Psicologia delle masse e analisi dell’Io

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Il contributo di Freud allo studio dei gruppi

Dall’accezione teorica di Claudio Neri, possiamo segnalare come le idee più importanti per un approccio psicoanalitico al gruppo siano state elaborate in un arco di tempo di circa cinquant’anni, quello che intercorre tra Totem e Tabù (1912/1913) di S. Freud ed Esperienze nei gruppi (1961) di W. R. Bion. Durante questo periodo ci furono molti cambiamenti nel modo di concepire il gruppo: tra il “gruppo-massa” di cui aveva parlato Freud e quello di cui si interessò Bion vi sono numerose e significative differenze (Neri, Gruppo, 1998).

Lo studio che Freud intese operare sulle dinamiche dei gruppi, quindi, pur non rientrando in modo specifico nell’ambito della teoria e delle tecniche che caratterizzano le metodologie gruppoanalitiche (come al contrario accade per la metodologia inaugurata da W.Bion) dimostrano indiscutibilmente un alto valore metapsicologico e speculativo.

In primo luogo, il saggio “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, opera in cui Freud si propose di dare risposta alla domanda su quale fosse l’anima della gruppalità, è decisamente importante se visto in merito alla sua specifica collocazione cronologica.

Il testo, infatti, risale al 1920, a sei anni di distanza da Introduzione al Narcisismo (1914), dove per la prima volta il “narcisismo” esce dall’ambito psicopatologico per diventare una funzione e un processo dello sviluppo psichico e relazionale, e anticipa l’Io e L’Es (1922), opera in cui viene sancito il fondamentale passaggio teorico da una prima topica (in cui l’analisi era focalizzata sui meccanismi dinamici che intercorrevano tra i sistemi Conscio, Preconscio ed Inconscio del mondo psichico) a quella che viene indicata come seconda topica, in cui l’attenzione psicoanalitica circoscrive l’importanza del conflitto tra quelle indicate come le tre fondamentali strutture dell’apparato psichico, le sue “tre province” e cioè, l’Io (la “sede” del principio di realtà), l’Es (il coacervo di pulsioni ed istinti che rispondono al principio di piacere) e il Super-Io (l’istanza interna giudicante che determina ciò che è moralmente giusto da ciò che non lo è).

D’altro canto, al di là di questo tipo di rilevanza storica in seno all’evoluzione della letteratura freudiana, Psicologia delle masse ed analisi dell’Io risulta essere un lavoro caratterizzato da grande valore euristico, di grande eleganza teorica, tale per cui la sua applicazione concettuale scavalca lo scorrere del tempo e può essere considerata significativa anche per spiegare e comprendere i fenomeni della gruppalità allargata a noi contemporanea e quelli che caratterizzano la società moderna.

In sintesi, Freud incominciò ad interessarsi ai fenomeni di massa per almeno due motivazioni esplicite: la prima può essere considerata come una risposta teorica e culturale agli sconvolgimenti sociali e politici che dopo la prima guerra mondiale sarebbero ben presto sfociati nei tragici fenomeni nazionalsocialisti; la seconda risponde al tentativo di conferire alla psicoanalisi lo status di scienza autonoma, in quanto applicabile ad un’estesa varietà e moltitudine di questioni umane. Nell’intraprendere la disamina verso la comprensione psicoanalitica dei fenomeni di gruppo, Freud cita inizialmente Gustav Le Bon, sociologo e letterato francese di fine ottocento, che con l’opera Psychologie des foules (1895) aveva tracciato un attento profilo descrittivo degli individui calati in una realtà umana definita, appunto, “massa”:

Ciò che più ci colpisce di una massa psicologica è che gli individui che la compongono – indipendentemente dal tipo di vita, dalle occupazioni, dal temperamento o dall’intelligenza – acquistano una sorta di anima collettiva per il solo fatto di trasformarsi in massa. Tale anima li fa sentire, pensare ed agire in un modo del tutto diverso da come ciascuno di loro – isolatamente – sentirebbe, penserebbe e agirebbe. Certe idee, certi sentimenti nascono e si trasformano in atti soltanto negli individui costituenti la massa. La massa psicologica è una creatura provvisoria, composta di elementi eterogenei saldati assieme per un istante, esattamente come le cellule di un corpo vivente formano, riunendosi, un essere nuovo con caratteristiche ben diverse da quelle che ciascuna di queste cellule possiede” (Le Bon, 1895).

