Il Gruppo in Psicologia

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Che cosa è un gruppo?

Ci sembra necessario premettere una riflessione, il più possibile sintetica e coerente, che aiuti a definire cosa sia un “gruppo”.

Consapevoli dei rischi che occorrono in ogni tentativo di sintesi, in primo luogo è ovvio affermare che il “gruppo” può essere studiato attraverso diversi orientamenti di ricerca, sostanzialmente compatibili tra loro.

Nell’ambito psicologico la scelta di fornire una definizione coerente e condivisibile di “gruppo” espone sempre a due tipi di rischi concettuali, allo stesso tempo uguali e opposti.

Se si opta per una definizione complessa della fenomenologia e della natura della gruppalità, il pericolo è quello di creare confusione tra i diversi livelli interpretativi che rispondono alla diversità delle discipline scientifiche – sociologia, antropologia, filosofia, psicologia – e che danno visioni e comprensioni dell’oggetto in esame spesso apparentemente inconciliabili.

In un secondo caso, quando si cerca di fornire invece una “definizione operativa” e quindi “satura” del concetto di “gruppo”, l’inevitabile errore potrebbe essere quello di scivolare in un paradigma riduzionistico, che circoscrive il fenomeno a un numero limitato di valenze concettuali, e, pertanto, tendenti all’autoreferenza.

La realtà, quindi, è che il gruppo è un oggetto d’indagine altamente complesso, con caratteristiche che dipendono dalla peculiarità degli individui che lo compongono, dalla cultura di riferimento, ma, allo stesso tempo, con una qualità e una natura “sovrapersonale” che va al di là del singolo e dell’evidenza del suo “essere presente”.

E’ possibile dunque operare una sintesi concettuale che sia allo stesso tempo “operativa”, cioè scientifica e condivisibile, ma anche “insatura”, cioè euristica e comprensiva delle diverse definizioni?

Se espresso in questi termini, il problema sembra presentarsi sulla base del tentativo di armonizzare le tre differenti accezioni con cui nel campo della psicologia psicodinamica generalmente viene identificato l’ “organismo” gruppo:

  • “Gruppo” come contesto relazione ed esperienza che l’individuo fa entro le organizzazioni di appartenenza;
  • “Realtà gruppale” come indicatore di una fantasia, un prodotto mentale che va al di la del contesto pratico definito dall’organizzazione;
  • “Gruppo” come “spazio patologico” o, al contrario, strumento e “luogo terapeutico”.

Su un piano etimologico, la parola “Gruppo” risale al germanico “Kruppa” (‘massa rotonda’), che nello sviluppo e nell’accezione tardo–latina di “Cruppa(m)” (‘grosso cavo’) può essere confrontato con il termine “Groppo” (‘groviglio’, ‘nodo’, ‘viluppo’ o ‘turbine dovuto all’incontro di folate provenienti da direzioni diverse’).

Culturalmente, le teorie sulla relazione tra l’individuo e i gruppi nascono con il pensiero riflessivo (Scialpi, 2008).

Ad un’indagine storica, l’antico concetto di Logos denotava la Ragione e l’ordine di parole ed oggetti superiori – come il discorso ed il rapporto matematico – e costituiva la fonte di ogni legge umana basata sulla meccanica dei processi fisici.

In filosofia, l’Idea Suprema di Platone e la Ragione Universale degli Stoici concepivano il mondo come un’Unità cosmica, perfetta nella dinamica e nella reciprocità di ciascuna delle singole componenti con l’insieme.

Se gli Stoici percepivano la vita virtuosa come relazione dell’anima con Dio, Aristotele, inaugurando una filosofia più laica, considerava invece la morale sociale a partire dai rapporti istituiti tra cittadino (animale sociale e politico) e Stato.

Nello sviluppo della storia del Pensiero e nei suoi successivi approfondimenti, il Logos (sia dal punto di vista teologico che politico) rappresentò il trait d’union tra l’individuo e i molti, il principio regolatore che riconduceva i molti al singolo e l’uomo a Dio.

Da un punto di vista sociologico, inoltre, andava a significare l’opera di unificazione fra la coesione sociale e la libertà individuale.

