio a cui si fa riferimento è stato fortemente incrementato in Francia, sotto l’impulso del gruppo del CEFFRAP (Kaes, Anzieu, Rouchy) e in Inghilterra dall’Istituto Tavistock for Human Relations.

Rispetto al modello americano, basato sull’apprendimento della molteplicità dei modi di interagire (apprendimento interpersonale) o sull’analisi dei giochi sociali (analisi transazionale), la tradizione europea si è contraddistinta per l’enfasi posta nel gruppo come totalità “sovradeterminata” e transpersonale e come campo esperienziale di fantasie ed emozioni condivise, non limitabili al gioco interattivo interindividuale.

Se è indubbia l’appartenenza ad una precisa corrente psicodinamica e clinica, i gruppi esperienziali si collocano nel panorama delle metodologie di intervento che utilizzano il setting di gruppo con una loro specifica impronta teorico/tecnica: sono gruppi a termine (della durata di un anno accademico), con un ritmo costante (una volta a settimana, per una durata ad incontro di circa un’ora e mezza), e hanno il fine di far sperimentare allo studente il clima del gruppo in forma diretta, e, quindi, non mediata.

L’apprendimento avviene attraverso la partecipazione alla dinamica gruppale senza temi di insegnamento precostituiti e la peculiarità dell’esperienza è basata sulla durata (che è molto maggiore di quella degli Encounter Groups classici) e sul fatto che ne possono usufruire tutti gli studenti dell’Università, membri omogenei rispetto ad un’ unica Istituzione, che condividono, anche fuori dal gruppo esperienziale, problemi, climi, emozioni comuni.

I gruppi sono inoltre caratterizzati dalla proposta di un testo letterario, che può – o meno – essere utilizzato per lo sviluppo e l’elaborazione del processo.

L’impianto materiale di questi gruppi ed i loro parametri istitutivi e costitutivi, in qualità di principi funzionali, contengono già in sè alcune caratteristiche, che conferiscono alla dinamica multipersonale un’atmosfera e un modo di vita specifico.

Un primo aspetto di grande importanza riguarda la fantasia di fondazione del gruppo stesso.

Il gruppo di formazione così inteso – in modo differente rispetto ad un gruppo terapeutico o ad un gruppo di supervisione in un’Istituzione sanitaria – nasce sull’idea “preformata” che la partecipazione all’esperienza comporterà un cambiamento nell’attitudine mentale dei suoi membri.

Questo assunto originario è rinforzato dal fatto che i destinatari del gruppo sono studenti di psicologia, persone cioè spesso in relazione “multiproblematica” con la vita universitaria, perchè troppo astratta o limitante rispetto alle loro particolari aspirazioni, e quindi pronti a investire sul gruppo una carica trasformativa decisamente alta.

Di conseguenza, il gruppo nasce già, per così dire, con una sorta di “contratto mistico”, secondo cui, ad esempio, la partecipazione viene vissuta come relativa “certezza” di scoprire potenzialità nuove e conoscitive, espressione più ampia di una speranza “taumaturgica” che influenza tutta l’evoluzione del processo.

Un secondo aspetto fondamentale è dato da un fattore “perimetrale”: i gruppi sono chiusi, cominciano e finiscono con lo stesso numero di persone – salvo variazioni insignificanti all’inizio – e si svolgono nello stesso luogo.

La stabilità di questi parametri tende a rinforzare gli elementi che concorrono all’identità del gruppo, alla costituzione dei suoi confini, della sua area di appartenenza.

Gli aspetti coesivi e compattanti del gruppo diventano notevolmente “ipertrofizzati”, mentre le emozioni, i sentimenti, le rappresentazioni legate alla provvisorietà, alla mutabilità ed al cambiamento slittano più sullo sfondo.

C’è infine un terzo fattore, fortemente trattato in tutti i gruppi e ad altissima valenza emotiva e fantasmatica: il tempo.

I gruppi sono a termine e già dalla prima seduta i partecipanti sono a conoscenza della data dell’ultimo incontro.

La dimensione temporale tende a rinforzare l’assunto che l’esperienza debba essere “iperconcentrata”, “condensata” o “compressa”, che ci siano poche probabilità di elaborazione “analitica”, che ciò che si è perso una volta non possa essere più vissuto.

La costellazione delle caratteristiche gruppali si qui enucleate alimenta, sul piano emotivo e fantasmatico, un senso penoso, e insieme esaltante, di occasione unica e irripetibile, di scenario suggestivo e sfuggente, come all’interno di un viaggio, che comunque è sempre sotto l’influsso della possibilità della perdita e della scomparsa.