Le Bon, dunque, riteneva che nella massa le caratteristiche specifiche e razionali dell’individuo andassero perdute, scivolando, attraverso una sorta d’influsso ipnotico generato dal contagio e dalla suggestione, in un libero sfogo degli aspetti più ancestrali e “selvaggi” della natura umana, nell’inconscio razziale, nell’irresponsabilità, nell’esaltazione di comportamenti antisociali, nell’onnipotenza, in una totale e pervasiva “acriticità”. Nell’idea di Le Bon, su un piano fenomenologico, analizzando il comportamento del singolo nella realtà gruppale di massa, si verificano alcuni essenziali “fatti” psicologici:

  • Abbassamento del livello delle prestazioni intellettuali e dell’autoconsapevolezza;
  • Accrescimento incontrollato del livello dell’emotività e del senso di responsabilità;
  • Uniformità dei comportamenti e abolizione dell’eterogeneità;
  • L’individuo diventa un “bambino indisciplinato” o un “selvaggio passionale”.

Da queste premesse, quindi, risulta che:

“L’individuo […] non è consapevole di quel che fa. In lui, come nell’ipnotizzato, talune facoltà possono essere spinte a un grado di estrema esaltazione mentre altre sono distrutte. L’influenza di una suggestione lo indurrà a con irresistibile impeto a compiere certi atti. E l’impeto risulterà ancor più irresistibile nelle masse piuttosto che nel soggetto ipnotizzato, giacchè la suggestione, essendo identica a tutti gli individui, aumenta enormemente poiché viene reciprocamente esercitata […] egli non è più lo stesso, ma un automa, incapace di essere guidato dalla propria volontà” (Freud, 1921).

E’ evidente come e quanto Le Bon, il cui pensiero è sicuramente frutto del contesto storico e politico nel quale visse, abbia inteso descrivere l’individuo che partecipa ai fenomeni di massa come un essere capace di portare il comportamento illogico e irrazionale fino all’estremo, che si nasconde dietro l’anomia della moltitudine e della folla per rendersi protagonista di comportamenti “animali” e trasgressivi, spingendosi fino al limite della legalità e del pericolo di infrangere le più elementari norme di condotta sociale.

Le conclusioni a cui giunse Le Bon, tuttavia, lasciavano insoddisfatto Freud, non solo per il carattere eccessivamente sociologico dell’interpretazione della dinamica dei gruppi, quanto, soprattutto, per il fatto che il “contagio” e la “suggestione”, considerati dallo studioso francese come i principali agenti psichici dei fenomeni di massa, non avrebbero potuto, da soli, spiegare la solidità e la peculiarità del legame istituito tra individui che presi singolarmente sono apparentemente integrati nel tessuto sociale di cui fanno parte mentre, se considerati in una dimensione gruppale, sono potenzialmente autori di comportamenti ed azioni scriteriate ed irrazionali.

Nell’analisi sulle caratteristiche della massa, Freud prese quindi in considerazione le teorie di un altro autore a lui contemporaneo: William McDougall.

Con The Group Mind, un interessante scritto del 1920, McDougall aveva operato una prima fondamentale distinzione teorica all’interno dei fenomeni gruppali, individuando due forme di socialità condivisa: la “massa” (crowd) ed il “gruppo” (group).

Per parlare di “gruppo”, seguendo McDougall, si doveva in primo luogo operare una definizione differenziale rispetto alla “massa” in ordine di un primo e fondamentale principio di organizzazione.

Il “gruppo”, infatti, è, “rispetto alla massa”, organizzato perchè si verificano alcune essenziali condizioni:

  • è composto da persone che si incontrano sulla base di un criterio temporale e spaziale allargato, per cui l’interazione tra singoli non è fugace, occasionale e transitoria ma stabile e stabilita nel tempo e in uno spazio condivisibile;
  • ha una propria cultura condivisa, conosciuta e riconosciuta come tale dai membri che ne fanno parte,
  • si identifica anche grazie alla distinzione operata al suo interno dai membri che lo compongono rispetto ad altri gruppi;
  • è, al suo interno, specializzato secondo specifiche funzioni attribuite e/o assegnate ad individui che fanno parte di sottogruppi interni e che lavorano per obiettivi comuni.

Il pensiero di McDougall si distingueva per alcune fondamentali accezioni:

  • uno spiccato interesse per la teoria della personalità di cui la teoria della psicologia collettiva è ritenuta una conseguenza;
  • una teoria della natura umana (purposive psychology = vita psicologica come risultato dell’azione di una serie di spinte pulsionali, ciascuna delle quali è tesa verso uno scopo);
  • maggiore attenzione per la collocazione e la differenziazione della psicologia collettiva rispetto alle altre scienze umane;
  • maggiore preoccupazione per il modo in cui organizzare i gruppi e non per criminalizzarli o usarli come forza d’urto per conquistare il potere (a differenza dell’impostazione sociologica che emergeva dagli scritti di Le Bon).

