Alcune note sul processo di mentalizzazione in psicologia clinica

 

Erik-Johansson-011

 

Crisi dell’ortodossia psicoanalitica e nascita del concetto

Le revisioni critiche al modello freudiano coincidono storicamente con la nascita di nuove teorie psicodinamiche.

In tal senso, lo studio dei processi di mentalizzazione sembra rispondere alla necessità di far fronte al progressivo declino della ortodossia psicoanalitica, attraverso una teoria ed una prassi psicodinamica in cui proprio la mentalizzazione viene assunta a principio sistemico e clinico. L’impostazione teorica avanzata da Fonagy ed Allen (2006)[1] nasce dall’esigenza di rivisitare gli assunti dell’unità dottrinale della psicoanalisi e propone un lavoro di riformulazione pensato al fine di sviluppare un modello teorico e tecnico in linea con le reali domande di intervento psicoterapeutico ed adeguato rispetto al trattamento dei disturbi borderline di personalità. Nel sottolineare il rischio di una imminente “morte della psicoanalisi”, il modello psicodinamico che fa riferimento alla mentalizzazione non si limita quindi a stimolare una nuova prospettiva metapsicologica, mirata ad evolvere il comune background storico e terminologico di chiara matrice psicoanalitica, ma tenta di individuare le cause della crisi storica e attuale della teoria freudiana, con lo scopo di proporre una possibile risoluzione interpretativa al conflitto dialettico tra dimensione intrapsichica e dimensione interpersonale.

La premessa epistemologica sollevata da Fonagy e Allen stimola l’esigenza di superare il rischio della rigidità dottrinale del modello psicoanalitico e, soprattutto in merito alle frequenti discrepanze tra teoria e pratica in psicoanalisi, mette in rilievo come la continua nascita di nuove teorie psicodinamiche sia in aperto contrasto con il sostanziale immobilismo delle metodologie cliniche che, al contrario, si mantengono troppo aderenti e stabili rispetto alla cornice tradizionale. In linea con questa ipotesi interpretativa, la carenza “pratica”, additata dagli oppositori della psicoanalisi come ragione stessa del declino del modello pulsionale, troverebbe le sue cause principali in una chiara ragione “storica”, sancita dall’inte-resse predominante di Freud per gli aspetti teorici e metapsicologici della teoria rispetto a quelli clinici, spesso determinati da un implicito procedimento “per prove ed errori”. Se è possibile ipotizzare che nel sistema freudiano fosse presente una dicotomia metodologica tra teoria e pratica clinica, sul piano pratico della psicologia clinica, dove Freud si trovava a diretto contatto con l’esperienza psichica, l’attenzione psicoanalitica tende a sovradeterminare le tematiche dell’interiorità umana attraverso un metodo terapeutico autenticamente “dialogico”, fondato sulla più incondizionata autonomia della personalità umana[2].

Sulla falsariga di questa “tradizione”, ogni psicoanalista cercherebbe nella sua esperienza clinica una conferma a volte forzata dei presupposti teorici di base, dando vita ad una cultura dell’interpretazione che, negando il principio scientifico di falsificabilità, rischia di trascurare, più o meno consapevolmente, ogni verifica negativa[3].

Per queste ragioni, il limite della psicoanalisi si identificherebbe nel predominante “induttivismo enumerativo” riferibile alla pura raccolta di situazioni aprioristicamente coerenti con una premessa che, a differenza delle altre discipline scientifiche, rinuncia ad un rigoroso e continuo confronto tra teoria e tecnica.

In altri termini, nell’ipotesi sostenuta da Fonagy e Allen, la stasi dell’evoluzione metodologico-clinica in psicoanalisi avrebbe innescato un pericoloso circuito di autoreferenzialità teorico-tecnica. Questo aspetto comporterebbe l’“empirizzazione” di ogni assunto psicologico, decadendo spesso in un immediato quanto riduzionistico pragmatismo.

