Le Dipendenze Patologiche

022334442-86f49ec8-b83f-47a2-985a-284c7a005227Epitetto scriveva che nessun individuo può considerarsi libero se non è padrone di se stesso.

In un certo qual senso, la libertà si svela dunque come una dimensione esistenziale contrapposta alla dipendenza.

Nel linguaggio psicologico, con il termine dipendenza si è soliti intendere una condizione patologica tale per cui la persona perde ogni possibilità di controllo su un’abitudine apparentemente innocua o normalmente routinaria.

L’individuo dipendente, pertanto, non è solo vittima della propria mancanza di volontà, ma soffre di una vera e propria malattia cronica, caratterizzata dalla perdita di controllo sull’uso delle sostanze, su determinate espressioni o agiti comportamentali.

La dipendenza diventa patologica quando è caratterizzata da due elementi fondamentali: la dominanza e la compulsività. La dominanza, nei pensieri, dell’oggetto della dipendenza è prioritaria rispetto alla compulsività del comportamento, mentre ciò che differenzia la semplice compulsività dalla dipendenza è la gratificazione che si accompagna all’azione dell’individuo dipendente.

Dal punto di vista degli effetti è possibile suddividere la dipendenza in: dipendenza fisica, che altera lo stato biologico, e dipendenza psichica, che altera lo stato psichico e comportamentale.

Tradizionalmente il concetto di dipendenza (addiction) è stato limitato all’alcool e alle droghe; negli ultimi decenni, invece, si è sostanzialmente allargato fino a comprendere tutti quei comportamenti di dipendenza che si traducono in azioni rituali di natura compulsiva/ossessiva.

Tra le nuove patologie della nostra epoca sono presenti livelli di dipendenza che oscillano da atteggiamenti routinari sino a quadri clinici severi che possono essere equivalenti, per grado di problematicità, a quelli delle dipendenze da sostanze tossiche già da tempo riconosciuti.

Nell’ultimo decennio si sono prese in considerazione forme di dipendenza comportamentali in cui non è implicato l’intervento di alcuna sostanza chimica.

Queste sono considerate nei termini di Nuove Dipendenze o New Addictions.

Con la parola “addiction” s’intende definire una condizione generale in cui la dipendenza psicologica spinge alla ricerca compulsiva di un oggetto, o di un comportamento, senza il quale l’esistenza dell’individuo diventa priva di significato e tale, da questi, viene percepita.

L’oggetto della dipendenza è in questo caso un comportamento o un’attività generalmente lecita e, quasi sempre, socialmente accettata.

Tra le New Addictions si annoverano la dipendenza dal Gioco d’azzardo, da Internet, dallo Shopping, dal Lavoro, dal Sesso, dal Cibo e dalle Relazioni Affettive.

Per la maggior parte delle persone queste attività rappresentano parte integrante del normale svolgimento della vita quotidiana, ma per alcuni individui possono assumere caratteristiche patologiche, fino a provocare gravissime conseguenze sul piano individuale e sociale.

“Ogni dipendenza è una tossicodipendenza a livello chimico per il nostro corpo e a livello psichico per il nostro spirito. Ma la dipendenza negativa, definita dalla scienza ‘addiction’, non deriva solo da sostanze stupefacenti ma anche da quelle buone come il cibo, l’attività fisica, il gioco, lo shopping compulsivo. La cosa più crudele è l’illusione della libertà” (Pulvirenti, L. Parsi, M.R., Il cervello dipendente. Un’intervista di Maria Rita Parsi, I garanti, 2007).

Negli ultimi anni si è assistito a un’enorme diffusione di queste forme di dipendenze comportamentali, tanto che la letteratura scientifica non ha potuto fare a meno di rivolgervi un attento e specifico interesse.

Dipendenza patologica e contesto sociale

 La dipendenza patologica e il dilagare delle new addictions sono fenomeni psicologici che dimostrano un’importante correlazione con l’evoluzione sociologico-culturale.

L’innovazione tecnologica e la nuova idea di civiltà, da un lato, hanno agevolato lo sviluppo di questo tipo di dipendenze, generando stress, vuoto e noia, dall’altro hanno stimolano la tendenza all’immediata gratificazione, fornendo idealmente gli strumenti appropriati per raggiungerla, sulla base di un principio, un’idea o un modello, spesso falsi, o idealizzati sino all’estremo.