A questi elementi va aggiunto l’atteggiamento dei conduttori che in genere, specie nei primi incontri, si astengono da una conduzione troppo attiva, con lo scopo di far emergere gli aspetti più gruppali e collettivi dell’esperienza.

L’insieme dei fattori così presentati tende a fare assumere ai gruppi esperienziali una modalità di funzionamento – relativamente costante e diffusa – che potremmo definire di intensa e commovente idealizzazione del gruppo e dell’esperienza.

L’idealizzazione collusiva si manifesta in vari modi, tra i quali possiamo annotare un insieme di fantasie molto potenti rispetto al luogo dell’utopia, della trasformazione, del cambiamento magico e totale, oppure l’idea di una dimensione spaziale e temporale nuova, unica e misteriosa.

Altre volte, questi fattori si esprimono in qualità di angoscia di espulsione, di inadeguatezza, di insufficienza, che può modularsi sino a creare scismi o sottogruppi (secondo le modalità tipiche descritte nella teoresi bioniana).

L’idealizzazione può assumere la forma di un’intolleranza al testo proposto, che viene accantonato o al contrario interrogato come se fosse un messaggio cifrato, un misterioso codice morale che esprime in forma oscura l’arcana filosofia o il pensiero segreto del conduttore.

Le tendenze, anch’esse frequenti, a proposte conviviali “esterne” al setting del gruppo, sembrano avere il fine di alleggerire questo clima sacrale, espressione di una fantasia volta alla ricerca di forme d’espressione socialmente più note, condivise e quindi più facilmente “accessibili” e rassicuranti.

Sull’intensa idealizzazione gruppale sembra confluire una tematica più strettamente studentesca: le angosce di professionalizzazione possono essere così acute da spingere il gruppo verso la fantasia di un cambiamento “mistico”, “magico”, che avviene attraverso l’immersione in un clima comune e condivisibile, anzichè per mezzo di una progressiva individuazione di parti di se stessi.

E’ possibile ricondurre quanto detto finora al modello, già elaborato da Anzieu, di illusione gruppale.

Secondo quel modello, il gruppo si lascia trascinare dalla fantasia di essere una cosa sola e di realizzare una vita senza tempo, di contemplazione della propria bellezza e complessità.

Un aspetto importante di questo modo di funzionare è dato dall’apparente comparsa di richieste più esplicitamente terapeutiche: è possibile fare l’ipotesi che non si tratti in realtà di una genuina domanda di cambiamento, ma di fantasie che ogni elemento portato in gruppo trovi, attraverso l’immersione nella totalità, un significato e un valore più profondi e universali.

In tal senso, il setting gruppale amplifica la dinamica collusiva che clinicamente può essere intesa come l’insieme delle simbolizzazioni affettive evocate dal contesto nei partecipanti alla relazione sociale ed esprime in termini di agito la manifestazione del modo di essere inconscio della mente così come indicato nella teoremi di Matte Blanco.

La fenomenologia collusiva svolge un ruolo significativo per l’economia psichica degli individui, dei rapporti sociali organizzati e, quindi, dei gruppi di cui fanno parte.

Per la sua valenza psicodinamica, è in grado di evocare e mantenere consenso e coesione sociale sulla base delle comuni, reciproche o complementari simbolizzazioni affettive, piuttosto che sulla verifica fondata sul pensiero dividente ed eterogenico (modalità conscia di funzionamento della mente).

La portata di queste dinamiche spinge ad interrogarsi sul come incanalare e dirigere queste potenti forze, che il modello di gruppo esperienziale, come un “apprendista stregone”, sembra in grado di mettere in moto.

Nell’ elaborare il concetto di illusione gruppale, Anzieu propose una versione sostanzialmente negativa di quella che appare come una dinamica propriamente difensiva, narcisistica, esplicitata su base collettiva.

Anche il concetto di assunto di base di accoppiamento, coniato da Bion in Esperienze nei gruppi (1961), sembra – come gli altri assunti di base – impregnato di aspetti illusionali e irrealistici.

E’ possibile però porsi il problema non in termini di esclusività (aut aut) ma in termini di orientamento e canalizzazione di forze.

La spinta “messianica” alimentata in questi gruppi – col suo carico di utopia, speranza, fede mistica, sacralità e palingenesi – può – se conosciuta e controllata all’interno di uno spazio esperienziale e “sperimentale” – essere considerata non come una forza indiscriminata da subire, ma come un clima particolare, un medium di trasporto delle emozioni (per molti aspetti sovradeterminato rispetto ai contenuti veicolati), uno specifico pabulum emotivo che va tenuto entro confini ben precisi al fine di una trasformazione potenzialmente terapeutica.