Nell’accezione di Fonagy (2001), inoltre, la mancanza di connessione tra teoria e tecnica sarebbe la causa dell’attuale “eclettismo metodologico” e dell’evidente paradosso per cui i modelli psicologico/clinici tendono a focalizzare l’attenzione su aspetti particolari e circostanziali delle problematiche del paziente, finendo per cercarvi conferma sulla base delle posizioni teoriche di partenza anziché nell’ambito di un più complesso ed organico sistema teorico-tecnico[4].

Nel 2003, a riprova della scarsa scientificità attribuibile alla pratica clinica in psicoanalisi[5], Fonagy osservava come la ricostruzione della storia dei vissuti del paziente possa apparire dubbia dal punto di vista della veridicità oggettiva perché gli stessi resoconti clinici sembrano assumere la forma di una “realtà narrativa” non del tutto “vera”, costruita cioè su una sorta di sottile collusione tra analista e paziente, non del tutto fedele alla “realtà dei fatti” [6].

Rispetto ai modelli teorici che divergono dall’ortodossia psicoanalitica, 1) le correnti fenomenologiche si oppongono alla pretesa di ridurre il problema della personalità al puro livello psicobiologico, rivendicandone l’assoluta originalità come Erlebnis, cioè un vissuto mai riducibile al puro biologismo[7]; 2) i modellli socio-culturali ed interpersonali (Horney, Sullivan, Fromm) sottolineano l’esigenza di superare i limiti della teoria pulsionale di chiara matrice psicoanalitica considerata inidonea a cogliere in modo esaustivo la complessità della vita psichica e l’importanza del contesto sociale.

In questo senso, l’approccio di Sullivan, rivisitato ed attualizzato da Fonagy e Allen, sottolinea come la motivazione fondamentale di ogni comportamento umano sia rappresentata dall’intenzione “sociale” di stabilire una relazione con l’alterità, il cui fondamento è sempre da ricercare sul piano intersoggettivo e non, quindi, su un piano pulsionale.

Sulla base di queste premesse, l’impronta teorica di Fonagy e Allen (2006) si sviluppa nell’intento di superare il problema del rapporto tra psicologia e scienza, attraverso una metodologia volta ad “attualizzare” le tematiche che caratterizzano la teoresi psicodinamica rispetto alla sistematicità di una psicologica concretamente “scientifica”.

Nell’ipotesi formulata dagli Autori si renderebbe necessaria l’assunzione di una formula logica e interpretativa che pone al centro dell’interesse teorico e clinico la contraddizione dialettica che caratterizza la vita psichica, specchio di una costante problematizzazione del rapporto tra Io e mondo esterno, Se ed Altro, mondo interno e mondo esterno, e frutto del più complesso conflitto dinamico definito dalla costante oscillazione esperienziale tra intrapsichico ed interpersonale.

Aspetti specifici del concetto di mentalizzazione

La teoria psicodinamica che fa riferimento al concetto di mentalizzazione si caratterizza per un significativo eclettismo terminologico.

In primo luogo, il termine mentalizzazione evidenzia le influenze delle teorie cognitiviste che cercano di individuare un processo di funzionamento mentale compatibile con le recenti scoperte neuroscientifiche, nel tentativo, in ultima analisi, di spiegare l’attività psichica e le sue rappresentazioni in funzione della neurofisiologia.

Da tali premesse, il concetto di regolazione affettiva che fa da sfondo a quello di mentalizzazione si può ricollegare, invece, alle teorie psicoanalitiche in cui si usa il termine affetto, e non sentimento, per riferirsi ad un derivato di pulsioni istintuali[8].

La mentalizzazione, inoltre, è complementare alla “comprensione esperienziale dei sentimenti”, che richiama una dimensione più marcatamente fenomenologica: nel corso dell’età evolutiva, la crescita del soggetto non sarebbe proporzionale alle sue semplici acquisizioni intellettuali, ma rivestirebbe un ruolo fondamentale in un processo attivo di “esperienza dei sentimenti”.

