Disturbi alimentari e cura interpersonale

56ac1c86cc859b8c749370321a0af39eComportamenti inerenti l’autolesionismo e il suicidio possono essere utilizzati dai pazienti con Disturbo del Comportamento Alimentare come mezzi per far fronte al dolore psichico profondo, per alleviare l’angoscia, per far fronte al sentirsi inadeguati ed al marcato isolamento sociale in cui vivono.

In uno studio epidemiologico italiano (Lanzi e Rossi 1997) è stata notata la correlazione tra DCA e tentativi di suicidio: i pazienti affetti da tali disturbi che hanno tentato almeno una volta il suicidio si differenziano significativamente da coloro che non l’hanno tentato per aver ricevuto un abuso, per l’instabilità affettiva, per l’instabilità dell’immagine di sé, per il perfezionismo disadattivo e per la difficoltà nella relazione con i genitori, molto spesso espressa attraverso un rapporto di invischiamento e un attaccamento insicuro (Yamaguchi, 2000).

Negli abusi vengono individuati “gli atti e le carenze che turbano gravemente il bambino, attentano alla sua integrità corporea, al suo sviluppo fisico, intellettivo e morale, le cui manifestazioni sono la trascuratezza e/o le lesioni di ordine fisico e/o psichico e/o sessuale da parte di un familiare o di altri che hanno cura del bambino”(Montecchi, 1994).

Il maltrattamento psicologico nasce da un’insufficiente percezione delle reali esigenze del figlio, delle sue caratteristiche individuali, delle difficoltà che incontra e che non è in grado di superare; si configura dunque come una carenza di empatia, base della funzione genitoriale, fondamentale per la costruzione del sé dell’infante (Montecchi, 1994).

Tutti gli abusi (fisico, psichico, sessuale) hanno come tema la corporeità e compromettono sia la costruzione dell’immagine sia la percezione corporea.

In quegli abusi cui fa seguito la patologia anoressica, la negazione del cibo e dei bisogni alimentari diventa la metafora della negazione di ciò di cui si ha bisogno e che proviene dall’esterno, la negazione del bisogno dell’altro, dal momento che proprio l’altro si è rivelato inaffidabile e traditore. Il cibo rifiutato corrisponde quindi al rifiuto del mondo, quel mondo che ha permesso un contesto abusante in cui la bambina è stata costretta a vivere. Il corpo, per i profondi mutamenti cui va inesorabilmente incontro,  presenta agli occhi dell’adolescente un aspetto di sé vulnerabile e traditore che va mortificato, ma contemporaneamente rimane la fonte delle sensazioni forti e anche se dolorose, come la perversa erotizzazione del digiuno, dell’iperattività fisica, dell’abbuffata e del vomito, divengono un abnorme atteggiamento difensivo contro tutto ciò che il rapporto con il cibo rappresenta. I rituali di annientamento che sono praticati nei soggetti anoressico-bulimici ripropongono l’orrore subito e riducono il corpo a puro scarto. Dietro la relazione con un cibo vissuto come pericoloso e intrusivo si celano infatti tutti i rapporti con gli oggetti esterni, sperimentati come intrusione sessuale, fisica o mentale. Nei vissuti di questi bambini, i pensieri, le emozioni, e le azioni dell’adulto abusante, sono rimasti dei corpi estranei, innestati nell’apparato mentale dei pazienti, conservando nel tempo il loro carattere di disappartenenza all’ambiente emotivo che, suo malgrado, li ospita. La loro mancata “digestione” emotiva li consegna all’impossibilità di essere “metabolizzati”, cioè elaborati e quindi dimenticati.

I bambini devono procurarsi stimoli intensi e dolorosi, perché ne hanno assolutamente necessità. Infatti vuoto, tristezza, irrequietezza, sono le emozioni che il bimbo può superare soltanto autoproducendosi forti sensazioni con la “mortificazione della carne”.

Le moderne teorie offrono una visione ampia e dettagliata dei meccanismi sottostanti il disturbo anoressico. La Bruchsostiene che le origini evolutive dell’Anoressia siano da collocarsi nella relazione tra madre e infante.La preoccupazione riguardo al peso e al cibo è senza dubbio la manifestazione più caratteristica di un disturbo del concetto di sé. Nell’adolescenza le “brave bambine” compiacenti divengono improvvisamente oppositive. Il corpo viene esperito come qualcosa che è altro da sé ed appartenente ai genitori. L’anoressia si produce come un tentativo di cura di sé, per sviluppare, attraverso la disciplina del corpo un senso di individualità e di efficacia interpersonale. Le madri delle pazienti anoressiche hanno sempre accudito le proprie figlie in funzione dei propri bisogni; per cui i segnali inviati dalle loro bambine non hanno ricevuto delle risposte di conferma e di convalida e tutto questo non ha loro permesso di sviluppare un sano senso di sé e le ha portate a percepirsi come un’estensione della madre piuttosto che un’entità autonoma a se stante.