Integrando i diversi paradigmi, su un piano prettamente filosofico emerge come l’Uno non sia stato pensato come una semplice valenza numerica e tende ad esprimere meglio l’unità di concettualizzazione dell’Idea, in quanto elemento distinto dalla molteplicità dell’esperienza sensoriale (che paradossalmente è anch’essa singolare, individuale, unica, isolata); in tal senso, l’“uno” è distinto dall’“Uno”.

Le strutture fondamentali della filosofia occidentale furono create dagli antichi greci.

Fin dal principio, i filosofi greci si interessarono alla relazione tra l’individuo ed il molteplice, alla ricerca dei mattoni ultimi dell’universo, dei suoi contenuti e, quindi, dell’uomo.

In tal senso, le speculazioni teoriche erano indirizzate a comprendere meglio le unità complesse – attraverso una conoscenza degli atomi o degli elementi di cui si supponeva fossero composte – al fine di studiare la libertà individuale in relazione alla coesione sociale.

Gli antichi pensatori cercavano l’unificazione e l’interezza, apposta al caos dell’esperienza sensoriale: contro il pericolo dell’indifferenziazione, l’unicità della coscienza e delle idee forniva una sintesi equilibrata dell’organizzazione fenomenica. In termini di ‘essenza’ sovradeterminata e distinta dagli altri elementi naturali e dall’uomo, l’Uno venne quindi concepito come un tutto indipendente,

Se si esclude la filosofia propria al misticismo, raramente il principio unificatore, trascendente ed astratto, venne dichiarato all’interno di una dimensione concreta ed esperienziale.

É possibile che ogni forma di co-partecipazione fosse concepita in termini di “svantaggio”, sostenuto dall’idea che quanto più le relazioni diventano strette e dirette, tanto più possono alimentare l’aggressione, l’erotismo o le emozioni.

Il problema fondamentale delle digressioni filosofiche fu sempre caratterizzato dalla necessità di connettere l’individuo all’Uno senza annientare il primo o generare una fenomenologia caotica ed indifferenziata dei rapporti, delle relazioni e dell’insieme.

Se in questa forma di Pensiero gli elementi indesiderati risultano “isolati”, “controllati” o “sublimati” in attività sostitutive di vario tipo, la conseguente definizione di gruppalità appare molto lontana dal descrivere una specifica organizzazione sociale, o per molti aspetti:

“[…] capace di fornire una competizione convenzionale. Il comportamento vincolato, le manifestazioni ritualistiche, i gesti di amore fraterno, la dispersione per mezzo della distanza territoriale, la strutturazione gerarchica e le manipolazioni operate sul numero e sulle dimensioni sembrano svelarsi come tentativi di assimilare l’aggressività in senso produttivo anziché distruttivo” (De Marè, Prospettive di psicoterapia di gruppo, 1972).

L’uomo primitivo vagava per la terra in gruppi relativamente piccoli, di 50/60 persone, e molte società, in particolar modo quelle feudali, erano fondate su ristretti aggruppamenti di risiedenti in piccole aree di territorio.

La gruppalità, inoltre, esprimeva il suo significato sociale in una dimensione prettamente ritualistica:

“[…] la stessa parola “rituale” è derivata dal greco e significa “numero” (come inteso in aritmetica) e in essa si può vedere una progressione di controlli dell’aggressività diretta alla parola, alla mitopoiesi, al rituale, al ragionamento, alla logica, alla matematica, alla scienza, a tutte le attività che implicano la comunicazione, implicano che si sappia come stabilire e mantenere una rete completa di comunicazione tra l’uomo ed i molti: la comunicazione, ovvero il Logos” (De Marè, 1972).

Dalla tradizione dell’antica Grecia risale anche l’utilizzo della gruppalità in ambito medico, per la cura dei disturbi somatici e psichici.

I Ièroi Lògoi di Elio Aristide (II secolo a.c.), infatti, tramandano la prova di come questa pratica venisse già adottata nell’Asclepeio di Pergamo allo scopo di agevolare le terapie farmacologiche e l’interpretazione dei sogni (Neri, 1998).

