Lo psicoanalista americano Erik Erikson (1902-1994) ebbe il merito di elaborare una teoria psicosociale dello sviluppo che integra, in modo armonico, i presupposti del modello freudiano con i principi sociologici che fanno riferimento ai concetti di “mondo esterno” e di “realtà esterna” (De Blasi, 2009). Parallelamente a questo pregio, la teoria di Erikson sovradetermina l’importanza di un’impostazione evolutiva costruita contemporaneamente sull’analisi del livello “normale” e del livello “patologico” di sviluppo psichico. Il tipo di preadattamento del neonato umano, meglio definito dall’attitudine a superare le crisi psicosociali attraverso diverse fasi epigenetiche, richiede, oltre a un “ambiente fondamentale” (quale può essere la diade madre/bambino nella dimensione del maternage), anche una serie di ambienti “sociali” più o meno “prevedibili” (famiglia allargata, gruppo dei pari, amici ecc.) L’ambiente deve permettere e salvaguardare: “[…] una serie di sviluppi più o meno discontinui, eppure culturalmente e psicologicamente coerenti, ognuno dei quali si estenda lungo tutto il raggio dei compiti vitali in espansione” (E.Erikson cit.in R.Friedman,
psicologia
L’Io-Pelle: teoria e clinica
L’Io-Pelle Dott.Vincenzo De Blasi per appuntamenti: 3494671606 Email: vdeblasi@yahoo.com Studio: via Merulana 134 Roma L’importanza della sensibilità cutanea per la sopravvivenza dell’individuo e della specie è universalmente riconosciuta. La cute ha un ruolo decisivo nel mantenimento omeostatico dell’organismo: si può vivere da ciechi, sordi, privi dell’olfatto e del gusto, ma difficilmente si sopravviverà al deterioramento totale della pelle e alla perdita della funzione tattile. Da un punto di vista filogenetico ed ontogenetico, la cute è il primo ed il più importante organo di senso, quello che ha maggior peso (20% del peso totale del corpo nel neonato e 18% nell’adulto) e che riceve stimoli tattili, termici, dolorifici. La pelle è un organo di senso, per così dire, “multiplo” (tatto, dolore, pressione, calore) ed è strettamente connessa agli al- tri organi di senso esterni (udito, vista, odorato, gusto) ed alla sensibilità cinestetica e di equilibrio. Continuamente disponibile a ricevere segnali di ogni tipo, oltre a stimare il tempo e lo spazio,
L’Empatia
Alcune note sul concetto di empatia in psicologia clinica e in psicoterapia Può sconcertare la disomogeneità delle molteplici definizioni o tentativi di descrizione del concetto di “empatia” presenti nel panorama della letteratura psicologica. Con il termine “empatia”, generalmente, s’intende la capacità di risonare emotivamente con l’altro o il riprodursi di uno stato affettivo simile a quello dell’altro (G.C. Reda, 1982). Altresì, l’empatia può essere considerata una delle maggiori capacità di un terapeuta di successo, di un facilitatore o di un membro del gruppo capace di aiutare gli altri (A.M. Freedman, 1984). La risposta empatica è prevalentemente determinata dalla predisposizione psicologica di ogni individuo e dal suo personale e unico modo di esperire gli eventi emotivi; la persona empatica immagina come ha sperimentato egli stesso eventi simili a quelli che un altro individuo sta sperimentando e, dopo aver rilevato alcune caratteristiche sensibili del campo interpersonale (espressione del viso, gesti, tono di voce ecc.), arriva a quel senso di sentimento comune
Il gruppo di formazione in psicoterapia
“Ci sono due tipi di conoscenza: conosciamo una cosa per esperienza diretta, o sappiamo dove trovare informazioni a proposito.” (Samuel Johnson, da J.Boswell, Vita di Samuel Johnson) “E’ importante non solo l’idea dello “sviluppo” al posto di quella di “essere dotati per istinto”, ma anche la coscienza del valore di un approccio razionale o scientifico al problema. Così pure, come corollario indispensabile all’idea dello sviluppo, il gruppo (o il singolo) accetta la validità dell’apprendimento dall’esperienza.” (Wilfred Bion, Apprendere dall’esperienza, 1962) **** Qual è la “valenza” dei fattori gruppali che caratterizzano la formazione in psicoterapia? E’ pienamente esplicativo considerare il gruppo di formazione sulla base del classico modello lewiniano (T-Group), oppure è necessario far si che su questa valida prospettiva converga un’impostazione psicodinamica “più profonda”, che, ad esempio, faccia riferimento alla tradizione specificamente bioniana? E’ lecito ritenere che la relazione empatica nei gruppi di formazione possa essere considerata una “estensione multipersonale” dell’ “alleanza terapeutica”? Il primo problema può essere investigato
Donald Winnicott
