Le crisi psicosociali

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Freud intendeva le tappe dello sviluppo psichico in senso topologico, epigenetico [1] e pulsionale, attraverso i famosi passaggi per “fase”: orale, anale, fallica, genitale.

In ogni fase, le “conquiste” biologiche (pulsionali) dettate dai naturali fattori di crescita andavano a incrociarsi con l’acquisizione delle qualità invece psicologiche, evidentemente dipendenti dalla capacità dei caregivers di creare un ambiente umano adatto allo sviluppo e al soddisfacimento di quelle necessità pulsionali che passano, concentrandosi, sulle diverse “zone erogene” (bocca, ano, genitali). In tal senso, si configura un processo spontaneo ma delicato e faticoso, caratterizzato dalla correlazione tra più variabili. Se il processo va a buon fine si alimenta uno sviluppo sano e una personalità in grado di affrontare in modo maturo sfide relazionali sempre più complesse; in caso contrario, lo sviluppo della personalità è bloccato in punti di “fissazione” caratteriali che nell’età adulta rigurgitano attraverso sintomi di tipo nevrotico o, anche, psicotico. Più in generale, il pensiero di Freud faceva da eco all’impostazione neuroscientifica di fine ‘800, sempre alla ricerca di una sorta di mappatura del cervello che consentisse di individuare le sue specifiche zone di funzionamento. Ma nel descrivere le tappe evolutive nel nuovo millennio credo sia più agevole intendere questi passaggi come fece verso la metà degli anni Sessanta dello scorso secolo lo psicoanalista americano Eric Erikson, in termini cioè di “crisi psicosociali”, momenti conflittuali (fanciullezza, pubertà, adolescenza, età adulta, età senile) che si risolvono con esiti più o meno adattativi e che ci accompagnano dall’inizio della vita fino alla sua fine, la morte. La teoria di Erikson sovradeterminava l’importanza di un’impostazione evolutiva costruita contemporaneamente sull’analisi del livello “normale” e del livello “patologico” di sviluppo psichico. L’adattamento è definito dall’attitudine a superare le crisi psicosociali e richiede un “ambiente fondamentale” (quale può essere la diade madre/bambino nella dimensione del maternage) e una serie di ambienti “sociali” più o meno “prevedibili” (famiglia allargata, gruppo dei pari, amici ecc.). Così inteso, lo sviluppo è una questione di cicli vitali compresi all’interno della mutevole storia della comunità in cui il soggetto è inserito. La definizione di crisi ha una valenza strettamente evolutiva ma molto “umana” e suggerisce non tanto l’idea del pericolo di una catastrofe quanto un’esperienza di cambiamento, di un periodo cruciale di accresciuta vulnerabilità e, al contempo, di rafforzata potenzialità. Da questi presupposti, qualsiasi crisi può essere evolutivamente “normale” e non patologica. É possibile quindi collegare questo concetto al significato letterale del termine e disinnescare alcune delle accezioni negative attribuite di default. Il termine greco dal quale deriva (krinein) significa, infatti, “decidere”, “giudicare” e, in senso più allargato, “possibilità di scelta”. Pertanto, la “crisi” può essere intesa come un’occasione per “scegliere” e una potenziale opportunità di cambiamento. Idealmente, le crisi dovrebbero essere risolte all’interno dello specifico stadio in cui si manifestano, affinché lo sviluppo proceda “correttamente” e in modo sufficientemente “adattativo” (anche se i risultati di ciascuno stadio non sono permanenti, ma possono essere modificati da esperienze future). L’individuo, quindi, assume un insieme di tratti “personali” derivati dalle esperienze compiute, per cui lo sviluppo, nel complesso, è considerato in modo positivo se nel soggetto si ha una predominanza dei tratti “buoni” (adattativi) rispetto a quelli “cattivi” (disadattativi). La “crisi” rappresenta un “momento” o un “evento” che può avere diversi esiti e la sua valenza (come evento positivo o negativo) dipende da un complesso campo esperienziale in cui si articolano: 1) l’evento caratterizzante, 2) le risorse di cui dispone il soggetto e 3) il sostegno offerto dall’ambiente. Nell’evoluzione fisica e psichica, l’essere umano acquisisce le capacità per poter far fronte ai compiti esistenziali, cioè ad un insieme di scelte e di prove che sono dettate dal contesto socio/culturale. Per queste ragioni: 1) ogni nuovo compito esistenziale comporta una crisi il cui esito può corrispondere a un progresso o ad un fattore di aggravamento nelle crisi future, 2) ogni crisi prepara la successiva e 3) ogni crisi concorre alla costruzione della personalità adulta. L’avvento e la soluzione della crisi dipendono in parte da fattori psicobiologici (che assicurano la base per un sentimento coerente di vitalità) e in parte da fattori psicosociali (che possono “culturalmente” prolungare il conflitto). Nelle relazioni e nel bisogno di identificazione sociale gli individui sperimentano i sistemi di pensiero e di valori che possono curare o aggravare i loro problemi d’identità. La parte sociale della crisi deve essere elaborata all’interno della sfera comunitaria in cui l’individuo è inserito e in cui trova se stesso. La natura del conflitto d’identità risulta quindi legata al periodo storico in cui avviene ed è specificatamente connessa alle promesse sociali o al panico latente nella società: periodi storici “critici” possono portare all’esperienza di una identità “vuota”, altri, all’opposto, ad un rinnovamento collettivo. Ogni grado del ciclo della vita presenta dei “compiti esistenziali” sempre nuovi, cioè una serie di problematiche esperienziali e di scelte che sono “definite” dai gruppi sociali in modo tradizionale. All’interno del processo esistenziale, l’individuo può riconoscere e sviluppare un elenco di forze che scaturiscono dal ciclo della vita in evoluzione. Ognuna di queste forze contribuisce alla risoluzione delle varie crisi di crescita e ogni decisione coinvolge la dimensione psicologica e la dimensione sociale del singolo. Le potenzialità insite nella natura umana si presentano quindi come forze dell’Io, nell’accezione ed in qualità di “virtù”[2] che hanno come negativo la “debolezza”, reificata in termini sociali attraverso una costellazione sintomatologica definita da “disordine”, “disfunzioni”, “disintegrazione”, “anomia”. In tal senso, più o meno consapevolmente, ogni persona affronta una scelta tra due modi di risolvere la crisi, uno adattivo e l’altro no. Solo quando ciascuna crisi è risolta, con il conseguente cambiamento che determina un nuovo assetto di personalità, il soggetto avrà sufficiente forza per affrontare il successivo stadio di sviluppo.

[1] Termine che si riferisce ai cambiamenti che influenzano il fenotipo senza alterare il genotipo, ossia, in psicologia, al fatto che l’evoluzione biologica procede attraverso passaggi biologici pre-determinati a prescindere dai destini esistenziali.

[2] “In latino “virtù” significa “virilità”, che a sua volta suggerisce la combinazione di forza, controllo e coraggio […] nell’antico inglese iessa voleva dire forza intrinseca o qualità attiva e veniva usata, per esempio, per definire l’invariata efficacia di farmaci o liquori ben conservati” (Erikson, E., 1963).

 

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