Da tali premesse risultava evidente un’idea ben precisa di “mente gruppale”:

[…] gli scopi della psicologia di gruppo sono allora esaminare il concetto di mente collettiva o di gruppo […] mostrare i principi generali della vita mentale di individui isolati; distinguere i principali tipi di vita mentale collettiva o di mente di gruppo […] raggiungere una visione comprensiva e sintetica della vita dell’umanità” (W. McDougall, 1920).

Questa “mente collettiva”, pertanto, emerge come:

“ […] un sistema organizzato di forze mentali dotate di uno scopo; e, nel senso così definito, ogni società umana altamente organizzata si può propriamente dire che possieda una mente collettiva. Questo perché le azioni collettive che costituiscono la storia di ciascuna società di questo genere sono condizionate da una organizzazione che può essere descritta solo in termini di mente, e che tuttavia non è compresa all’interno della mente di nessun individuo; la società è piuttosto costituita dal sistema di relazioni che si ottengono fra le menti individuali che la compongono” (ibidem).

e non è priva di significativi paradossi:

“ […] la partecipazione alla vita di gruppo degrada l’individuo, rende i suoi processi mentali simili a quelli della folla, la cui brutalità, inconsistenza, e irragionevole impulsività sono state il tema di molti autori: tuttavia solo con la partecipazione alla vita di gruppo l’uomo può diventare completamente umano, soltanto così può sollevarsi al di sopra del livello del selvaggio…l’organizzazione del gruppo controlla queste tendenze degradanti; i migliori tipi di organizzazione rendono la vita di gruppo la grande influenza nobilitante grazie all’aiuto della quale l’uomo può sollevarsi un poco al di sopra degli animali e può anche aspirare ed avere qualcosa in comune con gli angeli” (ibidem).

Ciò che distingue qualitativamente il lavoro di Freud da quello dei principali studiosi della sua epoca, in particolar modo Le Bon e McDougall, è la capacità di saper individuare i meccanismi e i processi psicodinamici che sono alla base della metamorfosi dei comportamenti individuali all’interno di una massa e come questi determinino l’architettura e l’intensità del legame gruppale.

Per spiegare l’anima della massa e il suo scheletro funzionale, in primo luogo, Freud anticipa l’importanza e la forza di un’istanza psichica inconscia, individuata come “Ideale dell’Io”.

Sul piano della dinamica psichica, l’“Ideale dell’Io” si pone come parte integrante del “Super-Io”, ossia il sistema interiorizzato dei valori che indica e giudica la “giusta morale”, e, al contempo, ne rappresenta la controparte, appunto, “ideale”, verso cui l’individuo tende al fine di soddisfare, in modo adattivo, il proprio nucleo narcisistico, le proprie umane ambizioni, la propria autostima.

L’Ideale dell’Io, dunque, raccoglie l’eredità del narcisismo originario nel quale l’Io del bambino, in un certo senso, “bastava a se stesso”.

Pertanto, fa proprie, assorbendole, le richieste che l’ambiente esterno pone all’Io e a cui l’Io non sempre si dimostra pari, di modo che, qualora non possa essere soddisfatto del proprio Io in quanto tale, l’uomo possa trovare la propria soddisfazione nell’Ideale dell’Io differenziatosi, appunto, dall’Io.

Inoltre, in quanto elemento psichico di riferimento, assolve alcune specifiche funzioni, tra cui: 1) auto-osservazione, 2) coscienza morale, 3) censura onirica, 4) influsso determinante nel processo di rimozione.

Per queste caratteristiche, l’ottica di lettura freudiana avvicina altresì l’Ideale dell’Io al fenomeno dell’innamoramento:

“ […] nello stato di innamoramento una quantità notevole di libido narcisistica straripa sull’oggetto […] in talune forme di scelta amorosa […] l’oggetto serve a sostituire un proprio non raggiunto ideale dell’Io. Lo si ama a causa delle perfezioni cui abbiamo mirato per il nostro Io e che ora, per questa via indiretta, desideriamo procurarci per soddisfare il nostro narcisismo […] l’Io diventa sempre meno esigente, più umile, l’oggetto sempre più magnifico, più prezioso, fino ad impossessarsi da ultimo dell’intero amore che l’Io ha per sé, di modo che, quale conseguenza naturale, si ha l’autosacrificio dell’Io. L’oggetto ha divorato l’Io.”

Oltre a ciò:

“ […] in ogni caso di innamoramento, sono presenti segni di umiltà, di limitazione del narcisismo, di autodanneggiamento; nei casi estremi, non fa altro che esaltarli, e, per effetto del ritirarsi delle pretese sensuali, dominano incontrastati. Ciò avviene soprattutto nei casi di un amore infelice […] contemporaneamente a tale “dedizione” dell’Io all’oggetto […] le funzioni conferite all’ideale dell’Io vengono interamente meno. La coscienza morale cessa di applicarsi a tutto ciò che giova all’oggetto; nell’accecamento amoroso si può divenire criminali senza provarne rimorso. L’intera situazione può essere esaurientemente compendiata in una formula: l’oggetto ha preso il posto dell’ideale dell’Io” (Freud, 1921).