Nella storia del movimento psicoanalitico, Donald Woods Winnicott (1896-1971) ha avuto il merito di fornire una teoria dello sviluppo psichico complessa e innovativa, sempre corroborata da un’attenta osservazione clinica e da un costante interesse verso l’importanza delle dinamiche relazionali nell’andamento del processo di crescita. La sua teoria, elaborata a partire da una serie di interessanti ricerche in ambito pediatrico, fornisce una descrizione articolata, penetrante e spesso poetica della nascita e dell’evoluzione del Sé psichico. Quasi tutti i suoi contributi teorici e clinici partono da una rielaborazione critica dei modelli di sviluppo precedentemente pensati in psicoanalisi e ruotano intorno ad una idea di sviluppo psichico inteso come una continua e conflittuale lotta del Sé verso una forma di esistenza individualizzata, che, nello stesso tempo, possa permettere un intimo contatto con gli altri. Nel 1945, Winnicott cominciò a sistematizzare una raccolta di principi teorici che andavano a segnare il distacco dalle posizioni teoriche ortodosse, in particolar modo quelle di Freud e della
Introduzione al pensiero di Daniel Stern
A cura del dott. Vincenzo De Blasi (Psicologo Clinico, Psicoterapeuta, riceve a Roma in via Giambullari, 8, zona Colosseo/San Giovanni; per appuntamenti: tel.3494671606) Quando nel 2006 ebbi il privilegio di incontrare Daniel Stern in supervisione, il mio modo di pensare la teoria e la tecnica psicoterapeutica cambiò definitivamente. Stern, con il suo modo elegante di rileggere la storia clinica che con non poco timore reverenziale avevo sottoposto alla sua attenzione e con un atteggiamento diversamente formativo dai miei precedenti supervisori, mi portò a pensare la narrazione del paziente in modo sostanzialmente nuovo rispetto al modello psicoanalitico che fino ad allora avevo appreso in 4 anni di specializzazione. Trasformando i problemi clinici, i compiti e le crisi evolutive (come l’attaccamento, l’indipendenza e la sicurezza) in linee di sviluppo (problemi di vita piuttosto che stadi specifici) e sostituendoli con il senso di Sé, la dimensione terapeutica che avevo imparato a resocontare dall’incontro con professor Stern divenne più libera nell’analisi del locus d’origine storico e
La psicoterapia psicoanalitica
La Psicoterapia Psicodinamica e, in particolare, la Psicoterapia Psicoanalitica è un metodo di applicazione della Psicoanalisi di Sigmund Freud, riconosciuto e praticato a livello mondiale. Oggi costituisce un riferimento teorico e tecnico per altri procedimenti psicoterapeutici, ampliando l’approccio psicoanalitico a quadri clinici e malesseri psicologici sempre più diversificati e complessi, come conseguenza dei profondi cambiamenti sociali (per esempio modifiche della struttura familiare) che caratterizzano il contesto socio-culturale dell’età contemporanea. Sulla base del modello di intervento proposto dalla Psicoterapia Psicoanalitica, paziente e terapeuta, nel colloquio, cercano di conoscere e comprendere le cause dei conflitti preconsci e inconsci; cercano, insieme, di capire le fantasie, le aspettative e le paure inconsce che definiscono patologicamente relazioni e legami nei confronti del partner, della famiglia, del lavoro ma anche nei confronti di se stesso, per poter così privare le rappresentazioni inconsce della loro forza patogena. A medio-lungo termine, il trattamento mira così a modificare il disturbo di struttura della personalità. Lo psicoterapeuta psicoanalitico è formato
La psicologia clinica
La psicologia clinica è una delle principali branche teorico-applicative della psicologia. In qualità di modello teorico-tecnico, essa comprende lo studio scientifico e le applicazioni della psicologia in merito alla comprensione, alla prevenzione e all’intervento su problematiche personologiche e relazionali, a livello individuale, familiare e gruppale; in tal senso, il suo campo di applicazione include la promozione del benessere psicosociale e la gestione (valutativa e di sostegno) di molte forme di psicopatologia. L’operato dello psicologo clinico si rivolge quindi alla prevenzione primaria delle condizioni di disagio personale e relazionale, alla promozione del benessere psicologico e psicosociale, all’identificazione precoce delle problematiche o patologie, al corretto inquadramento dei fattori psicologici, personologici, famigliari, relazionali, ambientali e contestuali che generano e mantengono il disturbo o la difficoltà psicologica, alla gestione clinica – tramite consulenze, colloqui e diverse tecniche di sostegno psicologico – delle principali tipologie di difficoltà personali, famigliari, gruppali e comunitarie, all’abilitazione/riabilitazione nelle problematiche emotive, relazionali, comportamentali o cognitive, al sostegno in situazioni di
La formazione in psicoterapia
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