Su un piano terminologico, se Holmes declama apertamente quelle che possono essere definite come le origini concettuali del mentalizzare (psicologia cognitiva, Bion e le relazioni oggettuali, psicoanalisi francofona e la psicopatologia evolutiva di Winnicott), nell’accezione teorica di Fonagy e Allen la mentalizzazione fa da eco a quelli che vengono indicati come i principali cugini concettuali (Allen, Fonagy, 2006, La mentalizzazione. Psicopatologia e trattamento, trad. it. Il Mulino, Bologna, 2008, pp.43-52):

  1. l’Empatia (implicita e cognitiva), che in base alle recenti scoperte sui neuroni a specchio è confermata come capacità evolutiva di sintonizzarsi con gli stati affettivi dell’altro (Rogers, 1951, 1952; Gallese, 2001; Preston, Waal, 2002);
  2. l’Intelligenza Emotiva, che consente di percepire, esprimere, assimilare, capire, analizzare e regolare l’emozione (Mayer, Salovey, 1997; Mayer, Salovey, Caruso, 2000);
  3. la Capacità mentale psicologica e l’Intuizione, come abilità di identificare le componenti dinamiche ed intrapsichiche (McCallum, Piper, 1996) ed individuare le relazioni nell’insieme dei pensieri, dei sentimenti e delle azioni, con il fine di apprendere i significati e le cause delle esperienze e dei comportamenti (Appelbaum, 1973);
  4. la Pienezza della consapevolezza mentale, in qualità di attenzione aperta e ricettiva nei riguardi dell’esperienza corrente del qui ed ora (Brown, Ryan, 2003);
  5. la Razionalità e la Capacità di agire intenzionalmente, attraverso un Sé agente e differenziato (Allen, 2006);
  6. l’Immaginazione, nell’accezione più specifica di spazio transizionale come area potenziale di sviluppo che definisce una dimensione di sintesi creativa tra soggettivo ed oggettivo (Winnicott, 1971).

Il modello psicodinamico della mentalizzazione

La mentalizzazione si riferisce ad un costrutto teorico altamente complesso, elaborato a partire da una sintesi creativa tra le diverse matrici scientifiche che caratterizzano molti degli attuali modelli psicodinamici della mente.

Nell’intento di Fonagy e Allen (2006), il modello psicodinamico che si riferisce alla mentalizzazione è in grado di rispondere alla necessità di sintonizzare la teoria e la prassi psicoterapeutica rispetto alle attuali richieste di cura, in particolar modo rispetto alle organizzazioni borderline di personalità e ai disturbi narcisistici. Da tali premesse, inoltre, le potenzialità esplicative che definiscono la mentalizzazione consentirebbero di superare l’empasse che caratterizza il conflitto tra la dimensione intrapsichica e la dimensione sociale dell’esperienza umana.

La vasta rassegna delle teorie psicodinamiche dimostra il costante evolversi di un sapere scientifico che, a partire dal modello pulsionale di Freud, ha progressivamente spostato l’attenzione sulle funzioni dell’Io, per arrivare alla teoria delle relazioni oggettuali, secondo cui lo sviluppo del bambino è imprescindibile dalla relazione diadica con la madre e dalle rappresentazioni interne del campo interpersonale.

A tale proposito, i concetti kleiniani e post-kleiniani hanno fornito efficaci correlazioni tra il rapporto madre-bambino e quello tra analista-paziente ed hanno sottolineato l’importanza dell’impatto emotivo sullo sviluppo delle capacità cognitive.

In parallelo a tali teorie si è sviluppata la Psicologia del Sè di Kohut che sottodetermina l’interesse per la teoria pulsionale rispetto all’istanza del raggiungimento di un Sé coeso e integrato (attraverso la funzione di rispecchiamento, ovvero di “oggetto-Sé”, da parte del caregiver), il cui deficit, in termini di narcisismo patologico, porterebbe allo slatentizzarsi di aggressività e all’isolamento delle pulsioni sessuali.