Il dilagare degli aspetti peggiori del sistema capitalistico ha segnato l’inizio di un’epoca in cui l’uomo sembra avere valore non tanto per ciò che è ma per ciò che possiede.

Erich Fromm (1976), in tal senso, insisteva sul fatto che la società occidentale contemporanea sia tragicamente fondata sull’ “avere” e non sull’ “essere”.

La mentalità sociale e gli ideali culturali hanno subito una rapida e profonda trasformazione, così come i gruppi di individui che da queste due forme di pensiero attingono le proprie condivise ragioni esistenziali.

Soprattutto le nuove generazioni sono sempre più attratte dai meccanismi di una società dei consumi che lancia messaggi martellanti, in cui, come sosteneva Marshall McLuhan (1967), il medium diventa più potente del messaggio, sino a sostituirlo.

L’individuo contemporaneo è quindi indotto alla ricerca di una felicità basata sul possesso di tutto ciò che è piacevole e desiderabile, in modo immediato e senza crearsi troppi problemi, seguendo e subendo modelli spesso imposti dalla cultura dominante.

E’ dunque in questo contesto che si inserisce la problematica psicologica delle “dipendenze”, tema “universale”, che tocca tutti in prima persona perché legato alla ricerca dell’optimum esistenziale.

Illudere che la felicità si possa raggiungere attraverso il possesso ed il consumo è uno degli obiettivi delle società in cui emerge una falsariga sproporzionata di “consumismo”.

Inoltre, si pensa che il dipendere da qualcosa tenga distanti dall’idea della morte o della sofferenza, che, così “esorcizzate”, appaiono lontane, estranee e sfumate.

Essere patologicamente dipendenti da qualcosa, da una sostanza o da un’attività, porta sempre in seno una limitazione della propria autonomia e delle capacità di scelta.

Riacquistare indipendenza e libertà di pensiero è frutto di un processo che necessita invece di un percorso interno spesso faticoso, volto all’acquisizione di consapevolezza, volontà e autostima.

E’ lecito pensare che l’avanzare del progresso tecnologico abbia modificato non solo le abitudini delle persone ma anche il loro modo di esprimersi in situazioni patologiche.

Si pensi per esempio alla poliedricità di Internet: esso non è solamente un utile strumento di comunicazione ma, al contrario, può essere considerato in un’infinità di modi in base al particolare significato che riveste per ciascun individuo o gruppo sociale.

Può semplicemente essere uno strumento di lavoro, di svago, di socializzazione, ma può anche assumere il valore di un mondo parallelo, caleidoscopico e distante da una più sana “tridimensionalità”, virtuale o alternativo a quello reale, nel quale il soggetto può sperimentare nuove forme di comunicazione o relazione che spesso amplificano disagi personali.

E’ facile comprendere come una realtà così complessa possa diventare l’oggetto di una dipendenza, attraverso la quale celare problematiche più profonde e silenziose.

Forme di dipendenza

 L’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) descrive il concetto di dipendenza patologica o di sindrome della dipendenza come “quella condizione psichica e talvolta anche fisica derivante dall’interazione tra un organismo vivente e una sostanza tossica, e caratterizzata da risposte comportamentali e da altre reazioni, che comprendono sempre un bisogno compulsivo di assumere la sostanza in modo continuativo o periodico, allo scopo di provare i suoi effetti psichici e talvolta di evitare il malessere della sua privazione” (Pigatto, 2003).

Attenendosi all’ambito della valutazione psichiatrica, il DSM IV° (quarta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) descrive e sistematizza la dipendenza da sostanze come: “una modalità patologica d’uso della sostanza che conduce a menomazione o a disagio clinicamente significativi”.

Il disturbo viene manifestato da tre (o più) delle seguenti condizioni, che ricorrono in un qualunque momento dello stesso periodo di 12 mesi:

  • “tolleranza”, ossia bisogno di dosi notevolmente più elevate della sostanza per raggiungere l’intossicazione e un effetto notevolmente diminuito con l’uso continuativo della stessa; 2) “astinenza”; 3) la sostanza è spesso assunta in quantità maggiori o per periodi più prolungati rispetto a quanto previsto dal soggetto; 4) desiderio persistente e tentativi infruttuosi di ridurre o controllare l’uso della sostanza; 5) una grande quantità di tempo viene spesa in attività necessarie a procurarsi la sostanza o a riprendersi dai suoi effetti; 6) interruzione o riduzione di importanti attività sociali, lavorative o ricreative a causa dell’uso della sostanza; 7) uso continuativo della sostanza nonostante la consapevolezza di avere un problema persistente o ricorrente, di natura fisica o psicologica, verosimilmente causato o esacerbato dalla sostanza.

