Psicosomatico e Somatopsichico

101857709-b06064e8-b415-473e-9c8c-9d274ea7c67fCon il termine “disturbi psicosomatici” solitamente  si intendeno quei disturbi che esprimono significati inconsci rimossi  attraverso la somatizzazione. La caratteristica comune dei Disturbi Psicosomatici (o Somatoformi) è la presenza di sintomi fisici che fanno apparentemente pensare ad un problema di “natura organica”, ma che non sono giustificati da una condizione medica generale o dagli effetti diretti di una sostanza o da un altro disturbo mentale. I Disturbi Psicosomatici possono essere considerati delle vere malattie fisiologiche che possono provocare problemi e danni a livello organico, scatenate da personali e patologiche dinamiche psico-emotive. In questi stati patologici, l’ansia, la sofferenza, le emozioni troppo dolorose per poter essere vissute e sentite, trovano una via di scarico immediata nel soma. Non sono presenti espressioni simboliche capaci di mentalizzare il disagio psicologico e le emozioni, pur essendo presenti, non vengono percepite. In genere il paziente psicosomatico si presenta con un buon adattamento alla realtà, con un pensiero sempre ricco di fatti e di cose e povero in emozioni. Spesso si tratta di pazienti che hanno difficoltà a far venire alla luce emozioni , che separano dalle cose ogni elemento di fantasia. Tutte le loro capacità difensive tendono a tener lontani contenuti psichici inaccettabili, a costo di distruggere il proprio corpo.

In un certo senso, la questione psicosomatica in ambito clinico rappresenta il nucleo originario attorno al quale si è originato il movimento psicoanalitico. L’elaborazione teorica di Freud, infatti, si avviava dal problema della sintomatologia organica dell’isteria. Tale problema era stato messo in evidenza già dal 1878 da Jean Martin Charcot nel corso dei suoi famosi esperimenti di ipnotismo. Charcot era in grado di rimuovere sotto ipnosi i più diversi sintomi somatici dell’isteria, come l’anestesia, le contrazioni e la paralisi e su questa base sperimentale aveva ipotizzato la possibilità che la paralisi potesse essere prodotta da un’idea, visto che un’idea opposta poteva farla sparire. Freud era rimasto fortemente impressionato da una delle dimostrazioni preferite da Charcot. La riflessione su tali fenomeni è all’origine della nozione di “conversione”. La disposizione alla conversione è un tratto caratteristico dei pazienti isterici, attraverso la quale tali soggetti «rendono inoffensive rappresentazioni ed idee insopportabili, incompatibili, trasformando la loro somma di eccitazione in qualcosa di somatico».

Quando un contenuto psichico è incompatibile con l’Io, l’affetto ad esso associato è rimosso dalla coscienza con la repressione e convertito in un disturbo senso-motorio che simboleggia ed esprime a livello corporeo il contenuto inaccettabile, così risolvendo parzialmente il conflitto psicologico originario.

Nel fenomeno della conversione risiedeva dunque il problema del «salto dallo psichico al somatico» che Freud intendeva inizialmente risolvere in termini fisiologici, ma per il quale non riuscì mai a fornire una spiegazione soddisfacente.

Più tardi, Freud evidenziò anche un’altra causa dei sintomi somatici psichicamente condizionati: l’«equivalente dell’attacco d’angoscia» nelle nevrosi d’angoscia. In questa sindrome, infatti, associati all’angoscia, si manifestano sintomi fisici che possono includere palpitazioni, sudorazione, nausea, diarrea, tremore, alterazioni della respirazione, mal di testa , Freud non riteneva che i sintomi somatici delle nevrosi d’angoscia fossero il prodotto di una rappresentazione rimossa o di un conflitto intrapsichico in quanto non riusciva ad affrontarli psicanaliticamente. Essendo il risultato dell’attivazione del sistema nervoso autonomo, per Freud, doveva essere lasciato all’indagine biomedica, sottolineando il peso del fattore costituzionale ereditario. Al posto della capacità di conversione si trova nella nevrosi d’angoscia una estraniazione tra il somatico e lo psichico.

A questo proposito, quindi, Freud anticipava teoricamente quella spaccatura del movimento psicosomatico in due approcci distinti e non comunicanti, l’uno orientato in senso fisiologico, l’altro in senso psicanalitico.

