Il Pensiero: teoria e clinica

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“L’uomo è visibilmente fatto per pensare; è tutta la sua dignità e tutto il suo mestiere” (Blaise Pascal, I Pensieri).

Il pensiero rappresenta l’espressione più significativa della natura umana e la caratteristica più importante della sua specificità.

Storicamente, lo studio dei processi di pensiero è stato dominio della tradizione speculativa e scientifica che, a partire dalle digressioni filosofiche di Aristotele, ha focalizzato l’attenzione sullo studio della logica e, quindi, delle regole alle quali il pensiero, per risultare realistico ed adattativo, deve conformarsi sulla base dei concetti e dei giudizi.

In via differenziale rispetto ai principi della logica e alla sua interpretazione marcatamente contenutistica, le teorie psicologiche applicate allo studio del pensiero muovono dal presupposto secondo cui, nelle sue molteplici forme ed espressioni, l’attività psichica ha sempre una valenza bio/psico/sociale che ne definisce struttura e funzioni.

In base a questa impostazione, con il termine “pensiero” si indica una organizzazione psichica altamente complessa, organizzata secondo il principio di realtà ma non limitata ai soli processi razionali ed intellettivi. Pertanto, il paradigma psicologico non circoscrive il suo interesse alle facoltà intellettive e di problem solving che caratterizzano l’intelletto umano, ma allarga l’analisi sperimentale e teorica alle componenti profonde, arazionali ed emotive che definiscono tutte le diverse forme del “pensare”. [1]

Le leggi dell’associazionismo e la formazione dei concetti

Quotidianamente la psiche umana è esposta a un numero eccezionale di stimoli.

La realtà ambientale è caratterizzata da una quantità estremamente ricca e mutevole di oggetti ed eventi percettivi (Canestrari, 1984).

Per rispondere alla complessità fenomenica senza soccombere all’enorme mole di input sensoriali, l’attività psichica è in primo luogo organizzata attraverso processi di pensiero volti alla “categorizzazione” degli eventi percepibili.

Il pensiero umano funziona attraverso procedimenti percettivi e cognitivi di tipo “economico”, finalizzati cioè a principi elaborativi che devono essere al tempo stesso il più possibile efficaci (dove lo scopo è raggiungere il risultato) ed efficienti (dove lo scopo è raggiungere il risultato in tempi brevi). La “categorizzazione” consente di semplificare l’esperienza e sintetizzare le molteplici varianti ambientali, considerandole non “uniche” ma appartenenti a categorie o classi: “questa riduzione del molteplice all’unità, attraverso l’assimilazione delle varianti fenomeniche ad una stessa categoria, o schema empirico, è essenziale ai fini dell’addestramento all’ambiente, in quanto realizza una economia nell’attività mentale secondo i principi del minimo sforzo.

L’assimilazione allo schema o categoria può avere a volte un carattere di spontaneità e di immediatezza, cioè imporsi come un dato percettivo; altre volte può essere il frutto di una attività di ricerca perseguita consapevolmente; di un atto originale di invenzione (Canestrari, 1984).”

Per struttura e funzione, i processi di pensiero e gli schemi empirici sono organizzati in modo tale che da un primo livello di categorizzazione (percettivo/associazionistico) si possa passare, per gradi, ad un livello più complesso di categorizzazione concettuale (astrattivo/rappresentazionale).

I processi di categorizzazione si basano in primo luogo sul principio dell’associazione di idee che, a sua volta, può essere riferito alla proprietà che hanno i fenomeni psichici di attirarsi gli uni con gli altri nel campo della coscienza senza l’intervento della volontà e malgrado la sua resistenza.

Le tre leggi dell’associazionismo risalgono al pensiero di Aristotele:

  • La legge di contiguità: il pensiero di un oggetto evoca spontaneamente il pensiero di altri oggetti che gli sono abitualmente vicini;
  • La legge di contrasto: un’idea può evocare spontaneamente un’altra idea in contrasto con la prima;
  • La legge della somiglianza: il pensiero di un oggetto evoca facilmente il pensiero di oggetti simili.