La quinta versione del DSM, pubblicata di recente, prevede in materia di dipendenza un’interessante rivoluzione: vengono eliminate le diagnosi di abuso da sostanze e dipendenza a favore della nuova categoria “dipendenze e disturbi correlati”. Questi includono i disturbi da abuso di sostanza, dove ogni tipo di sostanza viene definita con la propria specifica categoria diagnostica. Tale cambiamento interpretativo è giustificato per una migliore differenziazione tra la ricerca compulsiva di sostanze, nell’ambito della dipendenza (“craving”), e la normale riposta di aumento della tolleranza nei casi di pazienti che usano farmaci che alterano il sistema nervoso centrale.

Inoltre, sempre rispetto alle dipendenze, è stata inserita una nuova categoria diagnostica, quella delle “dipendenze comportamentali” in cui è contemplato il “gambling”, ossia la dipendenza da gioco d’azzardo. Alcuni specialisti hanno altresì richiesto l’inclusione, all’interno di questa categoria, anche della dipendenza da internet, ma ancora non esistono dati sufficienti per rendere ufficiale tale inserimento. Al contrario, però, questa diagnosi è inserita in appendice, con lo scopo di promuovere studi sull’argomento.

In generale, la nozione di dipendenza, negli ultimi anni, viene utilizzata per sintomatologie derivate dalla ripetizione di attività per lo più socialmente accettate, che escludono un qualsiasi utilizzo di sostanze. Queste dipendenze sono definite “comportamentali” e si possono quindi classificare come “dipendenze senza droga”.

Sono molte, infatti, le analogie fra le tossicodipendenze (assunzioni di sostanze) e questa nuova forma di assuefazione:

– impossibilità di resistere all’impulso (compulsività);

– sensazione di crescente tensione prima di effettuare il comportamento;

– sollievo mentre si attua il proprio scopo;

– percezione di perdita di controllo;

– persistenza del comportamento nonostante la sua associazione con conseguenze negative.

È possibile, in sintesi e nello specifico, descrivere alcune forme particolari di dipendenza tra le più diffuse nella società contemporanea.

Dipendenza affettiva

Quando un rapporto affettivo si trasforma in una dolorosa ossessione, in cui cioè si altera il giusto equilibrio tra il “dare” e il “ricevere” nella relazione, l’amore può trasformarsi in una sorta di pericolosa abitudine a soffrire. Le relazioni possono scivolare in una vera e propria “dipendenza affettiva”, base di un disagio psicologico che è in grado di permanere anche per l’intera vita di una persona, spesso inconsciamente, alimentando altre gravi problematiche psicologiche, fisiche e relazionali.

Dipendenza dal sesso

L’era moderna è caratterizzata dal fatto che la sessualità ha assunto nella vita sociale un ruolo più dominante ed esplicito. Il sesso viene utilizzato a fini economici, per trainare industria, commercio, comunicazione, arte e politica. La sua presenza è incalzante, attraverso un martellamento massmediatico e pubblicitario continuo che ha trasformato rapidamente costumi, usanze, tradizioni, e, soprattutto, valori di riferimento. L’espressione della sessualità ha così perso la sua naturale caratteristica istintuale, per trasformarsi in esigenza sociale, in modo di comportamento, in norma, in stile di vita. Si è in questo modo sovrapposta allo stimolo biologico una pressione sociale che è andata rinforzando l’esigenza dell’agire sessualmente anche senza una forma equilibrata di affetto e pensiero sottostanti.

Dipendenza dal gruppo

Sono numerosi i casi in cui un individuo può diventare “dipendente dal gruppo” o da una setta, perdendo la sua autonomia e la sua capacità di discernimento critico. Tale fenomeno si pone come esito di un processo patologico caratterizzato da una graduale e ingannevole “ingestione” di un singolo all’interno di un “molteplice” che finisce per sfruttarlo per i propri fini. Correlata a questo tipo di dipendenza c’è poi quella di tipo religioso. Molte persone sono dipendenti dalla religione o hanno sofferto costrizioni religiose da parte di familiari o conoscenti. Tale forma di legame patologico può svilupparsi in qualsiasi comunità religiosa, ma in maniera più marcata in quelle che promuovono credi fondamentalisti.

