Che cosa è un gruppo? Ci sembra necessario premettere una riflessione, il più possibile sintetica e coerente, che aiuti a definire cosa sia un “gruppo”. Consapevoli dei rischi che occorrono in ogni tentativo di sintesi, in primo luogo è ovvio affermare che il “gruppo” può essere studiato attraverso diversi orientamenti di ricerca, sostanzialmente compatibili tra loro. Nell’ambito psicologico la scelta di fornire una definizione coerente e condivisibile di “gruppo” espone sempre a due tipi di rischi concettuali, allo stesso tempo uguali e opposti. Se si opta per una definizione complessa della fenomenologia e della natura della gruppalità, il pericolo è quello di creare confusione tra i diversi livelli interpretativi che rispondono alla diversità delle discipline scientifiche – sociologia, antropologia, filosofia, psicologia – e che danno visioni e comprensioni dell’oggetto in esame spesso apparentemente inconciliabili. In un secondo caso, quando si cerca di fornire invece una “definizione operativa” e quindi “satura” del concetto di “gruppo”, l’inevitabile errore potrebbe essere quello di
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Le Dipendenze Patologiche
Epitetto scriveva che nessun individuo può considerarsi libero se non è padrone di se stesso. In un certo qual senso,
Il Pensiero: teoria e clinica
“L’uomo è visibilmente fatto per pensare; è tutta la sua dignità e tutto il suo mestiere” (Blaise Pascal, I Pensieri). Il pensiero rappresenta l’espressione più significativa della natura umana e la caratteristica più importante della sua specificità. Storicamente, lo studio dei processi di pensiero è stato dominio della tradizione speculativa e scientifica che, a partire dalle digressioni filosofiche di Aristotele, ha focalizzato l’attenzione sullo studio della logica e, quindi, delle regole alle quali il pensiero, per risultare realistico ed adattativo, deve conformarsi sulla base dei concetti e dei giudizi. In via differenziale rispetto ai principi della logica e alla sua interpretazione marcatamente contenutistica, le teorie psicologiche applicate allo studio del pensiero muovono dal presupposto secondo cui, nelle sue molteplici forme ed espressioni, l’attività psichica ha sempre una valenza bio/psico/sociale che ne definisce struttura e funzioni. In base a questa impostazione, con il termine “pensiero” si indica una organizzazione psichica altamente complessa, organizzata secondo il principio di realtà ma non limitata ai
Meccanismi di difesa: teoria e clinica
L’Io si avvale di diversi procedimenti per essere all’altezza del proprio compito, per evitare pericoli, angoscia, dispiacere […] Noi chiamiamo questi procedimenti “meccanismi di difesa” (Freud, S., Analisi terminabile e interminabile, 1937). Nel 1894 Sigmund Freud descrisse per la prima volta l’esistenza di meccanismi inconsci che in quel momento indicò con il termine generico di “rimozione”. La sua ipotesi muoveva dal principio che tali meccanismi erano volti a proteggere l’individuo da conflitti, idee ed emozioni spiacevoli (De Blasi, 2009). Nella letteratura freudiana le difese dell’Io sono teoreticamente concettualizzate attraverso una analisi delle loro proprietà fondamentali. Da ciò si evince che: 1) sono lo strumento principale con cui il soggetto gestisce gli istinti e gli affetti; 2) sono inconsce; 3) sono discrete l’una rispetto all’altra; 4) tendono a essere reversibili; 5) possono essere sia adattive che patologiche. Il termine “resistenza”, che Freud nel 1899 definì come “qualsiasi cosa disturbi l’andamento del lavoro analitico”, descrive il “muoversi” della difesa all’interno della relazione