Pur rispettando la logica aristotelica, la qualità complessa dei processi di pensiero fa’ si che i meccanismi di codificazione e decodificazione degli input ambientali non siano limitati alla registrazione percettiva garantita dai principi dell’associazionismo, ma tendano al graduale passaggio da una forma di categorizzazione percettiva a quella più evoluta di categorizzazione concettuale.

I concetti sono il risultato dei processi di categorizzazione e possono essere definiti come una classe di oggetti o eventi aventi qualità comuni e distintive.

Alla formazione dei concetti concorrono due tipi di processi cognitivi: l’astrazione e la generalizzazione.

L’astrazione consente di veicolare la situazione di problem solving attraverso un comportamento adattativo che non è determinato dal complesso degli input presenti nel campo percettivo, bensì da un particolare input con l’esclusione degli altri.

La generalizzazione si presenta come un’attività psichica attraverso cui il comportamento risulta costante in relazione ad un elemento del campo percettivo che può comparire in situazione diverse e che, pertanto, è già conosciuto a livello percettivo o mnestico.

Oltre a questi princìpi, la categorizzazione consente una definizione concettuale degli oggetti e degli eventi attraverso:

  • la connotazione: riconoscimento concettuale che comprende la classe completa a cui appartiene l’oggetto senza alcun riferimento ad un esemplare specifico dello stesso;
  • la denotazione: riconoscimento concettuale dell’oggetto attraverso le sue caratteristiche peculiari.

Grazie agli studi di Heidbreder (1947) è stato possibile indagare il rapporto tra i diversi aspetti percettivi degli oggetti e la qualità basica dei meccanismi di categorizzazione.[2]

Con riferimento alle risultanze sperimentali fu possibile ipotizzare che i processi di categorizzazione consentono di distinguere in via preferenziale tre gruppi di concetti: 1) oggetti concreti (alla base della reazione cognitiva); 2) forme spaziali; 3) numeri astratti.

Da queste premesse si evince che l’attività del pensiero opera sulla base di ipotesi percettive e cognitive, verificate ed eventualmente confermate attraverso specifiche strategie di elaborazione delle informazioni.

La percezione e la codifica dei dati di realtà sembra dunque essere caratterizzata da una sorta di ordinamento gerarchico e strategico che veicola una successione organizzata di risposte, guidate da ipotesi di partenza, nel tentativo di arrivare alla soluzione del problema ambientale.

A partire dall’opera di Heidbreder, Bruner (1956) ebbe il merito di avviare una serie di ricerche volte nello specifico allo studio psicologico delle strategie cognitive che concorrono all’organizzazione del pensiero.

Dai risultati ottenuti fu possibile distinguere due principali approcci strategici:

  • “messa a fuoco”: è una strategia organizzata sulla base di un meccanismo di raccolta di informazioni “per selezione”, caratterizzata da un processo di eliminazione degli input non rilevanti ai fini cognitivi basato sul confronto di ciascun esemplare del campo percettivo considerato come singolo punto di interesse;
  • “scanning”: è un processo di esplorazione simultanea o successiva, cognitivamente guidato da un’ipotesi specifica circa la soluzione del compito percettivo.

Le diverse forme di pensiero

Da un punto di vista marcatamente psicologico, è possibile avviare uno studio approfondito sulla natura e sulla qualità del pensiero umano distinguendo le diverse forme attraverso cui questo si presenta.

Il pensiero produttivo

Nella sua qualità “produttiva”, il pensiero è l’attività psichica utilizzata prevalentemente nelle situazioni di problem solving, quando cioè il compito cognitivo non risulta essere risolvibile attraverso gli schemi di comportamento già acquisiti o conosciuti in precedenza.

A partire da queste considerazioni, il problema cognitivo, quindi, non definisce sempre una situazione in tutto e per tutto sconosciuta, quanto, piuttosto, un campo di stimoli che devono essere ri-elaborati attraverso un processo di ristrutturazione funzionale di tutti gli elementi a disposizione.

Il pensiero produttivo coincide con le attività intellettive e di ragionamento che consentono nuove forme di adattamento ai problemi posti dagli stimoli ambientali e, pertanto, produce nuova conoscenza (Dunker, 1969).