All’interno della teoria psicosomatica si ipotizzano due diverse modalità di formazione dei sintomi psicosomatici. Il primo, collegato con l’isteria, considera la situazione di conflitto come la conseguenza di desideri istintuali inconsci, conflitti che danno origine a rappresentazioni mentali talmente inconciliabili che per difendersi dall’angoscia che ne deriva, la persona inconsciamente li rimuove. Il soggetto mette in atto dei meccanismi di difesa che rende tali raffigurazioni dimenticate e innocue. Tali contenuti rimossi rimangono attivi a livello inconscio , la loro energia psichica si scarica nel corpo dando origine a sintomi che, pur manifestandosi a livello somatico, non hanno basi né correlati organici. I sintomi di conversione hanno valore di compromesso e di mediazione tra tendenza a soddisfare il desiderio e il meccanismo di difesa che tende reprimerlo, esprimendo dunque il desiderio istintuale e originale e le esigenze difensive.

Il secondo modulo è quello degli equivalenti d’angoscia, che si hanno quando stati psichici penosi vengono proiettati verso l’ esterno e trovano nel corpo il terreno dove manifestarsi. Si tratta di stati talmente inconsci che vengono fatti emergere sia pure in modo deformato affinché la persona si accorga del suo significato.

Progressivamente, dunque, accanto alla conversione, anche la malattia psicosomatica viene vista come simbolizzazione corporea dell’inconscio e si fa avanti sempre di più l’idea del linguaggio corporeo e del disturbo psicosomatico come simbolo di un conflitto psichico.

La letteratura sui fenomeni psicosomatici ha inoltre ritrovato che essa può essere in relazione con i problemi dello sviluppo e della psicologia del sé, o meglio con i suoi aspetti di immaturità, di mancato sviluppo e di residui arcaici.

È infine necessario citare la teoria bioniana sul pensiero protomentale, secondo la quale nell’ambito di uno sviluppo disturbato a livelli precoci, si può ritrovare che elementi sensoriali sono in realtà di ordine psichico e viceversa, così come la proprietà specifica di alcuni eventi consiste nell’appartenere e presentarsi in modo indifferenziato sul versante somatico o psichico. Nel sistema protomentale il fisico e lo psicologico si trovano in uno stato indifferenziato, un’attività successiva li promuove ad un livello di differenziazione. Sembra che questi livelli protomentali costituiscono la matrice delle malattie. Come Bion stesso specifica, le malattie possono manifestarsi e talora sono evidenti solo nell’individuo, “ma hanno delle caratteristiche che dimostrano chiaramente come sia il gruppo più che l’individuo ad esserne affetto”. Di conseguenza la sede utile per indagare le malattie psicosomatiche sembra essere il gruppo. Il soggetto gruppale, per la natura arcaica e collettiva, sembra essere in grado di indicare transizioni veloci dal corporeo al mentale, e viceversa secondo spinte che non appaiono descrivibili e verbalizzabili. Un lavoro analitico di individuazione e di enucleazione di elementi misti o miscelati potrebbe creare uno spazio evolutivo- trasformativo atto restituire nuove proprietà agli elementi della scena.  G. Brown, gruppoanalista che si è interessato notevolmente ai disturbi psicosomatici, ritiene che l’analisi di gruppo permetta di spostare la difficoltà da una internalizzazione e somatizzazione di difficoltà emozionali alla loro comprensione e risoluzione all’interno di una rete di relazioni. I disturbi psicosomatici sono delle regressioni a stati preverbali primitivi ( il protamentale di Bion). Brown fa inoltre riferimento al concetto di alexitimia di Nemiah e Sifneos per indicare l’incapacità di trovare le parole per esprimere sensazioni, emozioni, sentimenti, fantasie e impulsi, proprie di queste persone. I sintomi fisici rappresentano un blocco della comunicazione e nello stesso tempo sono una comunicazione indiretta. Il loro trattamento implica la creazione di significato e simbolizzazione da parte di individui che rimangono legati alla somatizzazione della prima infanzia. Il lavoro gruppoanalitico consiste nello scoprire il significato di questi sintomi fino al livello più primitivo (proto mentale) per essere desomatizzato, tradotto in parole e mentalizzato. Il gruppo, oltre a svolgere la funzione di contenitore, aiuta i pazienti a sviluppare gradualmente la verbalizzazione. La comunicazione avviene a vari livelli: da un livello psicosomatico indifferenziato, primario a livelli maggiormente simbolici verbali e astratti. La relazione, la condivisione, il clima di apertura e di comprensione condivisa sono fattori essenziali. La traduzione dei messaggi può aiutare le persone a superare l’abituale fiducia nei disordini psicosomatici ed esprimere quegli aspetti di sé delle loro relazioni che non possono essere espresse in altra maniera. Progressivamente i pazienti psicosomatici abbandonano la dipendenza da forme somatiche di comunicazione. Il gruppo si dimostra un contenitore migliore della propria madre e famiglia, la frustrazione non attiva più inevitabilmente lo psicosoma primitivo. Il gruppo facilita la comunicazione ad un livello primitivo più profondo ed il conduttore deve trasformare le sue sensazioni controtransferali in consapevolezza, deve facilitare la comunicazione ai livelli primitivi più profondi ed infine tradurli in parole. Il gruppo permette la capacità di pensare su sensazioni e relazioni che in precedenza erano cosi minacciose da essere impensabili nella originaria matrice materna, familiare e sociale. Possiamo dire che il gruppo analitico offre uno spazio transizionale di contenimento dove transfert scissi possono essere sperimentati e integrati, dove può aver luogo il movimento dall’isolamento all’adattamento empatico e dove i livelli corporei possono essere esplorati.