Avallando una sintesi integrativa tra i principali nuclei esplicativi che hanno caratterizzato le diverse sfumature della teoria delle relazioni oggettuali, il modello a cui fa riferimento la mentalizzazione è quindi sviluppato sulla base dele osservazioni empiriche che caratterizzano l’Infant Research e l’approccio neuroscientifico e focalizza l’interesse clinico sulla capacità di comprendere il comportamento interpersonale in termini di stati mentali.

In qualità di funzione riflessiva, acquisita nell’ambito delle prime relazioni di attaccamento, la mentalizzazione risulta fondamentale ai fini della organizzazione del Sé e della regolazione affettiva che contraddistingue la complessità dei rapporti interpersonali di socializzazione.

Da queste premesse, la mentalizzazione è definita come processo per mezzo del quale la comprensione del Sé, in qualità di “agente mentale”, si sviluppa dall’esperienza interpersonale e, in particolar modo, dalle prime relazioni oggettuali.

Nell’accezione teorica di Fonagy e Allen (2006), l’esperienza infantile di “avere” una mente o un Sé psicologico distinto dall’alterità non sarebbe dipendente da fattori genetici ma risulterebbe dall’interazione, nel corso dell’età evolutiva, con menti più mature, riflessive, “sufficientemente buone” e sintoniche.

La mentalizzazione sarebbe quindi un processo integrativo tra i fattori autoriflessivi e le dinamiche interpersonali che, in mutua combinazione consentirebbero al bambino di distinguere la realtà esterna da quella interna e, in particolare, le emozioni interiori dagli eventi interpersonali.

Per queste ragioni, la mentalizzazione non è solo un meccanismo cognitivo o puramente “sociale”, ma è strettamente connessa al concetto dinamico di regolazione affettiva che implica la capacità di modulare i propri stati emotivi all’interno di un processo di maturazione fondamentale per l’acquisizione di un autentico e coerente senso di Sé.

L’obiettivo del trattamento psicoterapeutico sarebbe pertanto quello di raggiungere una sufficiente “affettività mentalizzata”, che definisce una capacità matura di regolazione affettiva e che, nell’ipotesi formulata da Fonagy e Allen, rappresenta la comprensione esperienziale dei sentimenti in un modo che và ben oltre la comprensione intellettuale.

I concetti di regolazione affettiva e mentalizzazione presentano significativi punti in comune con le precedenti teorie evolutive: in particolar modo, analogamente alla teoria dell’attaccamento di Bowlby, è riconosciuto il ruolo centrale di un ambiente che permetta la comprensione, da parte del bambino, degli stati mentali degli altri e del Sé.

Sono inoltre evidenti le influenze del modello bioniano, sopratutto nell’accezione in cui il bambino cercherebbe nel genitore una rappresentazione interna del proprio stato mentale per raggiungere un’adeguata regolazione affettiva sulla base di un gioco incrociato di identificazioni e controidentificazioni proiettive (con lo scopo di “pensare i propri pensieri” utilizzando la capacità della madre di “contenere” e “modulare” mentalmente stati affettivi riconosciuti come intollerabili). Di conseguenza, solo un’armonica sintonizzazione affettiva permetterebbe quella “continuità ad esistere” (Winnicott, 1965, 1971) fondamentale per una modalità di attaccamento maturo e necessaria allo sviluppo del pensiero simbolico-rappresentazionale.

La teoria evolutiva che fa da sfondo al concetto di mentalizzazione presuppone che, in un processo di sviluppo sufficientemente adattativi, il bambino (sin dalla nascita) possa sintonizzare il suo mondo interno con una realtà esterna caratterizzata da un contesto relazionale sicuro ed accogliente, in cui poter sperimentare se stesso come entità psichica diversa ed autonoma ma complementare rispetto agli oggetti del campo sociale.

Per fronteggiare il conflitto esperienziale provocato dalla proiezione delle proprie fantasie all’esterno (posizione schizoparanoide), il bambino dovrebbe acquisire un modello interno della mente che funzioni attraverso una capacità rappresentazionale del “come se”, tale per cui sia possibile pensare che lo stato interno possa essere differenzialmente “giocato” nel complesso degli eventi sociali e sufficientemente condiviso nelle relazioni con le principali figure di accudimento.