Al fine di consentire la soluzione dei problemi cognitivi, gli atti produttivi del pensiero si basano su due tipologie di processi elaborativi potenzialmente complementari:

  • processo di induzione: prevede una analisi di tipo down-up (dal basso all’alto) del campo problematico e consente la soluzione del compito a partire dai dati a disposizione considerati come punti di partenza dell’attività intellettiva;
  • processo di deduzione: consente una analisi più approfondita della situazione problematica e prevede un atto di intelligenza di tipo up-down (dall’alto al basso), caratterizzato cioè dalla raccolta e dall’uso dei dati sulla base di una ipotesi di partenza e dello scopo da raggiungere.

I dati della specifica situazione ambientale caratterizzano la struttura problematica che richiede “soluzione” o “adattamento”, e acquisiscono significati e proprietà funzionali sulla base dell’obiettivo prefissato; attraverso la sua dimensione produttiva, il pensiero garantisce la capacità di ristrutturare il campo problematico e, quindi, di elaborare e comprendere il significato funzionale dei dati e del complesso della situazione ambientale.

La psicologia della Gestalt, grazie agli studi di Kohler (1925) e Wertheimer (1945), ha messo in evidenza la necessità di distinguere il pensiero riproduttivo, caratterizzato dall’applicazione quasi automatica e passiva di schemi di riferimento pre-esistenti, dal pensiero produttivo propriamente detto, caratterizzato invece da una serie di atti di intelligenza in cui la soluzione non viene “appresa” ma “compresa”.

La comprensione cognitiva si verifica nel momento dell’insight, quando cioè si giunge ad una nuova forma di consapevolezza circa la relazione funzionale che intercorre tra gli elementi percepibili del campo.

Per queste caratteristiche, l’insight garantisce una qualità “scientifica” al pensiero produttivo e si presenta come risultato delle tensioni del campo creato dal bisogno e dall’obiettivo da raggiungere, con l’intervento di dati percettivi attuali o delle tracce mestiche (Canestrari, 1984).

Il pensiero quotidiano

Seguendo Bartlett (1958) è possibile definire il pensiero quotidiano come quel tipo di pensiero che entra in azione nelle varie situazioni problematiche della vita di ogni giorno, in cui gli individui, senza compiere un particolare “sforzo” logico o “scientifico”, trascurando le lacune delle informazioni a loro disposizione, intendono ugualmente prendere posizione ed arrivare alla soluzione del problema cognitivo.

Per queste caratteristiche, quindi, il pensiero quotidiano si presenta come una forma di pensiero ad immediato utilizzo e comunicazione, in cui gli eventuali deficit conoscitivi vengono colmati in modo prettamente descrittivo.

Sebbene il pensiero quotidiano garantisca sempre la possibilità di adattarsi alle situazioni ambientali più semplici e comuni, nelle circostanze in cui è richiesto un giudizio o una previsione ipotetica sulla risoluzione del problema cognitivo, la ristrutturazione del campo degli stimoli risulta tendenzialmente trascurata e le eventuali lacune conoscitive sono colmate sulla sola base dei concetti e dell’esperienza già acquisiti.

In sintesi, il pensiero quotidiano:

  • su un piano verbale si distingue per la perentorietà delle affermazioni che lo contraddistinguono a dispetto delle motivazioni oggettive;
  • è fortemente orientato verso prese di posizioni decise, spesso rigide e ben definite;
  • esclude la possibilità di verificare ulteriori dati oggettivi a conferma delle ipotesi;
  • tende alla generalizzazione ed alla convenzione sociale attraverso il principio dell’omogeneità massimale (Musatti, 1931);
  • esclude la possibilità di valutare ulteriormente le conclusioni che vengono ritenute aprioristicamente corrette;
  • nelle situazioni di problem solving limita la possibilità di ristrutturare il campo cognitivo.

Il pensiero prevenuto

Da un punto di vista psicologico, il pensiero prevenuto si presenta come estremizzazione del pensiero quotidiano, nella forma in cui, rispetto a quest’ultimo, tende a radicalizzare in modo stereotipato ipotesi, affermazioni e atteggiamenti sulla base di una componente affettiva ed arazionale che ne condiziona pervasivamente la modalità di espressione.