Nella storia dei pazienti psicosomatici si trova spesso che la madre, la quale non è riuscita a trovare e a sviluppare una propria identità nell’ambito del gruppo primario o dell’ambiente in genere, è oppressa da un modello, appartenente all’Io ideale, di madre buona e perfetta di un bambino a sua volta buono e perfetto. La madre vive il neonato, a causa del suo corpo incompleto e impotente, come una grave afflizione narcisistica. Lo percepisce come difettoso e insufficiente e di conseguenza sente i suoi bisogni come un’ afflizione continua. Per difendersi da questa afflizione, la madre riversa sul figlio il proprio desiderio inconscio di un bambino perfetto, tramite una serie di regole tese al controllo di ogni manifestazione vitale del bambino e delle sue funzioni corporali. Alla protesta del bambino contro questa violenza che non gli lascia spazio per i propri bisogni, la madre reagisce con ostilità e incomprensione. Solo la malattia fisica del bambino permetterà alla madre di confermare l’immagine inconscia del proprio Sé come madre buona e perfetta e, in cambio di ciò, di premiare il bambino malato con cure ed attenzioni. Di fronte a questa situazione la madre risponderà alla malattia del figlio con reazioni contraddittorie, in cui si esprime la scissione d’identità del suo Io. L’atteggiamento materno è estremamente ambiguo; infatti il bambino è posto costantemente a confronto con la richiesta di essere un bambino perfetto, ma ad ogni passo compiuto in direzione di una percezione autonoma dei proprio bisogni, riceve risposte in termini di divieti e forte angoscia. In più vediamo che la madre cessa di prodigarsi al bambino una volta guarito, e riassume la sua funzione di madre solo quando il figlio le segnala, riammalandosi, che ha rinunciato al suo bisogno di indipendenza e autonomia.

L’affezione somatica ha una doppia valenza:

-permette alla madre di sfuggire all’ambivalenza conflittuale verso il figlio, assumendo un atteggiamento di dedizione che si accorda con i propri desideri e angosce inconsce;

-consente al bambino, adattato all’ambivalenza conflittuale della madre, per mezzo della malattia, uno spazio per lo sviluppo del suo Io.