Il secondo meccanismo individuato da Freud per spiegare la natura del vincolo gruppale è quello dell’“identificazione” che, su un livello psicoanalitico, si arricchisce di tre principali caratteristiche: 1) è il primo legame affettivo che si stabilisce tra individui della stessa specie, in particolar modo all’interno del contesto famigliare; 2) può verificarsi per via regressiva in situazioni di particolare contatto emotivo; 3) avviene tra individui all’interno di una interazione in cui si condividono requisiti di estrema similitudine ed affinità, al di là dell’interesse e della meta della pulsione sessuale.[1]

Nell’accezione freudiana, la terza caratteristica che contraddistingue l’identificazione è l’elemento psichico su cui si fonda la base del legame tra gli individui che compongono una realtà gruppale.

Anticipando i principi e la funzionalità dell’Ideale dell’Io e dell’identificazione, Freud fu in grado di individuare le caratteristiche inconsce ed il processo intrapsichico che contraddistinguono un’entità gruppale e la formula di costituzione pulsionale della massa:

Un certo numero di individui che hanno messo un unico oggetto al posto del loro ideale dell’Io e che pertanto si sono identificati gli uni con gli altri nel loro Io” (ibidem).

Per completare l’analisi dei fattori e dei processi psichici attraverso cui va a costituirsi un gruppo-massa, Freud intese soffermarsi sul ruolo assunto in essa da colui che viene individuato come “capo”.

Il capo, il leader di riferimento attorno a cui si vanno a coalizzare le aspettative e i comportamenti degli individui in gruppo, è quella figura carismatica, per prestigio e qualità “naturali” o “acquisite”, che svolge la fondamentale funzione di Ideale dell’Io.[2]

Il ruolo del leader, dunque, assume un significato particolare e idealizzato, in quanto catalizzatore di anime e di ideali, che in virtù di una sorta di capacità magnetica riesce a mobilitare grandi folle di individui e a compattare, sotto una unica egida, azioni e reazioni, opinioni e giudizi, aspettative e speranze.

La forza del leader coincide spesso con la forza del gruppo e, al contrario, la sua caduta o la perdita di prestigio possono determinare la debolezza o il collasso della struttura libidica che, alimentata dalle profonde dinamiche inconsce specificate da Freud, tiene unito un gruppo.

A tal proposito, per meglio spiegare il ruolo del capo, in Psicologia delle masse e analisi dell’Io Freud cita due esemplificazioni letterarie, utili anche a comprendere le dinamiche inconsce alla base di due grandi gruppi/massa “artificiali”, l’Esercito e la Chiesa, tali perché duraturi nel tempo e organizzati all’esterno e all’interno in maniera da essere strutturalmente “stabili”.

La prima si riferisce alla parodia di Nestroy del dramma di Hebbel su Giuditta ed Oloferne, in cui quando un guerriero dell’esercito assiro grida: “Il generale ha perduto la testa!” tutti i soldati, in preda al panico, si danno alla fuga disgregando un assetto bellico considerato per anni invincibile e valoroso.

La seconda riporta un romanzo inglese scritto nel 1903 da Guy Thorne, (pseudonimo di C.Ranger Gull) intitolato Quando fu buio, in cui sono narrati i risvolti drammatici di una cospirazione ordita ai danni del Vaticano, volta a mettere in dubbio la resurrezione di Cristo e, quindi, di conseguenza, l’intero credo cristiano.

Da queste premesse, pertanto, è evidente come il discorso freudiano, pur risalendo a un’epoca storica temporalmente molto distante dalla nostra, abbia tutt’oggi un’enorme valenza esplicativa e risulti di facile ed immediato utilizzo per la comprensione di molti fenomeni di aggregazione sociale che, nel bene e nel male, hanno segnato e segnano la contemporaneità in cui viviamo.

[1] In tal senso Freud parla di “pulsioni sessuali inibite alla meta”, in cui cioè il soddisfacimento libidico non coincide con quello puramente sessuale.

[2] Seguendo Le Bon, per esempio, è possibile specificare una distinzione tra un “prestigio acquisito” o “artificiale”, derivato dal nome, dalla ricchezza, dalla reputazione e un “prestigio personale”, “naturale”, proprio di pochi che per suo tramite diventano capi. Ogni prestigio dipende però anche dal successo e viene perduto causa di insuccessi.

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