Le nevrosi e la coazione a ripetere

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Sin dall’inizio della sua teoresi psicoanalitica, Freud era propenso a sostenere che in fin dei conti l’individuo rincorre disperatamente il tentativo di riparare un “danno psichico” “storico”, provando cioè a superarlo con rabbia o accondiscendenza, spesso con ripetizioni coatte di comportamenti poco adattivi o solo apparentemente tali (concetto della “coazione a ripetere”, ben descritto ed enucleato nel 1920 in Al di là del principio di piacere).

La coazione a ripetere è un processo incoercibile e di origine inconscia, con cui, “autosabotandosi”, ci si pone attivamente in situazioni penose, ripetendo così vecchie esperienze senza ricordarsi il prototipo e con invece l’impressione di qualcosa che è pienamente motivato dalla situazione attuale. La coazione a ripetere può essere annoverata fra le nevrosi perché il sintomo è replicato in modo assoluto e atemporale, senza un vero appagamento del desiderio, in una sorta di eterno ritorno dell’uguale. Insomma, se sbagliare è umano, perseverare pare lo sia ancora di più. A volte ci si attorciglia su se stessi, a volte meno, nel ruolo di personaggi che poco o nulla hanno a che fare con l’essenza e quindi la verità dell’essere. In tal senso, creiamo una sorta di stucchevole cliché di noi stessi, spesso lontano anni luce da ciò che veramente siamo. È quello che lo psicoanalista Donald Winnicott (1949) chiamava falso-Sé, ossia la maschera che l’individuo adulto indossa per sopperire a una ferita narcisistica mai risolta sin dalle prime settimane di vita (e causata dal peso insostenibile della depressione materna). Il falso Sé è un’organizzazione difensiva tesa a proteggere il nucleo del vero Sé dalle intrusioni di un ambiente non “sufficientemente buono” che ne impediscono lo sviluppo. In sintesi, la sua eziologia è da ricercarsi nella primissima relazione madre/bambino e nell’incapacità materna di sostenere il sano narcisismo del figlio (che di conseguenza diventa compiacente ponendo le basi per la creazione di un Sé, appunto, falso).

Quando i deficit del maternage e le assenze traumatiche sono vissute dal bambino come una catastrofe, il funzionamento mentale dell’assimilazione identitaria e dell’estensione di sé (caratteristico dei primi mesi di vita e utile alla crescita) può divenire una maschera protettiva del sé infantile, estesa a tutto il mondo esterno, originando una struttura rivolta a mantenere uno stato di sopravvivenza piuttosto che di autonomia. In effetti, una persona che evolutivamente organizza un falso-Sé può sembrare funzionare nel quotidiano, può essere un professionista rispettato, un bambino apprezzato da genitori e insegnanti, senza tuttavia aver sviluppato un’identità autonoma e autentica al fine di evitare il confronto con gli aspetti mentali dolorosi appartenenti al passato. Dunque il falso-Sé si configura come identità imitativa, per sua natura fragile e in quanto tale spesso non affidabile nel tempo, che tuttavia permette all’individuo di non soccombere.

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