Il bambino paga questa stabilizzazione del rapporto simbiotico con la madre con la limitazione del suo sviluppo. Più precisamente si fa carico dell’ambivalenza conflittuale della madre e della sua incapacità di delimitare la propria identità. In questo modo la madre spinge il bambino a dire no a se stesso e a porsi al servizio della madre come portatore di un sintomo che è relativo al conflitto d’identità della madre. Questa dinamica patogena risponde al bisogno della madre di mantenere il bambino in uno stato di costante dipendenza, corrispondendo con la malattia al bisogno inconscio della madre e, allo stesso tempo, il bambino si procura la sicurezza della protezione materna dal pericolo di essere abbandonato. La malattia del bambino serve alla madre per difendersi dai suoi bisogni di dipendenza infantile e per poter avere nella cura del bambino una conferma continua delle sue inconsce fantasie di onnipotenza. C’è dunque un intimo legame tra conflitto inconscio della madre e affezione psicosomatica del figlio. Il sintomo serve alla madre in quanto impersonifica il conflitto inconscio d’identità che essa possiede in relazione al suo ruolo materno e per rendere controllabile questo conflitto. La madre può così fungere solo da pseudo-madre, la quale mentre accudisce il bambino al contempo lo fa ammalare, così come il bambino ricorre alla sua falsa identità di malato psicosomatico per colmare il “buco dell’Io” della madre. Il comportamento psicosomatico segue una dinamica interpersonale, in cui il bambino è obbligato a rinunciare al suo sviluppo e alla delimitazione della propria identità ed è costretto ad assumere l’identità del malato, grazie alla quale la madre riesce a conservare intatta la sua pseudo-identità. Tale dinamica si estende anche all’intero gruppo primario. Quest’ultimo può infatti permettere ad uno dei suoi membri di costruire e realizzare la propria identità, solo se possiede una propria identità e se è in grado di darsi una delimitazione nei confronti dell’ambiente. L’evento psicosomatico si delinea quindi come un evento interpersonale. Va dunque ricondotto a un disturbo patologico nell’interazione del gruppo, di cui il malato è membro e a cui serve come portatore di sintomi. La madre non fa parte solo della diade madre-bambino, ma ha anche una funzione di mediazione per cui per un lato rappresenta il gruppo primario e per l’altro si pone nei confronti del gruppo come rappresentante dei bisogni del bambino. Da ciò che avviene nell’interazione simbiotica deriverà il buono o cattivo esito dello sviluppo dell’Io corporeo e della formazione dell’identità corporea, che costituisce la base di ogni sviluppo. Grazie all’interiorizzazione dei diversi aspetti dell’Io ausiliare della madre e del “facilitating environment” del gruppo primario, si costituisce un confine dell’Io e un gruppo di oggetti interni. I disturbi dello sviluppo sono sempre legati alle dinamiche inconsce dei processi di gruppo. Per quanto riguarda il comportamento psicosomatico, esso esprime sempre un conflitto inconscio della madre, riguardante il bambino, se stessa e le persone con cui è in rapporto, conflitto respinto dalla madre e dal gruppo primario. Il comportamento del bambino mette in luce questi conflitti. Sembra infatti che il disturbo psicosomatico del bambino si risolve nel momento in cui si riesce a portare la madre a una presa di coscienza dei propri conflitti e ad aiutarla nella loro elaborazione , nell’ambito ad esempio del gruppo dei genitori o nell’ambito di una terapia psicoanalitica. La madre può diventare così capace di riconoscere e capire i bisogni vitali del bambino e di corrispondere soprattutto alla sua richiesta di dedizione emotiva. Spesso tale affezione si manifesta quando il bambino viene strumentalizzato dalla madre e usato come arma per affrontare i conflitti inconsci o anche quando la madre percepisce la richiesta di dedizione del figlio come una minaccia alla propria persona e si tira indietro dal punto di vista emotivo. In tali casi la psicodinamica della simbiosi è invertita: è il bambino ad assumere una la funzione protettiva verso la madre e a servirle da Io ausiliare, mentre quest’ultima non è più in grado di percepire la propria funzione da Io ausiliare nei riguardi del bambino. Il conflitto inconscio si esprime nel fatto che la madre, pur riuscendo a percepire e a soddisfare singoli aspetti della personalità e dei bisogni del figlio, non è in grado di percepirlo come una personalità a pieno diritto e a rispettarlo come tale. Ci troviamo di fronte ad un rifiuto conscio o inconscio da parte della madre della totalità del figlio, spesso ciò si riferisce alla fisicità del bambino che le appare imperfetta. La ragione di ciò va ritrovato nella mancanza di un Io corporeo integrato della madre o nell’atteggiamento del gruppo circostante, quale quello familiare, che impedisce alla madre di avere alcun contatto fisico-emotivo con il suo bambino. Il sintomo psicosomatico è il segnale di questa interruzione nella comunicazione con la madre. Una situazione familiare tipica del gruppo psicosomatogeno è caratterizzato da genitori iperadattati alle richieste dell’ambiente sociale, incapaci di offrire al bambino un ambiente protettivo in cui svilupparsi. La famiglia funge da pseudo-comunità e la comunicazione tra genitori si limita ad una superficiale preoccupazione sulla salute del figlio. Il bambino è tenuto in uno stato di dipendenza simbiotica affinché i genitori possano avere un settore in cui difendersi per mezzo del bambino malato dal loro conflitto inconscio d’identità, mettendolo contemporaneamente in atto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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