New Addiction

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Nuove forme di dipendenza

Nel Frammento XXXV, Epitetto (55-135 d.c.) scriveva che nessun individuo può considerarsi libero se non è padrone di se stesso.

In accordo con questo autorevole insegnamento, il concetto di libertà si svela dunque attraverso una dimensione esistenziale sostanzialmente contrapposta alla dipendenza.

Nel linguaggio psicologico con il termine dipendenza si è soliti intendere una condizione patologica e disadattativa tale per cui la persona perde ogni possibilità di controllo su un’abitudine apparentemente innocua o normalmente routinaria.

L’individuo dipendente, pertanto, non è solo vittima della propria mancanza di volontà, ma soffre di un vero e proprio disturbo, a volte cronico, caratterizzato dalla perdita di controllo sull’uso di sostanze, su determinate espressioni o agiti comportamentali.

La dipendenza diventa patologica quando è caratterizzata da due elementi fondamentali: la dominanza e la compulsività. In questo caso, la dominanzanei pensieri dell’oggetto della dipendenza è prioritaria rispetto alla compulsività del comportamento, mentre ciò che differenzia la semplice compulsività dalla dipendenza compulsiva è la gratificazione che si accompagna all’azione dipendente. Dal punto di vista degli effetti è possibile distinguere la dipendenza in: dipendenza fisica, che altera lo stato biologico, e dipendenza psichica, che altera lo stato psichico e comportamentale. Tradizionalmente il concetto di “dipendenza” (addiction) è stato limitato all’alcool e alle droghe; negli ultimi decenni, invece, si è allargato fino a comprendere tutti quei comportamenti di dipendenza che si traducono in azioni rituali di natura compulsiva/ossessiva. Le scienze psicologiche hanno preso in considerazione forme di dipendenza comportamentali in cui non è implicato l’intervento di alcuna sostanza chimica.

Queste sono considerate nei termini di Nuove Dipendenze o New Addiction.

Tra le nuove patologie della nostra epoca sono presenti livelli di dipendenza che oscillano da atteggiamenti routinari a quadri clinici severi che possono essere equivalenti, per grado di problematicità, a quelli delle dipendenze da sostanze tossiche già da tempo riconosciuti.

Con la parola “addiction” s’intende quindi definire una condizione generale in cui la dipendenza psicologica spinge alla ricerca compulsiva di un oggetto o di un comportamento senza il quale l’esistenza dell’individuo diventa priva di significato, ossia tale viene percepita.

Fa riflettere poi la circostanza che l’oggetto della dipendenza sia in questo caso un comportamento o un’attività generalmente lecita o, quasi sempre, socialmente accettata e a volte persino promossa. Tra le New Addiction si annoverano la dipendenza dalGioco d’azzardo, da Internet, dallo Shopping, dal Lavoro, dal Sesso, dal Cibo e dalle Relazioni Affettive.

Per la maggioranza delle persone queste attività rappresentano parte integrante del normale svolgimento della vita quotidiana, ma per alcuni individui possono assumere caratteristiche patologiche, fino a provocare gravissime conseguenze sul piano individuale e sociale.

Il criterio “quantitativo” dell’agìto risulta pertanto fondamentale ai fini di una corretta valutazione. “Ogni dipendenza è una tossicodipendenza a livello chimico per il nostro corpo e a livello psichico per il nostro spirito. Ma la dipendenza negativa, definita dalla scienza ‘addiction’, non deriva solo da sostanze stupefacenti ma anche da quelle buone come il cibo, l’attività fisica, il gioco, lo shopping compulsivo. La cosa più crudele è l’illusione della libertà” (Pulvirenti, L., Parsi, M.R., Il cervello dipendente. Un’intervista di Maria Rita Parsi, I garanti, 2007). Negli ultimi anni si è assistito all’enorme diffusione di queste forme di dipendenze comportamentali, tanto che la letteratura scientifica non ha potuto fare a meno di rivolgervi un attento e specifico interesse. La dipendenza patologica e il dilagare delle new addiction sono fenomeni psichici che dimostrano un’importante correlazione con il principio di evoluzione sociologica-culturale. Sin dalla prima rivoluzione industriale, la mentalità sociale e gli ideali culturali hanno subìto una rapida e profonda trasformazione, così come i gruppi di individui che da queste due forme di pensiero attingono le proprie condivise ragioni esistenziali. L’innovazione tecnologica e la nuova idea di civiltà, da un lato, hanno agevolato lo sviluppo di questo tipo di dipendenze, generando stress, vuoto e noia, dall’altro hanno stimolano una tendenza all’immediata gratificazione, fornendo gli strumenti appropriati per raggiungerla, sulla base di un esempio, un cliché, un’idea o un modello, spesso falsi, o idealizzati sino all’estremo. Il dilagare degli aspetti peggiori del sistema capitalistico in molte realtà culturali ha segnato l’inizio di un’epoca in cui l’uomo sembra avere valore non tanto per ciò che è ma per ciò che possiede. Erich Fromm (1976), in tal senso, insisteva sul fatto che la società occidentale contemporanea sia drammaticamente fondata sull’ “avere” e non sull’ “essere”. Illudere che la felicità si possa raggiungere attraverso il possesso e il consumo è uno degli obiettivi delle società in cui emerge una falsariga sproporzionata di “consumismo” tout court. Inoltre, si pensa che il dipendere da qualcosa tenga distanti dall’idea della morte o della sofferenza, che, così “esorcizzate”, appaiono lontane, estranee e sfumate.

Al di là del retorico, non è superfluo sottolineare come soprattutto le nuove generazioni siano sempre più soggette ed attratte dai meccanismi di una società dei consumi che lancia messaggi martellanti, in cui, come sosteneva Marshall McLuhan (1977), il medium diventa più potente del messaggio, sino a sostituirlo. L’individuo contemporaneo è quindi indotto alla ricerca di una felicità basata sul possesso di tutto ciò che è piacevole e desiderabile – e raggiungibile in modo immediato e senza troppa fatica – seguendo e subendo modelli spesso imposti dalla cultura dominante. Scivolare nell’errata e massificata convinzione che potere, denaro ed elevato status sociale coincidano con benessere e felicità è un rischio oggigiorno frequente. E’ dunque in questo contesto che si inserisce la problematica psicologica delle “dipendenze”, tema “universale” che tocca tutti in prima persona perché legato alla ricerca dell’optimum esistenziale. Essere patologicamente dipendenti da qualcosa – da una sostanza o da un’attività – porta sempre in seno una limitazione della propria autonomia e delle proprie capacità di scelta. Riacquistare indipendenza e libertà di pensiero è frutto di una delicata omeostasi tra interno ed esterno, di un processo di introversione ed estroversione che necessita invece di un percorso spesso faticoso, profondo, volto all’acquisizione di consapevolezza, volontà e autostima. E’ lecito pensare che l’avanzare del progresso tecnologico abbia modificato in termini di complessità non solo le abitudini delle persone ma anche il loro modo di esprimersi in situazioni patologiche.

 

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