Dipendenza dal lavoro

Nel mondo occidentale contemporaneo l’idea e il concetto di lavoro hanno subito una profonda trasformazione. Il lavoro è concepito come l’unico strumento essenziale sia per integrarsi ed essere apprezzati a livello sociale sia per raggiungere l’indipendenza o uno status personale soddisfacente. Recentemente, ciò ha portato a considerare sempre più spesso una forma di “job addiction” per cui la persona vive solo in funzione della sua attività professionale, tralasciando qualsiasi altra forma di legame affettivo e di piacere esistenziale ad esso correlato.

Dipendenza dal gioco d’azzardo

Il gioco d’azzardo patologico è una delle prime forme di “dipendenza senza droga” studiate che ha ben presto attratto l’interesse della psicologia e della psichiatria, ma anche dei mezzi di comunicazione di massa. Nella ludodipendenza il vero senso del gioco viene completamente ribaltato nel trasformare la cosiddetta “oasi della gioia” in una “gabbia del Sé”, fatta di schiavitù, ossessione, ripetitività.

Net addiction

L’Internet Addiction Disorder è una tendenza compulsiva all’impiego della rete informatica e del mondo virtuale che ne caratterizza molti spazi di utilizzo come modalità d’espressione esistenziale. Ha come caratteristiche prevalenti: la diffusione e il consumo di materiale pornografico, il sesso virtuale, l’aggancio per relazioni sessuali, le scommesse, i giochi d’azzardo, il gioco in borsa, le aste e lo shopping on-line. Vi è poi la tendenza a costruire relazioni amorose ed amicali nei numerosissimi social network, nelle chat e nei newsgroup, dimensioni in cui emerge la difficoltà di comunicazione delle società contemporanee, dove l’incontro è vissuto con sempre maggior difficoltà e dove il fantasma della solitudine coincide con l’angoscia di abbandono. D’altronde, nell’uso compulsivo di Internet confluiscono e trovano opportunità di espressione gran parte dei disturbi psico-esistenziali.

Dipendenza da cellulare

Come la televisione e il computer, anche il telefono cellulare e, soprattutto, gli smartphones rappresentano uno strumento tecnologico di crescente utilizzo che, come dimostrano recenti e numerosi studi, sono anche un oggetto verso il quale si può sviluppare una vera e propria forma di dipendenza. Con la crescita del numero e dei modelli di telefoni cellulare, nonché dei servizi offerti attraverso questi, si assiste all’incremento di casi di quella che, in alcuni paesi, è già diventata una malattia sociale e che è stata definita telefonino-dipendenza, cellularomania o smartphone-addiction.

La dipendenza da gioco d’azzardo

Più in generale, il gioco d’azzardo (gambling) concerne tutto ciò che riguarda spendere (investimento) per cercare tramite un mezzo (il gioco) di vincere e accumulare più danaro.

L’idea del giocatore d’azzardo è quindi quella di “guadagno”.

Questo è ciò che un giocatore, nei casi patologici, crede all’inizio della sua attività, senza avere la minima percezione che sta entrando in un universo falso e per lui dannoso (oltre che spesso, più o meno direttamente, anche per gli altri che compongono il suo nucleo familiare di appartenenza).

Studi sul passato e sulla nascita del gioco d’azzardo hanno evidenziato come l’uomo abbia una propensione verso questo tipo di attività, alimentata da una forma di pensiero magico-onnipotente, basato solo ed esclusivamente sul caso, che spesso spinge ad associare al gioco il rischio dei propri beni e del denaro.

Dell’attitudine arcaica all’ “azzardo” vi sono tracce sia archeologiche che scritte di prime forme di gioco, come i dadi (la parola “az-zahr” in arabo vuol dire dadi).

Con l’evolversi dell’umanità si sono anche evolute le tipologie di gioco, perlopiù legalizzate, che offrono una vasta gamma di scelta e che soddisfano ormai qualsiasi potenziale “giocatore”.

