Meccanismi di difesa: teoria e clinica

 

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L’Io si avvale di diversi procedimenti per essere all’altezza del proprio compito, per evitare pericoli, angoscia, dispiacere […] Noi chiamiamo questi procedimenti “meccanismi di difesa” (Freud, S., Analisi terminabile e interminabile, 1937).

Nel 1894 Sigmund Freud descrisse per la prima volta l’esistenza di meccanismi inconsci che in quel momento indicò con il termine generico di “rimozione”. La sua ipotesi muoveva dal principio che tali meccanismi erano volti a proteggere l’individuo da conflitti, idee ed emozioni spiacevoli (De Blasi, 2009).

Nella letteratura freudiana le difese dell’Io sono teoreticamente concettualizzate attraverso una analisi delle loro proprietà fondamentali. Da ciò si evince che:

1) sono lo strumento principale con cui il soggetto gestisce gli istinti e gli affetti;

2) sono inconsce;

3) sono discrete l’una rispetto all’altra;

4) tendono a essere reversibili;

5) possono essere sia adattive che patologiche.

Il termine “resistenza”, che Freud nel 1899 definì come “qualsiasi cosa disturbi l’andamento del lavoro analitico”, descrive il “muoversi” della difesa all’interno della relazione terapeutica.

Resistenza e difesa sono concetti spesso usati indifferentemente per indicare uno stesso processo; in realtà, mentre i primi sono osservabili, i secondi non possono essere esperiti in modo immediato, ma solo dedotti dalla resistenza stessa, della quale costituiscono il processo basico di funzionamento psichico. Dopo il saggio sulla relazione tra il motto di spirito e l’inconscio (1905), il termine “difesa” (Abwehr) non ha più occupato una posizione privilegiata nella teoresi freudiana ed è stato sostituito con il termine generico di “rimozione” (Verdrangung). É in Inibizione, Sintomo e Angoscia (1925) che Freud torna a considerare i diversi meccanismi di difesa come modalità differenziate di gestione degli affetti.

Tuttavia, sette anni dopo, nelle lezioni introduttive alla psicoanalisi (1932), saranno citate solamente quattro difese: rimozione, sublimazione, spostamento e formazione reattiva.

In seguito, nelle lezioni del 1936, Freud parlerà di una “straordinaria abbondanza” di meccanismi difensivi al servizio dell’Io, rimandandone però un’analisi più approfondita e dettagliata al lavoro della figlia Anna. Fu proprio Anna Freud, in collaborazione con James Strachey (1936), a fornire una prima scrupolosa analisi della varietà e della forza dei meccanismi di difesa. Dopo quasi trent’anni di lavoro, i risultati delle ricerche vennero sistematizzati nell’Indice Hampstead, che si definiva come un primo tentativo di standardizzare materiale clinico relativo ai processi difensivi. Nell’Indice Hampstead le difese sono considerate come meccanismi e funzioni finalizzate a tenere lontana la coscienza da sentimenti, idee, pulsioni e sentimenti egodistonici. Una distinzione importante veniva posta tra meccanismo di difesa, che indica uno specifico meccanismo operativo, e misura difensiva, che descrive una manifestazione a carattere difensivo nell’ambito della quale non è possibile individuare uno specifico meccanismo di difesa. Sebbene soggetto a numerose critiche, l’Indice Hampstead resta storicamente un passo fondamentale per l’integrazione tra teoria, clinica e ricerca nella definizione dei meccanismi di difesa e della loro correlazione con l’assetto gerarchico, la maturità e la salute dell’Io. Dal lavoro di Anna Freud, il dibattito teorico sull’origine ed il significato di un sistema psichico difensivo è andato incontro a nuovi sviluppi, organizzandosi inevitabilmente secondo le diverse scuole di pensiero (De Blasi, 2009).

Le difese potevano così essere studiate a partire dal modello funzionale/intrapsichico (Brenner), dalla psicologia dell’Io (Hartmann), dalla teoria delle relazioni oggettuali ripresa da Kernberg, dall’ipotesi bipersonale (Modell e Baranger), dalla psicologia del Sé (Kohut).