In tal senso, all’interno di un contesto relazionale sintonico, anche gli affetti legati all’aggressività possono essere vissuti attraverso rappresentazioni interne non catastrofiche.

Sul piano delle rappresentazioni oggettuali, solo quando le due modalità (interno ed esterno) risultano integrate (normalmente verso i quattro anni di età) si arriverebbe infine alla capacità di mentalizzare che, nell’accezione di modalità riflessiva, diventa la dimensione necessaria per uno sviluppo esente da rischi patologici, in cui gli stati mentali possono essere esperiti come rappresentazioni e modelli interni costanti, caratterizzanti la coerenza e la nuclearità del Sé ma, allo stesso tempo, condivisibili con gli altri.

Psicodinamica e psicopatologia della mentalizzazione: implicazioni teoriche e cliniche

La teoresi psicopatologica che sovradetermina il concetto di mentalizzazione è in stretta relazione con una coerente impostazione evolutiva.

Nel modello presentato da Fonagy e Allen (2006), si sottolinea come una persistente equiparazione confusiva tra mondo esterno e dimensione interna, secondo la modalità della “equivalenza psichica”, sarebbe dominante nel mondo soggettivo di pazienti con gravi disturbi di personalità (ad esempio i pazienti affetti da disturbo borderline di personalità).

L’assunto, condiviso della maggior parte degli psicoanalisti contemporanei, è che il bambino sia dotato fin dalla nascita di una serie di complesse capacità mentali che consentono di regolare in modo attivo la relazione con l’ambiente e, in particolare, con le principali figure di accudimento.

Ciò comporta un evidente grado di responsabilità da parte del caregiver, in quanto, come evidenziato da Bowlby (1969, 1973, 1979, 1988), nella relazione con il bambino esiste sempre una mutualità reciproca dei sistemi di regolazione affettiva che facilitano i processi di interiorizzazione e di sviluppo delle funzioni simboliche.

Da tali premesse, risulta chiaro che la qualità del processo di attaccamento interferisce e determina la capacità di mentalizzare. Un attaccamento sicuro, infatti, consente al bambino di esercitare la più adeguata “attenzione relazionale” nei processi di regolazione affettiva e nello sviluppo delle capacità cognitive e simboliche[9].

Una delle capacità della mente umana è quella di usare la percezione del proprio stato mentale e dello stato mentale dell’altro come base per prevedere il comportamento reciproco.

Il processo dinamico che consente di distinguere le rappresentazioni del Sé e degli altri “diversi dal Sé” si definisce in qualità di “teoria della mente” e come principio organizzatore dell’esperienza soggettiva ed interpersonale (che equivale alla possibilità di comprendere le proprie idee e quelle dell’altro per poi prevederne correttamente le aspettative)[10].

A partire da tali premesse, la possibilità di concepire e mettere in relazione gli stati mentali propri e altrui, consci e inconsci, caratterizza in modo specifico la “capacità di mentalizzare”.

In questo senso, le questioni evolutive sollevate da Fonagy e Allen rimandano esplicitamente alla teoria dell’attaccamento e all’importanza dell’attaccamento “sicuro” quale risultato di un buon contenimento da parte della madre (impegnata in una funzione di holding che permetta al bambino di sviluppare una teoria della mente sufficientemente adattativa).

In sintesi, la funzione riflessiva e la capacità di mentalizzare coincidono con il raggiungimento di una tappa evolutiva che consente al bambino di rispondere non solo al comportamento degli altri, ma anche alla concezione dei reciproci sentimenti, credenze, speranze, aspettative e progetti.

La mentalizzazione garantisce al bambino la maturità necessaria per leggere e comprendere la mente delle persone con cui condividere in modo adattativo il contesto relazionale, sperimentandosi come soggetto attivo.

Durante l’età evolutiva, se si adotta una interpretazione relazionale della mente, lo sviluppo della comprensione degli stati mentali è contenuto nel mondo sociale della famiglia, con la sua rete interattiva di esperienze emotive complesse che vanno a costituire il contesto primario ed il tessuto emozionale in cui prendono forma gli aspetti psicologici e psicopatologici della funzione riflessiva e della mentalizzazione.