Sulla scia della tradizione filosofica classica, Descartes (Discorso del metodo, 1637) avanzò i presupposti per i fondamenti di una nuova concezione epistemologica e scientifica: l’analisi, la misurazione e quindi la quantificazione, la qualificazione e la verifica sperimentale degli oggetti di indagine escludevano tutti i fini ed i fatti non afferrabili per mezzo della percezione sensoriale.

Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, i limiti della filosofia di Cartesio furono rilevati soprattutto nell’ambito delle scienze sociali, impegnate nel tentativo di spiegare e comprendere dati meno tangibili e misurabili (quali ad esempio il comportamento finalizzato o le emozioni), per passare, così, da un’impostazione di tipo teorica ad una maggiormente pratica.

Parallelamente, il metodo empirico/sperimentale elaborato da Helmhotz, Weber, Fechner, Wundt e Tichener, tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento, si dimostrava solo parzialmente applicabile alla totalità ed alla complessità dei fenomeni e dei comportamenti umani.

Nel sforzo di superare questa impasse metodologica e fornire una nuova logica esplicativa dei rapporti fenomenomenici (ripreso dalla fenomenologia di Husserl, dagli psicologi della Gestalttheorie, Wertheimer, Kohler, Koffka, e dalla psicologia topologica di Kurt Lewin), Brentano (Psicologia dal punto di vista empirico, 1874) fu il primo ad introdurre il concetto di “intenzionalità”, spostando l’accento dalla struttura alla funzione, dalla sostanza al processo.

Nell’accezione di Brentano, l’Intentio è una capacità individuale di rappresentazione sociale verso l’altro (tipica degli atti psichici che si dirigono verso un oggetto), che è diverso dall’atto di intendere, ma non estraneo perché potenzialmente tangibile: l’oggetto conosciuto è al tempo stesso indipendente dall’atto e immanente in esso.

In base a tale impostazione, il rapporto tra la psiche ed i suoi oggetti non andava pensato come quello tra un recipiente ed i suoi contenuti, bensì come un “riferirsi a” che per sua natura si apre all’esterno (Scialpi, 2008).

Parallelamente, verso la seconda metà del diciannovesimo secolo, anche i limiti dell’approccio meccanicistico proposto da Newton divennero evidenti (Matthiew, Storia della filosofia, 1967).

Alla teoria quantistica del fisico Max Plank (1900) seguì la formulazione fotoelettronica di Einstein (1906): la teoria della relatività fu sviluppata a partire dalla teoria del campo unificato, che verteva, nello specifico, sulla relazione tra materia e campo, massa ed energia (De Marè, 1972).

Questa matrice filosofica e scientifica affiancò le discipline a carattere umanistico, sociologico e psicologico, che preparavano la via per l’indagine di qualità inosservabili e di fenomeni che potevano essere dimostrati solo nei loro effetti.

Nell’interpretazione storica di De Marè in Prospettive di psicoterapia di Gruppo (1972):

“[…] questo approccio può essere definito “la seconda rivoluzione scientifica”. L’uomo si colloca in qualche punto tra il mondo del macrocosmo e quello del microcosmo, il “minuscolo e terribile campo interno dell’atomo”, dove la divisione tra soggetto ed oggetto, tra osservatore ed osservato, non è più definita e precisa. I fisici non si pongono né rispondono più a questioni sul “perché”; gli oggetti sono la somma di qualità che esistono soltanto nella mente, e perciò sono costruzioni della coscienza. L’assenza di determinismo […] è governata da leggi statistiche e da approssimazioni probabilistiche, di modo che si riesca a predire i mutamenti futuri della popolazione complessiva, ma è incapace di predire cosa farà il singolo individuo. Ciò diede a Lewin la guida per usare analoghi modelli per le sue concezioni; Freud aveva ancora da operare soltanto con la prima legge della termodinamica, la meccanica classica della scienza newtoniana, la conservazione dell’energia.”

Su un piano storico–culturale, l’interesse per lo studio sistematico dei fenomeni psicologici collettivi (nei piccoli come nei grandi gruppi) sembra emergere da esigenze pratiche all’interno di particolari ambiti sociali.

A questo studio fu data una duplice finalità, conoscitiva e d’intervento.