Con la consapevolezza della necessità di passare da ipotesi teoriche multiformi al riconoscimento di un terreno clinico comune (quel common ground indicato da Wallerstein nel 1992), negli ultimi decenni i meccanismi difensivi sono stati studiati dal punto di vista dei loro contenuti e della possibilità clinica di riconoscerli, classificarli, valutarli.

Questo “terreno comune”, che in parte trova la sua giustificazione nella prassi clinica, porta oggi a definire i meccanismi di difesa come processi inconsci inferiti che mediano tra impulsi, desideri e affetti da un lato e proibizioni internalizzate o la realtà esterna dall’altro.

Da una tale definizione si evince che:

  1. a) le difese sono una risposta automatica individuale a situazioni di stress interne o esterne;
  2. b) le difese sono generalmente automatiche e funzionano senza sforzo conscio e spesso senza la consapevolezza del soggetto;
  3. c) gli individui tendono a “specializzarsi” utilizzando in modo caratteristico le stesse difese nelle stesse situazioni;
  4. d) le difese tendono a svilupparsi lungo un continuum di adattamento/disadattamento.

Fatta questa premessa, è tuttavia importante sviluppare una riflessione metapsicologica e teorico/clinica volta ad approfondire se la concettualizzazione e la classificazione dei meccanismi di difesa debba seguire un criterio “orizzontale”, secondo l’impostazione data nel 1936 da Anna Freud (un criterio legato alla comparsa dei meccanismi di difesa attraverso un ordine cronologico e quindi “evolutivo”), o un criterio “verticale”, così come proposto dalla sistematizzazione di Gedo e Goldberg del 1973, (cioè legato ad una loro organizzazione gerarchica basata su caratteristiche intrinseche quali, ad esempio, il grado di complessità o il livello di distorsione della realtà).

I due criteri così descritti, tuttavia, non si delineano necessariamente come impostazioni pensabili in “compartimenti stagni”; in tal senso, risultano apprezzabili i tentativi di coniugare il livello temporale e quello gerarchico della concettualizzazione delle difese come si evince dal lavoro di Vaillant (1971-1977) o dall’impostazione teorica di Lichtenberg (1971-1972).

Vaillant si serve esplicitamente della dimensione temporale per costruire una gerarchia di difese basata sul livello di maturità, collocando i singoli processi difensivi lungo un continnum che esprime due dimensioni diverse ma intimamente correlate: 1) maturità/immaturità e 2) salute mentale/psicopatologia. Nel modello proposto, le difese di livello più basso sono definite “narcisistiche” (in riferimento alla linea di sviluppo) e anche “psicotiche” (in riferimento al grado severo di patologia). Le difese che appartengono al livello successivo vengono definite “immature” (livello di sviluppo), ma quelle che appartengono ad un livello successivo sono chiamate “nevrotiche” (livello di patologia).

Infine, con il livello più alto delle difese “mature”, si torna ad una dimensione legata allo sviluppo (vedi tabella 1). Attraverso l’osservazione dello “stile di vita” del soggetto, Vaillant, inoltre, propone di studiare i meccanismi difensivi come “processi” funzionali e quindi non tanto e non solo nella loro qualità strutturale di fenomeni intrapsichici.

Il compito dei meccanismi difensivi è dunque quello di intervenire per “contenere” la sofferenza psichica entro limiti tollerabili nel caso di repentini mutamenti dell’equilibrio emotivo (ad esempio perdite oggettuali imprevedibili), di ristabilire l’omeostasi psichica attraverso il differimento nel tempo o la riduzione dell’improvvisa crescita delle pulsioni istintuali, oppure di tollerare l’ansia sviluppata nella relazione oggettuale.

Una tale impostazione può essere quindi sintetizzata attraverso lo schema che segue:

Livello I

Difese narcisistiche:

proiezione delirante, diniego psicotico, distorsione della realtà esterna.

 

Comune in individui sani prima dei 5 anni, nei sogni e nelle fantasie degli adulti; presente nei disturbi dell’area psicotica.

Livello II

Difese immature:

proiezione, fantasia schizoide, ipocondriasi, acting-out, dissociazione.

