L’età della paura liquida: ansia e attacchi di panico

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Dieci anni fa Zygmunt Bauman chiamò “paura liquida” quello stato di costante minaccia in cui il mondo contemporaneo vive a causa del terrorismo globale. La paura, che dopo anni di Guerra Fredda sembrava domata e resa inoffensiva dalla capacità tecnico-scientifica di dominare e di prevedere tutto, è tornata ma in forma forse diversa rispetto al passato perché più simile all’ansia, a un’incessante e pervasiva sensazione di allarme, un qualcosa di emotivamente multiforme, esasperante nella sua vaghezza.

“Paura liquida” è anche il termine attraverso cui è possibile definire l’incertezza, la precarietà, la mancanza di un futuro (vicino o lontano) dove il pericolo è difficile da afferrare e quasi impossibile da combattere. Questo vissuto può scalfire anche i momenti più insignificanti della vita quotidiana e intaccare quasi ogni strato della convivenza.

Nessuno sembra poter indicare cosa fare, anche la cultura psicologica che si interessa dei legami umani che si frantumano al pari dello spirito di solidarietà. In questo clima generale di diffidenza basta poco perché l’altro sia percepito come un potenziale nemico, ritenuto colpevole fino a prova contraria. Il mondo in cui ci troviamo è in subbuglio e i suoi abitanti vivono in un particolare stato di ansietà, che lo psicoanalista Henry P. Laughlin definisce “tensione apprensiva, irrequietezza che nasce dal sentire un pericolo imminente ma vago e di origine sconosciuta”. Come possiamo esprimere quello che proviamo quando entriamo in una stazione o in un aeroporto passando per checkpoint con militari in tenuta mimetica e mitra in braccio, o quando ci sottoponiamo alle perquisizioni delle borse all’ingresso di una mostra, di uno stadio o di un concerto, o quando siamo in metrò? Cosa temiamo? Un attacco terroristico, un commando suicida? In altri termini, come gestire il già complicato rapporto che l’individuo occidentale ha con la morte? Come porsi di fronte alla spettacolarizzazione mediatica di quest’ultima e del terrore? Tutto questo, ma anche altro. L’ansia non ha un contenuto definito e sembra essere innescata da un detonatore sconosciuto, “qualcosa di più interno”, un’aspettativa mentale che potrebbe anche essere solo qualcosa di immaginato, con scarse possibilità di verificarsi. La parola “ansia” viene dal latino anxietas,che deriva dal greco angh, radice etimologica utilizzata per significare “oppresso” o “turbato”, ovvero “angosciato”; il suo significato iniziale si riferisce a sensazioni fisiche quali tensione, costrizione, disagio.

Le emozioni che proviamo in uno stato di ansia si configurano come un magma affettivo dove si mescolano insieme stati d’animo, sentimenti, esperienze vissute. L’ansia, alla pari di altre emozioni, non è qualcosa di omogeneo o di distinto, ma di stratificato, che può essere comunicato in diversi modi e oggi i social network e i telefoni cellulari moltiplicano questo effetto su scala planetaria amplificando la suggestione. Gli storici hanno dimostrato come in passato la paura fosse soprattutto un sentimento collettivo: il timore del buio, di Satana, delle streghe, della magia, delle eresie, della peste. Prima che si andasse a trasformare il rapporto con la religione – da fenomeno generale in evento vissuto più individualmente – i comportamenti collettivi definivano l’atteggiamento verso la paura e lo “normavano”. Ora sta accadendo qualcosa di simile? L’ansia diventa un fenomeno comune e non più solo una singola esperienza emozionale? Alla fine degli anni Quaranta si viveva sotto il timore della bomba atomica, nell’incubo dell’apocalisse, dell’esplosione fine-del-mondo descritta poi con geniale sarcasmo da Stanley Kubrick nel suo Il dottor Stranamore, ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba. L’ansia, forse più di altre emozioni, è contagiosa.

Viviamo tutti in un atteggiamento di attesa, di anticipazione. Mentre nella paura l’anticipazione riguarda se e come una minaccia attuale causerà danni, nell’ansia invece l’anticipazione coinvolge l’incertezza sulle conseguenze di una minaccia che è presente ma che può anche non verificarsi. Questo è lo stato d’animo collettivo in ci troviamo di fronte alle cruente immagini che ogni giorno affollano i palinsesti dei Tg o le prime pagine dei quotidiani online: ci preoccupiamo di minacce future che possono nuocerci come collettività e come singoli, ma non sappiamo bene quali e se poi ci riguarderanno davvero.

L’ansia è quindi il cartellino del prezzo della libertà umana? E’ questo il destino del nuovo villaggio globale?

Psicologo, Psicoterapeuta

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