Su un piano descrittivo, il pensiero prevenuto è caratterizzato da una particolare credenza, intesa come durevole organizzazione di percezioni e giudizi intorno ad un particolare aspetto del mondo conoscibile (Krech e Crutchfield, 1948), e dall’oggetto alla quale essa si applica.

Questa forma di pensiero è altresì definita dalla tendenza a esprimersi attraverso due specifiche organizzazioni concettuali (Canestrari, 1984):

  • gli stereotipi, ossia credenze ultrasemplificate ed astratte, largamente diffuse tra i membri di un gruppo sociale o etnico, applicate nei confronti di un altro gruppo sociale o etnico che diventa oggetto della credenza stessa;
  • i pregiudizi, ovvero generalizzazioni concettuali sempre confermate a mezzo di una falsa operazione deduttiva.

Sulla base di processi categoriali estremamente rigidi, il pensiero prevenuto esprime quindi in forma distorsiva i princìpi di induzione e deduzione che qualificano la produttività dell’atto intellettivo; pertanto, da una simile distorsione cognitiva emergono:

  • un’errata operazione induttiva: risultato della generalizzazione condotta non rispettando le regole della conoscenza induttiva (che presuppone la necessità di raccogliere tutti i dati presenti nel campo della realtà oggettiva);
  • una falsa operazione deduttiva: affermazione aprioristica che non tiene conto dei dati di realtà che non confermerebbero la ipotesi di partenza.

Su un livello psico-sociale, per natura, definizione e funzionalità, il pensiero prevenuto può essere pertanto considerato come una matrice di complessi ideo-affettivi (Asch, 1958) a carattere difensivo, utilizzata per la proiezione o lo spostamento di sentimenti o pulsioni aggressive veicolate contro persone o gruppi, allo scopo di esaurire la tensione interna provocata da elementi psichici non cognitivi.

Il pensiero nevrotico

Il pensiero nevrotico si presenta con caratteristiche e deficit prevalentemente psicodinamici ed è utilizzato con modalità e scopi difensivi nelle situazioni avvertite come potenzialmente minacciose per l’integrità dell’Io.

I meccanismi di difesa hanno una valenza prettamente inconscia e tendono ad operare su quattro livelli specifici:

  • negano l’evidenza percettiva;
  • negano la relazione della percezione minacciosa con l’Io;
  • esprimono con modalità proiettive i sentimenti minacciosi, indirizzandoli su altri oggetti o divergendoli sul piano temporale e spaziale.
  • tendono alla negazione ed alla intellettualizzazione delle emozioni.

Inoltre, come si evince dalla letteratura freudiana, le difese dell’Io sono teoreticamente concettualizzate attraverso un’analisi delle loro proprietà fondamentali (De Blasi, 2009):

  • sono lo strumento principale con cui il soggetto gestisce gli istinti e gli affetti;
  • sono inconsce;
  • sono discrete l’una rispetto all’altra;
  • tendono ad essere reversibili;
  • possono essere sia adattive che patologiche.

Rispetto alla dimensione percettiva e cognitiva, i meccanismi di difesa, se usati in modo ripetitivo e rigido, mantengono la forma ma non la sostanza del ragionamento critico, perché portano alla distorsione o al restringimento del campo di realtà sulla base di una serie di principi logici ed intellettuali applicati in modo parziale e spesso fondati su premesse errate.

Per queste caratteristiche, il pensiero neurotico si esprime con modalità estremamente ambigue e problematiche, spesso attraverso una concezione dicotomica della vita, in cui l’equilibrio psichico (sia esso emotivo o cognitivo) è sempre sospeso nel conflitto (in questo caso difficilmente risolvibile) tra coppie di opposti: Io/non-Io, oggettivo/soggettivo, fantasia/realtà.

Il pensiero psicotico

Il pensiero psicotico rappresenta un’evidente deviazione dal modello e dalle funzioni del pensiero logico e produttivo, in una forma tale da delimitarne lo studio all’ambito della patologia psichiatrica e dei disturbi di personalità.