Per gli strati “governativi”, “dirigenziali”e “sindacali” della società, risultò importante trovare una risposta a quesiti di fronte ai quali le vecchie scienze umanistiche non potevano che proporre descrizioni e considerazioni troppo generali, poco specifiche e poco determinate nel “trattare” le situazioni concrete di tutti i giorni (Funari, Soro, 1978).

Negli ambienti scientifici si cercò quindi di studiare quali “leggi” regolano il comportamento di una massa di individui che sono stati alienati da un ambiente fino ad allora conosciuto, in cui le tradizioni e le consuetudini potevano fornire dei modelli prestabiliti.

Di conseguenza, l’oggetto d’indagine si spostò sulle circostanze che favoriscono la capacità di cooperare in un processo produttivo e prolungato nel tempo.

Questi cambiamenti produssero una nuova epistemologia sociale, volta all’interpretazione di fenomeni collettivi fino ad allora sconosciuti.

Il sociologo americano Lewis Mumford (Tecnica e cultura, 1934; La città nella storia, 1961) introdusse il concetto di “periodo eotecnico” per definire la fase anteriore alla rivoluzione industriale”, che si sviluppò all’interno di un momento storico in cui la vita gruppale era basata soprattutto su dinamiche famigliari e “tribali” e, solo in seguito, sulla più plastica struttura della proprietà feudale.

In questa dimensione epocale, il piccolo gruppo primario aveva un ruolo predominante: ogni individuo occupava in modo consapevole il proprio posto, la propria funzione, i propri diritti e doveri, ed ogni gruppo riconosceva il suo ruolo nel connettersi e nel contribuire al mantenimento e allo sviluppo della società (Phillis, La prima rivoluzione industriale, 1967).

Il singolo si poteva identificare nell’appartenenza a un piccolo gruppo produttivo, che, diversamente rispetto alle successive strutturazioni sociali, proteggeva dall’isolamento e dalla categorizzazione in una vasta ed anonima “classe industriale”.

Di riflesso, i sostanziali mutamenti della rivoluzione industriale coinvolsero l’intero assetto della cultura occidentale: ad esempio, nella musica, fino ad allora formalmente convenzionale, furono espressi atteggiamenti “sociali” più che “personali”, tali da “sostituire” la celebrata eleganza formale di Mozart, in cui ogni nota ed ogni frase sembra esprimere una posizione preordinata, con l’immenso individualismo di Beethoven o con l’angoscia personale di Ciajkovskij.

La fase immediatamente successiva, denominata da Mumford “paleotecnica”, fu invece caratterizzata dalla scoperta di nuovi materiali e fonti di energia, per cui la competenza sociale richiedeva specifiche metodologie d’intervento, diverse capacità competitive ed una maggiore precisione per mantenersi all’altezza delle massificate esigenze di produzione (Phillis, 1967).

Questo clima culturale influenzò in modo sostanziale la prospettiva filosofica: se Descartes (1596–1650) si orientò verso una metodologia d’indagine ad indirizzo razionalistico e, quindi, più compatibile con una valutazione “scientifica” dei fenomeni, a partire da Bacone e Hobbes, gli empiristi inglesi misero in dubbio le dottrine medioevali dell’epoca e chiarirono innumerevoli ipotesi assunte precedentemente senza verifica. L’esperienza e l’empirismo divennero le cartine di tornasole per un’analisi del mondo e della mente.

Il nuovo pensiero sociale

Nel seguire l’epistemologia cartesiana, anche le discipline biologiche si armonizzarono con la nuova ideologia del darwinismo sociale applicato all’umanità, secondo cui l’evoluzione è possibile solo attraverso una selezione naturale del più adatto, in un’aperta competizione individuale.

Sebbene il filosofo Petr Kropotkin (Mutual Aid, 1902) documentava una concezione radicalmente contraria (secondo cui la sopravvivenza è felice solo attraverso il raggruppamento), le scienze sociali, che fino ad allora erano state di dominio teologico e meramente speculativo, cominciarono ad emergere in un’ottica “materialistica”, che spingeva all’uso del metodo scientifico fino ad allora adoperato solo nell’ambito delle scienze naturali.