 

 

Comune in individui sani tra i 3 e i 15 anni; presente nei disturbi del carattere e in adulti in psicoterapia.

Livello III

Difese nevrotiche:

formazione reattiva, spostamento, intellettualizzazione, rimozione.

 

Comune in individui sani dai 3 ai 90 anni; presente nei disturbi nevrotici e negli adulti sotto stress.

Livello IV

Difese mature:

altruismo, umorismo, anticipazione, sublimazione, repressione.

 

Comune in individui sani dai 12 ai 90 anni.

         Tabella 1

Sul rapporto gerarchia/sviluppo, alcuni elementi interessanti provengono dal lavoro proposto da Lichtenberg, il quale mette in rilievo come l’Io adotti espedienti cognitivo/percettivi a scopo sia adattativo sia difensivo e come, se usati ripetutamente, tali espedienti si strutturino in “meccanismi di difesa” propriamente detti.

Nell’accezione teorica di Lichtenberg, quindi, i meccanismi di difesa possono “psicodinamicamente” svilupparsi solo quando i mezzi cognitivo/percettivi necessari per il loro funzionamento sono disponibili.

Il prospetto metapsicologico che ne consegue considera di leggere il carattere patologico di una difesa in base alla relativa inadeguatezza rispetto alla fase di sviluppo in cui si trova il soggetto.

Sui binari di questo prospetto teorico, l’attenzione verso l’incidenza dello sviluppo e degli aspetti cognitivo/percettivi nella strutturazione dei meccanismi difensivi portò White (1974) e Holland (1990) a intendere il rapporto difesa/adattamento secondo tre dimensioni:

1) Defence: utilizzare risposte riflesse associate a situazioni di pericolo/salvezza;

2) Mastery: effettuare prestazioni di successo nel rispondere alle esigenze sollevate da determinati compiti;

3) Coping: affrontare situazioni difficili e/o insolite che richiedono lo sviluppo di nuove manovre strategiche e di comportamenti efficaci.

Cramer (1991) sintetizzò che la relazione tra meccanismi di difesa, coping ed adattamento può essere studiata alla luce di tre ipotesi fondamentali:

1) l’Io è provvisto di meccanismi di base disponibili per risolvere i grandi problemi della vita e tali meccani-smi possono essere utilizzati sia a scopo adattativo che a scopo difensivo;

2) le difese patologiche sono meccanismi adattativi “andati a male” in seguito a specifiche distorsioni;

3) le difese sono sempre presenti e non sempre necessariamente patologiche, anche se, dal momento in cui alterano l’esame di realtà ed indeboliscono l’Io, tendono a favorire l’espressione dei quadri psicopatologici.

Da queste premesse, è possibile quindi specificare le caratteristiche di funzionamento dei meccanismi di difesa che maggiormente si pongono all’attenzione dell’interesse psicologico clinico.

Seguendo l’impostazione proposta da Gabbard (1992), per semplicità espositiva, i meccanismi di difesa sono presentati sulla base di due categorie: quelli più maturi, di tipo nevrotico, e quelli più primitivi, di tipo psicotico (Lingiardi, Madeddu, 1984).

Tra le difese nevrotiche si possono considerare:

Rimozione: storicamente è il primo meccanismo difensivo individuato da S.Freud; è caratterizzato da un processo operativo inconscio che elimina dalla consapevolezza desideri, fantasie, pensieri, esperienze o sentimenti inaccettabili perché fonti di conflitto e di stress.

Proiezione: i conflitti e le fonti di stress interno o esterno vengono affrontati attribuendo erroneamente ad un altro oggetto, generalmente minaccioso o affine, sentimenti, pensieri o impulsi non riconosciuti come propri.

Spostamento: i sentimenti rivolti nei confronti di un oggetto specifico vengono reindirizzati inconsciamente su un altro oggetto, di solito vissuto come meno minaccioso.

Formazione reattiva: un desiderio o un impulso inaccettabile viene gestito adottando un tratto di carattere, un comportamento, pensieri e sentimenti di tipo diametralmente opposto.

Isolamento affettivo: evita l’affetto separandolo dall’ideazione ad esso correlato; il processo di funzionamento psichico tende quindi ad operare una separazione “cognizione/emozione”.