In linea con la descrizione suggerita da Arieti (1963), il pensiero psicotico si definisce attraverso meccanismi di funzionamento totalmente inconsci e automatici, rudimentali ed arcaici, che, su un piano manifesto, si presentano con caratteristiche fenomenologiche incomprensibili, assurde ed incoerenti.

Per la sua qualità patologica, il pensiero psicotico tende a distorcere tutti i processi intellettuali impiegati cognitivamente per comprendere le situazioni relazionali e le cause che le determinano, e si basa su azioni mentali in cui le emozioni, l’ansia o l’angoscia portano ad una evidente distorsione dell’esame di realtà.

Sulla base di queste caratteristiche, quello psicotico è un pensiero di tipo paleologico che, soprattutto in situazioni di “emergenza sociale” e di problem solving, scivola attraverso un meccanismo di regressione teleologica verso livelli meno progrediti di integrazione psichica, allo scopo di determinare il diniego dell’incidenza emozionale implicita in ogni comportamento produttivo (Arieti, 1963).

Adottando il principio di Von Domaros (1925), è possibile comprendere le deformazioni e le condensazioni che caratterizzano il pensiero psicotico a partire dal fatto che: “mentre l’individuo normale accetta l’identità soltanto sulla base di soggetti identici, l’individuo che adotta una logica arcaica e psicotica accetta l’identità sulla base di identici predicati.”

Su un piano prettamente logico, l’imprevedibilità e la bizzarria delle forme psicotiche di pensiero sovvertono i principi del sillogismo, sovradeterminando in modo automatico la scelta dei “predicati” e non degli elementi oggettivi/soggettivi del campo situazionale, per definire cognitivamente il legame identificatorio tra due differenti preposizioni.

Da queste premesse, se 1) la connotazione porta a definire l’oggetto comprendendo la classe completa a cui questo appartiene senza alcun riferimento ad un esemplare concreto dello stesso e 2) la denotazione consente di indicare l’oggetto effettivo come entità fisica particolare, di conseguenza, i princìpi cognitivi di funzionamento psicotico tendono a basarsi su ragionamenti volti esclusivamente a “denotare” gli eventi piuttosto che a considerare in modo integrato la complessità della fenomenologia che qualifica il problema psicologico.

Inoltre, come ben rappresentato nell’episodio de I Simpson sopra citato, deformando i principi cognitivi di ragionamento logico, la mentalità primitiva e psicotica sembra rispondere alla “legge della partecipazione” formulata da Lèvy-Brühl (1948), secondo cui: “per la mentalità primitiva gli oggetti, gli esseri ed i fenomeni possono, in un modo a noi incomprensibile, essere nello stesso tempo se stessi e qualcosa di altro.”

In sintesi, quindi, il pensiero psicotico si definisce attraverso alcune caratteristiche, fondamentalmente differenti da quelle che contraddistinguono tutte le altre forme di pensiero (Canestrari, 1984):

  • utilizzo della metafora per necessità e non per motivi estetici;
  • prevalenza del pensiero “paleologico” e concreto;
  • confusione tra mondo fisico e mondo psicologico;
  • la causalità mediante deduzione logica è sostituibile dalla causalità mediante spiegazione psicologica;
  • tendenza ad interpretare i fenomeni sulla base delle percezioni e non dei concetti;
  • le idee si ricollegano a casi specifici e non riguardano classi, gruppi o categorie concettuali, distorcendo i principi della logica associazionistica e del sillogismo;
  • il principio cognitivo di astrazione è prevalentemente sostituito con quello di identificazione (per cui l’associazione per somiglianza è sostituita dall’identificazione per somiglianza).

[1] V. De Blasi, “Il pensiero” in De Blasi, Manca (a cura di) (2010), Introduzione alla psicologia, Alpes, Roma.

[2] La situazione sperimentale prevedeva che i soggetti del campione fossero esposti a 16 serie di disegni, in cui ogni serie comprendeva 9 elementi indicati con sillabe convenzionali; inoltre, i 9 elementi di ogni serie presentavano una relazione associazionistica tra di loro.

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