Di conseguenza, anche a livello concettuale, l’individuo si trovava in una condizione di isolamento ed alienazione gruppale, non tanto sul piano dell’intimità privata, quanto, in modo più evidente, rispetto ad un nuovo contesto sociale e pubblico (De Marè, 1972).

Il complesso processo di industrializzazione, sulla scia di un intricato rapporto di causa ed effetto, determinò contemporaneamente una sorta di “rivoluzione demografica”, che coincise con la crescita della popolazione e della produttività (Phillis, 1967).

Il rapido sviluppo aveva determinato fenomeni collettivi di vasto raggio: trasferimento di masse di persone dalla campagna alle aree metropolitane, cambiamenti repentini nelle attività quotidiane dei singoli, nuovi modi di organizzare la produzione economica.

In tal senso, si può affermare che la psicologia sociale e la psicologia dei piccoli gruppi nascono tra la fine del XIX° secolo ed i primi anni del XX° secolo, in risposta ai nuovi problemi ed alle nuove contraddizioni suscitate dai profondi mutamenti della società industriale.

La nuova strutturazione del capitalismo occidentale, tanto in Europa che negli U.S.A., cambiò radicalmente le relazioni umane, oltre che le tecniche di produzione, imponendo profondi e repentini cambiamenti nella società e nel suo insieme.

I fenomeni di massiccia emigrazione o, analogamente, lo sviluppo delle organizzazioni dei lavoratori e il peso dell’“opinione pubblica”, stimolarono un interesse sempre maggiore sulle caratteristiche tipiche dei fenomeni collettivi all’interno di quella che, con una punta di spirito apocalittico, venne definita l’ “era delle folle” (Cruciani, Il lavoro psicoanalitico nei gruppi, 1973).

A cavallo tra il XIX° ed il XX° secolo la cultura americana stava affrontando l’analisi e l’interpretazione dei fenomeni collettivi con una metodologia di ricerca di tipo “riduzionistico” e poco attenta alla complessità delle caratteristiche gruppali.

A tal proposito, De Marè individua un’epistemologia naive, quasi ingenua nella sua miopia verso le regole di interpretazione collettiva su cui, nello stesso periodo, si reggevano invece le scienze umanistiche di produzione europea.

In Europa il rapporto individuo/società era interpretato sulla base di una teoria non circoscritta ad una generica istanza comunitaria, attraverso una rappresentazione “formale” dell’idea di Stato e delle condizioni che ne instaurano il potere e ne mantengono la struttura fondante.

L’ambiente sociale è il campo d’interazione tra l’individuo e la collettività ed i gruppi sono caratterizzati da una prospettiva autonoma e funzionale, più specificamente riferita al rapporto sociale che all’Istituzione Statale.

Lo studio dell’ambiente sociale diventa perciò un modo di rapportarsi ad esso, di dominarlo, di spiegarlo, spesso nei motivi frammentari di ogni giorno (Amerio, Fondamenti teorici della psicologia sociale, 1973).

Questi mutamenti sociali proiettarono il singolo in condizioni nuove di vita, molto più “pubbliche” rispetto al passato.

Il contatto sociale con gli altri o con le opinioni della collettività furono interpretate come caratteristiche gruppali di fondamentale importanza:

“I gesti, i tempi e le parole che il contadino esprimeva sono tutt’altra cosa rispetto a quelli che, in un certo senso, è costretto ad esprimere l’operaio della civiltà industriale. Questo cambiamento naturalmente non fu né spontaneo, né automatico. Ciascuno di noi ha esperienza di episodi in cui la folla, il rumore, le stimolazioni dell’ambiente lo hanno portato a comportarsi in modo che successivamente egli stesso ha giudicato assurdo e non abituale, É in questa nuova situazione storica che la psicologia sociale trae un motivo se non una sua completa origine” (Amerio, 1973).

In un periodo storico così complesso, la psicologia stava affrontando nuovi problemi sociali: come reagisce un individuo costretto a rimanere in contatto costante con altri individui?

Quali possono essere le reazioni all’esperienza di un ambiente condiviso? É più influenzabile un individuo o una folla? Qual è la natura degli elementi che incidono sul comportamento del singolo all’interno di un’organizzazione regolata attraverso norme chiare e definite?