In particolare, la relazione con un genitore distanziante o, al contrario, troppo preoccupato ed ansioso, porterebbe in entrambi i casi ad un rispecchiamento affettivo patologico e socialmente disfunzionale per cui, in altri termini, il bambino può sperimentarsi come incapace di creare quella “rappresentazione secondaria” necessaria per stabilire il senso di un confine fra Sé e l’Altro[11].

Altra conseguenza di un inadeguato rispecchiamento genitoriale è lo sviluppo di un Sé “estraneo” che non riesce a rispecchiarsi nella mente della madre (Falso Sè) ed è costretto ad una erronea interiorizzazione dello stato mentale dell’oggetto come parte nucleare di se stesso.

In tal senso, la disorganizzazione del Sé porta ad una frammentazione delle relazioni di attaccamento, creando altresì un bisogno costante di identificazione proiettiva, in una sorta di esternalizzazione del Sé “estraneo” utilizzata con modalità difensive in qualsiasi relazione potenzialmente intima.

Successive esperienze di traumi relazionali potrebbero indurre il bambino a dissociarsi dalla sofferenza, usando il Sé “estraneo” per identificarsi con l’aggressore e percependo se stesso come distruttivo e, in alcuni casi, mostruoso.

La possibilità di sopravvivere ad esperienze traumatiche risulterebbe invece migliore se la mentalizzazione fosse liberamente disponibile e consentisse di interpretare il comportamento dell’aggressore.

A partire da queste considerazioni, Fonagy ed Allen (2006) sostengo che in ambito clinico il compito dello psicoterapeuta risulta simile a quello del genitore, con la duplice funzione di “contenere” le angosce del paziente e di mettere in evidenza il “carattere rappresentazionale” del suo pensiero (come anticipato da Bion attraverso il concetto di Reverie e di sviluppo da trasformazione in K ed evoluzione in O).

Sulla base di tali premesse, il setting analitico dovrebbe focalizzarsi sull’esperienza transferale attuata nel qui ed ora analitico dal paziente, mentre i cosiddetti enactments, ovvero i momenti in cui il paziente è costretto ad esternalizzare le parti estranee del Sé, sarebbero le situazioni ed i “punti d’urgenza” in cui il terapeuta, in linea con una buona alleanza terapeutica, viene a contatto con la vera interiorità del paziente.

Conclusioni

L’apparato concettuale che fa riferimento alla mentalizzazione dimostra l’evidente pregio di armonizzare in un modello coerente i principi basilari della teoria delle relazioni oggettuali, della tecnica psicoterapeutica che privilegia la nozione di campo bi-personale e della ricerca in ambito psicodinamico.

Sul piano della ricerca, la mentalizzazione ha il merito di fondare le sue basi metodologiche sulle moderne indagini neuroscientifiche e sulle più classiche tecniche di osservazione (Infant Research).

Teoricamente, quello proposto da Fonagy e Allen (2006) è un modello volto ad integrare i principali nuclei esplicativi della teoria delle relazioni oggettuali e della teoria dell’attaccamento in un sistema speculativo che, allo stesso tempo, risolve in modo produttivo l’oscillazione dialettica tra intrapsichico ed interpersonale e contiene le potenzialità per comprendere i disagi psichici nei termini di sviluppo e di psicopatologia.

Altresì, nella sua valenza clinica, le linee guida che derivano dal concetto di mentalizzazione consentono di calibrare al meglio l’intervento psicoterapeutico sulla base delle caratteristiche più importanti della dimensione analitica pensata come campo bipersonale.

In tal senso, il lavoro di Fonagy e Allen persegue l’intento di sistematizzare con puntualità una teoria della tecnica specifica, che trova nella dimensione clinica la sua più importante giustificazione a partire dalla necessità di rispondere alle domande di cura da cui principalmente emergono le organizzazioni borderline di personalità e i disturbi narcisistici.