E’ necessario tuttavia operare concettualmente una differenziazione all’interno della categoria dei giocatori d’azzardo. I confini tra le diverse tipologie di giocatore sono spesso labili, tuttavia, è possibile distinguere all’interno di una più generale categoria chi utilizza il gioco come piacevole passatempo, ovvero i giocatori d’azzardo occasionali, da coloro i quali invece hanno un atteggiamento compulsivo verso il gioco, i giocatori patologici.

I giocatori “patologici” si incamminano in una sorta di “percorso”.

La maggior parte di essi inizia a “passare il tempo” con il gioco, per poi avere una graduale perdita della capacità di autolimitare il loro comportamento, innescando problematiche che coinvolgono diverse aree della loro vita.

In tal senso possono essere indicati 9 criteri (la presenza di almeno 4 di essi è sintomo di patologia):

  1. Coinvolgimento sempre crescente nel gioco d’azzardo (ad esempio, il soggetto è continuamente intento a rivivere esperienze trascorse di gioco, a valutare o pianificare la prossima impresa di gioco, a escogitare modi per procurarsi il denaro con cui giocare).
  2. Bisogno di giocare somme di denaro sempre maggiori per raggiungere lo stato di eccitazione desiderato.
  3. Irrequietezza e irritabilità quando si tenta di giocare meno o di smettere.
  4. Il soggetto ricorre al gioco come fuga da problemi o come conforto all’umore disforico (ad esempio, senso di disperazione, di colpa, ansia, depressione).
  5. Quando perde il soggetto ritorna spesso a giocare per rifarsi (“inseguimento” delle perdite)
    Il soggetto mente in famiglia e con gli altri per nascondere il grado di coinvolgimento nel gioco.
  6. Il soggetto compie azioni illegali (ad esempio, reati di falso, truffa, furto, appropriazione indebita) per finanziare il gioco.
  7. Il soggetto mette a rischio o perde una relazione importante, un lavoro, un’opportunità di formazione o di carriera a causa del gioco.
  8. Confida negli altri affinché gli forniscano il denaro necessario per far fronte a una situazione economica disperata, causata dal gioco (una “operazione di salvataggio”).
  9. Reiterati e inutili sforzi di tenere sotto controllo l’attività di gioco, di ridurla o di smettere di giocare.

Il giocatore compulsivo, inquadrato lungo un continuum che va da giocatore occasionale, abituale, a rischio, compulsivo, mostra l’eccessiva difficoltà nel porsi dei limiti al coinvolgimento con il gioco e nel controllare le somme di denaro da investire.

Molti studi hanno messo in luce come nel giocatore patologico vi sia un bisogno di assuefazione, soddisfatto solo con scommettere cifre sempre più alte, e come l’astinenza porti a stati fisici di stress, sintomatologicamente riscontrabili in tachicardia, tremore e sudorazione.

Ciò che probabilmente rende una persona compulsiva verso il gioco è la perdita, la sconfitta non accettata. Infatti, il continuo investimento di denaro è dovuto al fatto che il giocatore insegue sempre un desiderio di rivincita contro una perdita avvenuta, con la certezza che il caso gli sarà prima o poi favorevole. Ciò comporta fenomeni come la richiesta di prestiti ad usurai, scarso interesse nel lavoro e nella famiglia, accompagnati sempre da menzogne; più gravi sono gli eventi di crisi di personalità, seguiti da suicidi o tentativi di suicidio.

Nel migliore dei casi, c’è una presa di coscienza tale per cui si verifica una richiesta d’aiuto (familiare, psicologo, amico etc…) che porta ad un trattamento di rieducazione e disintossicazione dal gioco.

Robert Custer, uno dei pionieri nello studio del gioco d’azzardo, è noto per aver creato nel 1971 la prima unità di trattamento per giocatori presso il Veteran Administration Hospital di Becksville in Ohio (USA), mutuando metodi per il trattamento degli alcolisti.