Il nuovo “pensiero sociale” necessitava di risposte più efficaci, diverse rispetto a quelle del passato che spesso tendevano a distinguere gli aspetti psicologici da quelli sociologici (Durkheim, Le regole del metodo sociologico, 1901).

Le evidenti problematiche di adattamento sociale contribuirono a caratterizzare la ricerca psicologica verso una disciplina che avrebbe inteso la coscienza come uno “strumento” finalizzato alla mediazione tra l’organismo e l’ambiente.

Con G.Le Bon (Psicologia delle folle, 1895), E.A.Ross (Social control: a survey of fondations of order, 1901), Cooley (Natura umana e ordine sociale, 1902; L’organizzazione sociale, 1909) e W.Mc Dougall (The group mind, 1905), nello stesso periodo si registrò lo sviluppo di una psicologia ad indirizzo prettamente sociale, espressione di un‘epoca caratterizzata da una moltitudine di individui in reciproca interazione.

All’inizio del ventesimo secolo, l’impostazione teorica di Ross esprimeva le prime ricerche volte allo studio della struttura sociale nei suoi dettagli psicologici: è il caso della cosiddetta “realtà psicologica di gruppo” che porterà in seguito ad un autonomo filone di ricerca e alla psicologia dei piccoli gruppi.

Parallelamente, Cooley diede un avvio fondamentale alle nuove scienze sociali, esaltando la funzione del gruppo primario come elemento base di sopravvivenza per l’individuo e per la collettività: il gruppo primario è caratterizzato dalla funzione di formare la natura sociale e gli ideali dell’individuo, per mezzo della quale l’Io si identifica con la vita e con gli scopi comuni del gruppo all’interno di una totalità sovra-personale che può essere espressa attraverso un “Noi” (De Marè, 1972).

La nuova disciplina psicologica, che integrava il rapporto individuo/ambiente con i problemi di adattamento, trovò la sua matrice epistemologica a partire dalla filosofia pragmatistico/funzionalista di stampo nordamericano (C.S. Peirce, W. James), nella cui evoluzione teorica il focus interpretativo verteva sulle finalità delle azioni umane e sui comportamenti rispetto alle funzioni.

La storia più recente della psicologia ad orientamento sociale, a partire dalla seconda metà del XX° secolo, esprime lo sforzo di comprendere in modo più unitario e globale il comportamento umano, sia individuale che intersoggettivo e, quindi, gruppale.

In tal senso, risultò evidente il contributo acquisito da altri modelli psicologici, non specificatamente orientati verso una “applicazione” sociale: cognitivismo, comportamentismo, psicoanalisi.

Per la psicologia dei piccoli gruppi fu importante il concetto di “campo”, “totalità” e “spazio psicologico” (Lewin, Principi di Psicologia Topologica, 1936), attraverso cui il gruppo veniva inteso come qualcosa di diverso dalla somma dei singoli individui che lo compongono.

Tale concetto sosteneva la rappresentazione di una mente del gruppo, che individua, in analogia alla mente dell’individuo, i processi psicologici collettivi al pari di un “organismo” vitale, avente una sua precisa dimensione, specifica e non coincidente con le menti degli individui di cui è composto.

Il carattere di totalità e di struttura conferivano al gruppo una realtà esperienziale che ne fa di per se stesso oggetto di studio. Nell’idea di gruppo come unità sovradeterminata, l’accento viene posto sia sui legami tra soggetti (e quindi sulla maggiore o minore forza di questi legami rispetto al fenomeno della coesione collettiva), sia sulle forze che il gruppo possiede per mantenersi unito e sulle dinamiche che invece tendono alla disgregazione.

Lo studio sulla coesione di gruppo e sulla sua compattezza si sviluppò dall’analisi complessa dei processi e delle strutture. In via differenziale rispetto alla prospettiva psicologico–sociale, la cultura psicoanalitica s’interessò invece alla vita inconscia ed affettiva del gruppo.

L’approccio freudiano, in via differenziale rispetto alle altre discipline, focalizzava l’attenzione sui legami libidici che non appaiono all’osservazione diretta, andando ad alimentare una metodologia di ricerca originale ed altamente complessa.

 

 

 

 

 

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