La mentalizzazione sembra dunque rispondere in modo adeguato alla necessità di superare l’ambivalenza legata ai modelli teorico-tecnici “integrati”, proponendo un modello d’intervento valido e coerente al suo interno, al contempo capace di colmare le lacune scientifiche che storicamente hanno caratterizzato la crisi dell’ortodossia psicoanalitica.

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[1] Fonagy, P., Allen, J.C. (2006), La mentalizzazione. Psicopatologia e trattamento, trad. it. Il Mulino, Bologna, 2008.

[2] Nello stesso tempo, però, sul piano teorico, si ritrova in Freud la costante tentazione di interpretare i problemi dell’interiorità psichica e della personalità umana attraverso una visione fondata sui principi del riduzionismo biologico. In “Introduzione al narcisismo” (Freud, 1914, pg.54), con riferimento al futuro della psicologia in relazione alle nuove scoperte biologiche e fisiologiche, si legge infatti che “forse queste risposte saranno tali da far crollare tutto l’artificioso edificio delle nostre ipotesi […] Probabilmente le carenze della nostra esposizione scomparirebbero se fossimo già nella condizione di sostituire i termini psicologici con quelli della fisiologia o della chimica”. In questo passaggio sembra emergere l’assunto di una impostazione organicistica e naturalistica che difficilmente si tradurrà, sul piano pratico, in un trattamento psicologico aderente in modo rigido e scientifico alla teoria di riferimento.

[3] Nella clinica psicoanalitica, in sintonia con quanto sostenuto da Stern (1985), il “paziente clinico”, costruito sulla base di teorie tendenti all’autoreferenzialità, avrebbe preso il posto del “paziente reale”, cioè quello osservabile ed osservato nel qui ed ora dell’esperienza analitica.

[4] Se infatti Green, alludendo alla frammentazione teorica e al proliferare di scuole e “sottoscuole”, parlava di “tanti stati nello Stato”, Fonagy (2001) preferisce usare la suggestiva metafora secondo cui ogni psicoanalista coltiverebbe “il suo orticello sempre più piccolo”.

[5] Discussione Fonagy-Blum sulla mailing-list dell’International Journal of Psychoanalysis (agosto 2003), cit. in The Italian on line psychiatric magazine (www.psychiatryonline.it/ital/fonagy.htm).

[6] Altre correnti teoriche “interne” alla psicoanalisi sembrano rivendicare un principio di maggiore autonomia “soggettiva” attraverso un concetto di Io riflessivo e un’attenzione alle modalità del suo sviluppo relazionale; esse non giungono, tuttavia, ad una vera riformulazione teoretica dei contenuti freudiani, restando a volte su un piano di ambiguità terminologica.

[7] A questo proposito Jaspers affiancò al metodo della “spiegazione” come ricerca dei nessi causali naturalistici, il metodo della “comprensione”, l’unico idoneo a cogliere intuitivamente e analogicamente le manifestazioni della vita psichica ed affettiva.

[8] L’Io sarebbe quindi concepito empiricamente come un contenitore vuoto e gli affetti come accadimenti spiegabili dal punto di vista biologico: in tal senso si potrebbe affermare che, come avviene a livello di qualsiasi altro apparato somatico, anche l’apparato psichico possa essere “affetto” da un processo patologico, che causerebbe un’alterazione della regolazione delle cariche libidiche.

[9] Questa possibilità esperienziale comporta una facilitazione del processo di mentalizzazione che si arricchisce fino all’organizzazione del pensiero verbale.

[10] Nel corso dell’età evolutiva è questa capacità rappresentazionale si sviluppa nel secondo e terzo anno di età e si affina al punto che fra i tre e i quattro anni il bambino è in grado di attribuire un’opinione ad un’altra persona.

[11] Se ciò accade, attraverso l’identificazione proiettiva, un’esperienza interna può diventare improvvisamente ed automaticamente esterna (come lo stile difensivo che caratterizza il paziente con disturbo borderline di personalità).

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