Ha ipotizzato nel 1984 varie tipologie di giocatori:

  • Giocatori professionisti: si mantengono con il gioco d’azzardo che per loro è una professione. Non sono dipendenti dal gioco, per questo riescono a controllare l’ammontare di denaro scommesso e il tempo speso a giocare.
  • Giocatori antisociali: attraverso il gioco d’azzardo ottengono denaro in maniera illegale; giocano con carte segnate o sono coinvolti in corse truccate.
  • Giocatori sociali occasionali: giocano per divertirsi e per socializzare ed il gioco non interferisce con la loro vita. Vengono anche definiti Giocatori Sociali Adeguati.
  • Giocatori sociali “seri” o costanti: investono tempo nel gioco che per loro rappresenta la principale forma di relax e di divertimento; sono in grado di mantenere il controllo sulla loro attività di gioco e non trascurano lavoro e/o famiglia.
  • Giocatori per “fuga” e per “alleviamento” senza sindrome da dipendenza: riescono tramite il gioco ad alleviare sensazioni di ansia, depressione, solitudine e noia; più che una risposta euforica il gioco è per loro un potente analgesico che aiuta a non pensare alle difficoltà. Pur non essendo giocatori compulsivi, vengono anche definiti Giocatori Inadeguati senza Sindrome da Dipendenza.
  • Giocatori Compulsivi con Sindrome da Dipendenza: non hanno più il controllo del gioco, che è diventato per loro la cosa più importante; non possono più smettere di giocare indipendentemente dalla loro volontà e dal loro impegno. Famiglia, amici e lavoro sono negativamente influenzati dall’attività di gioco.

Custer ipotizzò l’iter che un giocatore compulsivo avrebbe compiuto nel corso della sua patologia fino alla guarigione da essa:

FASE VINCENTE: caratterizzata dal gioco occasionale e da vincite iniziali che motivano a giocare in modo crescente, spesso grazie alla capacità del gioco di produrre un piacere e di alleviare tensioni e stati emotivi negativi.

FASE PERDENTE: connotata dal gioco solitario, dall’aumento del denaro investito nel gioco, dalla nascita di debiti, dalla crescita del pensiero relativo al gioco e del tempo speso a giocare.

FASE DI DISPERAZIONE: in cui cresce ancora il tempo dedicato al gioco e l’isolamento sociale conseguente, con il degenerare dei problemi lavorativi/scolastici e familiari (divorzi, separazioni) che talvolta ha generato anche gesti disperati di tentativi di suicidio.

FASE CRITICA: in cui nasce il desiderio di aiuto, la speranza di uscire dal problema e il tentativo realistico di risolverlo attraverso il ritorno al lavoro, nonché i tentativi di ricucire debiti e problemi socio-familiari.

FASE DI RICOSTRUZIONE: in cui cominciano a vedersi i miglioramenti nella vita familiare, nella capacità di pianificare nuovi obiettivi e nell’autostima.

FASE DI CRESCITA: in cui si sviluppa maggiore introspezione e un nuovo stile di vita lontano dal gioco.

Le cause che portano ad un atteggiamento compulsivo verso il gioco d’azzardo, oltre al fattore “magico/delirante” che innesca il pensiero di “riuscire a rifarsi dalla perdita”, sono concentrate sul versante psicoanalitico e concernono il continuo bisogno del giocatore patologico di sfidare e riuscire a soggiogare il “caso” avendo la certezza di essere a favore di una “fortuna” che porta solo positività.

Ciò spiega il fatto di come le perdite di denaro investite per il gioco passino in secondo piano, poiché l’unica preoccupazione del giocatore compulsivo è quella che l’azzardo pagherà e tutto tornerà come era prima.

L’elemento della “fiducia” nel “caso” ha un ruolo quasi difensivo, che distoglie dal dubbio e dalla reale condizione di subordinazione al gioco e alle perdite.

Per il recupero della persona, la rieducazione e il reintegro nella società vi sono, come per i dipendenti da droghe o alcool, gruppi di auto-aiuto, nei quali le persone affette da ludopatia s’incontrano settimanalmente per riconoscere i loro problemi, le loro difficoltà e per condividere sensazioni, emozioni, delusioni che il gioco ha portato nelle loro vite e sta ancora portando.

Un altro tipo di presa in carico del problema riguarda l’attività di gruppi terapeutici che, a differenza dei gruppi “auto-aiuto”, prevedono la presenza di psicoterapeuti che seguono lo sviluppo della patologia e che si relazionano non solo con la persona interessata, ma con tutta la famiglia e se necessario con tutte le persone che partecipano alla sua vita sociale.

Questi interventi devono mirare non solo alla rimozione del sintomo, ma anche alla comprensione del conflitto ad esso sottostante all’interno di una visione bio-psico-sociale della persona.

La semplice rimozione potrebbe causare una ripercussione tale per cui il paziente tende a spostare inconsciamente il suo stress verso altre dipendenza, come alcool, droghe o tabacco.

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