In ambito sistemico-relazionale si sottolineano le voci di Selvini Palazzolie Minuchin. Secondo quest’ultimo, le famiglie delle pazienti anoressiche sarebbero caratterizzate da una struttura fortemente invischiata, dove palese risulta l’assenza dei confini generazionali e personali, per cui ogni componente della famiglia vede drasticamente ridursi la propria autonomia e libertà personale e non è quindi in grado di costruirsi un’identità separata al di là della matrice familiare. La Selvini Palazzoli (2001) ribadisce questo concetto sottolineando come le pazienti anoressiche non siano state in grado di separarsi psicologicamente dalla madre col risultato di non aver mai acquisito uno stabile senso del proprio corpo. Il corpo viene quindi percepito come se fosse abitato da un cattivo “introietto materno” e il digiuno viene a simbolizzare il tentativo della paziente anoressica di fermare la crescita di quest’oggetto ostile.

Bionipotizza la presenza di uno stato di indifferenziazione, che viene a verificarsi sia nel caso della psicosi che nell’anoressia: l’obiettivo è accettare tale stato e non averne paura, al contrario di quanto accade nell’anoressia, durante la quale viene a cristallizzarsi la struttura di personalità. A questo punto Bion afferma che se la mente riesce a pensare il pensiero, a pensare l’esperienza, allora quell’elemento di indifferenziazione non è più così arcaico e indistinto o primitivo e può funzionare non più come minaccia. Bion ci avverte, infatti, che gli elementi indistinti e indifferenziati dell’apparato psichico si possono presentare sia come psicosi che come somatosi: ci si può ammalare sia di una malattia organica sia di una  malattia psichica se c’è un elemento indistinto nel nostro sistema che non si è riusciti a elaborare e individuare e a trasformare in elemento alfa rispetto all’elemento beta dell’esperienza grezza, da cui scaturisce la minaccia. Questi elementi sparsi orbitano attorno alla personalità senza che riescano ad aggregarsi e a far parte di un livello di sviluppo della personalità.  

 “L’ossessione per il cibo, il peso, la forma corporea diventa un affannoso tentativo di evitare le sfide della vita, una modalità sostitutiva per affrontare i conflitti associati al difficile raggiungimento dell’identità. Si ricorre alle diete per dare un indirizzo alla propria esperienza, per cancellare una sofferenza emotiva causata da una percezione errata e carente della propria identità. Il progetto anoressico quindi è frutto di un male di vivere intenso, di una sofferenza divenuta insopportabile, di un vuoto profondo e di un costante desiderio di riempirlo, in un “gioco” distorto e complesso in cui le emozioni sono come blindate” (G. T. Gallino, 1998).

Seguendo Recalcati (1997), ogni tipo di abuso è una violazione dei confini corporei che minaccia la separatezza e l’integrità del sé: si deve, quindi, esercitare il controllo su ciò che entra ed esce dal corpo, promuovendo il rischio della “scelta” del sintomo anoressico-bulimico funzionale alla crescita di uno spazio sicuro.

Manca l’esperienza dell’esser stati immersi in quel “bagno di linguaggio” in cui il «desiderio dell’uomo trova il suo senso nel desiderio dell’altro, non tanto perché l’altro detenga le chiavi dell’oggetto desiderato, quanto perché il suo primo oggetto è di essere riconosciuto dall’altro» (Lacan, 1953, in Di Cioccio, 2010). La percezione di “avere un corpo” non ha avuto modo di strutturarsi attraverso l’esperienza di un ambiente capace di riconoscerlo, desiderarlo, pensarlo, cosicché nell’anoressia mentale «essere corpo significa essere cosa» (Selvini Palazzoli, 1963, in Di Cioccio, 2010) nel rifiuto e nell’esclusione radicale dell’Altro.

Con il suicidio il paziente anoressico tenta di rendersivisibile nell’isolamento in cui vive il proprio dramma con il rifiuto estremo del corpo rappresentato appunto dal suicidio:«Il primo oggetto che egli propone al desiderio parentale il cui oggetto è sconosciuto, è la propria perdita. Vuole perdermi? Il fantasma della sua morte, della sua scomparsa, è il primo oggetto che il soggetto deve mettere in gioco in questa dialettica, e di fatto lo mette(Lacan, 1964, in Di Cioccio, 2010).

La comunanza di un’esperienza può essere una funzione che se utilizzata in maniera giusta può divenire terapeutica e promuovendo la scoperta del sé nel paziente (Marinelli, 2004).

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