Annullamento retroattivo: implica una forma di pensiero magico in cui un’azione simbolica viene agita per capovolgere l’effetto percepito di un’azione o di un pensiero precedentemente portati a termine.

Somatizzazione: i sentimenti dolorosi vengono trasferiti su parti del corpo.

Razionalizzazione: i conflitti emotivi e le fonti di stress interno o esterno vengono affrontati attraverso una forma di pensiero volta a costruire spiegazioni rassicuranti o utili, ma inesatte, per giustificare il comportamento proprio o altrui.

Intellettualizzazione: i conflitti emotivi e le fonti di stress interno o esterno vengono affrontati attraverso l’uso eccessivo di pensiero astratto, al fine di evitare sentimenti disturbanti.

Sempre in questa sintetica classificazione, a partire dall’accezione teorica proposta da Vaillant (1977), è possibile considerare come meccanismi di difesa tipicamente nevrotici:

Conversione: modalità simbolica di esprimere un conflitto psichico in termini fisici.

Repressione: eliminazione conscia dalla propria mente pensieri o sentimenti inaccettabili.

Altruismo: subordinazione dei propri bisogni ed interessi a quelli altrui.

Sublimazione: pensieri o sentimenti potenzialmente conflittuali vengono incanalati in alternative socialmente accettabili o condivisibili con gli altri.

Umorismo: la tensione correlata ai conflitti e alle fonti di stress interne o esterne viene alleviata attraverso l’ enfatizzandone degli aspetti divertenti o ironici dell’esperienza vissuta.

Nell’ambito dei meccanismi di difesa primitivi, che generalmente caratterizzano i disturbi di personalità e le psicosi, è invece possibile individuare:

Scissione: “processo inconscio che separa attivamente gli uni dagli altri i sentimenti contraddittori, le rappresentazioni di Sé e le rappresentazioni dell’oggetto” (Gabbard, 1992).

Identificazione proiettiva: processo difensivo inconscio attraverso cui un affetto o un impulso inaccettabile viene disconosciuto e proiettato su un altro oggetto che viene vissuto come il reale promotore di quell’affetto o di quell’impulso. A differenza della proiezione semplice, ciò che viene proiettato non è totalmente disconosciuto ma erroneamente interpretato come reazione giustificabile nei confronti dell’oggetto (Lingiardi, Madeddu, 1994).

Introiezione: un oggetto esterno viene simbolicamente assunto o assimilato come parti di se stessi.

Diniego: disconoscimento diretto e massiccio di dati sensoriali esperiti in modo altamente traumatico.

In seno alla ricerca empirica sui meccanismi di difesa, inoltre, sono molti i lavori che hanno in comune il tentativo di fornire dati ed indicazioni ottenuti mediante metodologie il più possibile standardizzate.

Tra questi è utile ricordare:

La scala R-S di Byrne, dove la polarità R che indica i “repressore” (soggetti con un’alta soglia di percezione) e la polarità S che indica i “sensitizers” (soggetti con una bassa soglia di percezione), vengono confrontate con i comportamenti difensivi.

La scala di Norma Hann, dove vengono valutate le difese strutturate (spostamento, proiezione, razionalizzazione, isolamento e formazione reattiva) e le difese primitive-anticognitive (repressione, diniego e dubbio).

Il DMI (Defense Mechanism Inventory), in cui sono valutati i meccanismi di difesa coinvolti, il modo di affrontare il conflitto e l’espressione di tale modalità.

La EGO profile scale, proposta da Semrad, Grinspoon e coll., in cui il concetto di difesa viene compreso ed inserito all’interno delle relazioni con oggetti significativi.

Il DSQ (Defense Style Questionnaire), in cui la difesa è letta come “processo” di adattamento in funzione di conflitti interni e/o esterni.

Il DMRS (Defense Mechanism Rating Scale) di Perry, in cui attraverso un’intervista strutturata si raccolgono indicazioni per una valutazione qualitativa e quantitativa dei meccanismi di difesa utilizzati dal soggetto.

 

 

 

 

 

 

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