In tal senso, McLuhan (Dall’occhio all’orecchio, 1977) afferma che i mezzi (media) attraverso cui avviene la comunicazione non sono mai neutri rispetto alla comunicazione stessa, ma al contrario la influenzano notevolmente. A volte, anzi, l’impatto di un medium sovrasta quello del contenuto che dovrebbe veicolare per cui ‹‹il medium diventa il messaggio››.

In un campo emotivo che sembra quindi scivolare sui binari dell’ “ambivalenza”, ogni conduttore è consapevole, ad esempio, che un eccesso di astinenza da parte sua potrebbe indirizzare il gruppo verso un orizzonte incontrollato di misticismo e “sacralizzazione”; allo stesso tempo, tuttavia, il conduttore sa che un’eccessiva limitazione di tale clima spoglierebbe il gruppo di qualcosa che tutti sentono come prezioso e la cui assenza priverebbe i partecipanti di una esperienza essenziale.

Inoltre, la presenza degli elementi costitutivi propri all’illusione gruppale – se “interpretati” all’interno di una conduzione equilibrata – ha il grande vantaggio di far sentire ad ogni membro del gruppo il potente impatto che questi fenomeni collettivi, alimentati dalla partecipazione ad un campo fortemente connotato di emozioni, hanno sulla sua mente.

Se i fenomeni di gruppo sono troppo “spinti” – come nel caso in cui l’illusione gruppale sia lasciata libera di espandersi, nella sua doppia versione idealizzante dipendente e persecutoria – l’individuo può vivere l’esperienza collettiva in modo “depersonalizzante” e “derealizzante”, alla stregua di una perdita totale del Sè nel caos di una dimensione eccessivamente “molteplice”.

Questa esperienza – se in qualche caso comporterà effetti piacevoli – non può tuttavia non facilitare una penosa scissione, per cui le parti del Sè che l’individuo non può far vivere verranno proiettate o riattualizzate in forme inadeguate (ad esempio, somatiche o sotto forma di acting).

Se i fenomeni di gruppo sono regolati, l’individuo può sentire al tempo stesso la forza del campo del gruppo in azione e l’impatto che il campo del gruppo ha su di lui o, in proporzione reciproca, che lui ha sul campo del gruppo.

In questi termini, si palesa l’aspetto più specificamente formativo dell’esperienza di gruppo, l’effetto cioè di sperimentazione di un’interfaccia tra individuo e campo e delle rispettive forme di alimentazione reciproca.

Il concetto di campo si pone quindi come concetto intermedio tra gruppo e individuo, evolvendosi come l’effetto del contributo di ogni individuo all’area comune.

Da un tale presupposto, il gruppo in assunto di base è solo un particolare tipo di campo, in cui i contributi individuali hanno portato al momentaneo annullamento delle individualità.

Più spesso, tuttavia, nel gruppo opera un campo che rappresenta varie forme di un possibile equilibrio tra il “collettivo” e l’ “individuale”.

Alla luce di queste considerazioni, per le loro modalità costitutive e per le fantasie di fondazione che li alimentano, i gruppi esperienziali tendono a far nascere un campo di gruppo particolarmente saturo di valenze idealizzanti e illusionali, fattori emotivi e fantasmatici che possono condurre il gruppo ad un funzionamento secondo modalità di assunto di base – specie accoppiamento e attacco/fuga – con conseguente perdita di aspetti evolutivi e realistici.

Nel momento in cui il conduttore è consapevole di questa spinta evolutiva, l’orientamento idealizzante può essere un vettore, una tendenza che permette ai singoli di sperimentare un campo di esperienza modulabile, capace di modificare, ma non annullare, le potenzialità individuali.

In tal senso è possibile allora tradurre l’esperienza di gruppo come “un mantenere se stessi in un campo relazionale fortemente saturo di emozioni collettive e collusive”, o, meglio, come “un utilizzo di quello stesso campo per aumentare alcune funzioni mentali individuali”.

A tal proposito, un aspetto importante dell’esperienza formativa di gruppo è che – in condizioni di equilibrio tra campo e individuo – si sviluppano nel singolo alcune funzioni mentali che in condizioni normali sono emotivamente esperite con grande difficoltà.

Ad esempio, le funzioni di tipo associativo e integrativo, basate sull’uso di fatti scelti per costruire scenari complessi e innovativi su temi già noti, sembrano dimostrare una qualità costruttiva che in gruppo si attiva con particolare frequenza ed efficacia.

E’ auspicabile che sia possibile usare il modello del gruppo esperienziale con sempre maggiore lucidità e consapevolezza, evitandone i rischi che abbiamo visto essere presenti, nell’uso improprio ed eccessivamente fiducioso, ma anche valutandone l’importanza e il peso nel panorama generale che è stato tracciato all’inizio.

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